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06 - Mar - 2020

II Domenica di Quaresima (A)

Quaresima

II Domenica di Quaresima (A)

(Gen 12,1-4   Sal 32   2Tm 1,8-10   Mt 17,1-9)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La prima domenica di quaresima abbiamo notato il contrasto fra i mitici “progenitori” che divorano anche ciò che non avrebbero dovuto, incapaci di rispettare il proprio limite, e Gesù che sceglie di non mangiare, di non appropriarsi del potere di convincere nessuno né di governare su qualcuno. Gesù accoglie il proprio limite per ricevere la vita, ogni cosa e persino se stesso dal Padre e così vivere di questa relazione.

Nella prima lettura di questa domenica incontriamo Abram, nel momento in cui Dio lo invita a lasciare la sua terra, i suoi parenti e la casa di suo padre. Prima di questo momento Abram ha visto morire il padre e prima di lui il proprio fratello, inoltre Abram non ha figli e sua moglie è sterile. In poche parole la famiglia di Abram è segnata dalla morte. Quando però non si conosce un’altra logica, si può rimanere attaccati anche alla morte. In fondo questa è la mia terra, le mie relazioni, la mia storia. Meglio la morte – sembriamo spesso ragionare così – che perdere ciò che ci dà sicurezza, ciò su cui abbiamo investito e per cui abbiamo sofferto, ciò che è nostro. Si tratta di un altro modo di divorare – come quello di Adamo ed Eva – perché non si riesce ad accettare il proprio limite e il proprio fallimento per aprirsi a rinnovate possibilità di vita, preferendo accanirsi su ciò che porta solo morte ma che ormai abbiamo addentato. Dio, però, provoca Abramo e, con lui, provoca ciascuno di noi: lascia ciò che fino ad ora non ha portato vita e vai altrove perché Dio prepara per te una benedizione che ricadrà su molti.
Anche nel Vangelo si parla di un viaggio, breve e meno impegnativo, ma comunque decisivo. Gesù porta Pietro, Giacomo e Giovanni su un alto monte. Nel deserto è andato solo, ora porta i suoi, porta noi con sé. Vuole che vediamo qualcosa, che scopriamo una bellezza capace di farci abbandonare ogni morte, da farci desiderare di restare lì per sempre (facciamo tre tende), come gli innamorati della prima ora stregati dall’essersi incontrati e reciprocamente scelti. E davanti ai nostri occhi, per un po’, dopo aver lasciato ai piedi del monte le nostre sofferenze e i nostri fallimenti, le malattie, i virus, le minacce di violenza e di ingiustizia, le catastrofi ambientali o qualsiasi altra morte, lontani da tutto questo per qualche momento, Gesù si mostra a noi brillante come il sole e vestito di luce: bellissimo e splendente proprio per l’amore del Padre che lo avvolge. La promessa di vita fatta ad Abramo si compie in lui, anzi in lui prende carne, tanto che la possiamo guardare, ascoltare, vedere realizzata e allo stesso tempo rilanciata, perché in lui tutti gli uomini e le donne sono salvati e chiamati ad una vocazione santa (per usare le parole della seconda lettera a Timoteo).
La luce che fa risplendere lui raggiunge anche noi proprio quando riconosciamo nella vita e nella parola di lui ciò che Dio ama e in cui si compiace. Così vivendo come lui e con lui scopriamo che “egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo”. Questa è la notizia buona e lieta che abitandoci ci avvolge come una nube luminosa che rischiara le tenebre intorno a noi.
Come il viso dei bambini ci rivela subito se sono felici, se hanno in mente qualcosa, se stanno male o se hanno paura, così il volto di Cristo rivela la bellezza dell’amore che c’è fra lui e il Padre, nel quale ciascuno di noi è invitato ad entrare. Infatti Gesù è stato dato a noi (ascoltatelo!), proprio perché potessimo entrare in questo amore illimitato che ci fa luminosi, capaci di abbandonare la morte o il peccato, per aspettare dal Padre ogni benedizione e sperare persino nella resurrezione.
Col salmista invochiamo allora l’amore del Signore perché ci avvolga come una nube, facendoci vivere come figli suoi, amati, custoditi e in cammino verso una vita tale da non potersi nemmeno immaginare.

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

28 - Feb - 2020

I Domenica di Quaresima (A)

Quaresima

I Domenica di Quaresima (A)

(Gen 2,7-9; 3,1-7   Sal 50   Rm 5,12-19   Mt 4,1-11)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La seconda lettura, tratta dal celeberrimo capitolo quinto della lettera ai Romani, mette a confronto due esseri umani che hanno vissuto la propria umanità in modo opposto: da una parte Cristo e dall’altra Adamo, ovvero ciascuno di noi, perché i racconti della Genesi non parlano di una persona storica ma svelano le dinamiche profonde che segnano la vita di ciascuno/a. Paolo dice che alla caduta di Adamo è legata la morte di tutti, mentre dall’obbedienza di Cristo è venuta la vita per tutti. Pur senza addentrarci nelle complesse dottrine che stanno dietro questo brano dell’apostolo, comprendiamo però con chiarezza che c’è un modo di vivere (il nostro) che semina morte e c’è un modo di vivere (quello di Cristo) che dona vita a tutti. Quale sia la differenza fra i due ci viene illustrato nel brano della Genesi (prima lettura) e nel Vangelo, che ora mettiamo a confronto.

In entrambi i testi si ha a che fare con il cibo. L’essere umano è stato plasmato dal suolo bagnato dall’acqua, è stato posto in un giardino per coltivarlo e custodirlo, gli è stato chiesto di dare il nome agli animali (ovvero di usare la parola proprio come Dio per ordinare il mondo) e gli è stato dato in cibo ogni erba verde: l’essere umano non mangia gli animali, dunque, ponendo un limite al proprio potere, e, per espresso ordine di Dio, non può mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. Dio, che ha creato tutto, limitando il proprio potere e se stesso per fare spazio ad altro da sé, chiede all’essere umano di diventare come lui (a sua immagine e somiglianza), limitando se stesso per fare spazio ad altri esseri viventi. E un limite è anche quello dato al mangiare dell’essere umano: c’è un albero che non può essere mangiato. Adamo ed Eva non possono restare bambini (nudi nel giardino senza distinguere il bene dal male), ma il loro cammino verso la vita adulta e responsabile non dovrebbe passare per la bramosia di divorare mangiando tutto quello che trovano, come se questo potesse garantirgli la vita senza aver più bisogno di Dio. Nel loro atteggiamento riconosciamo immediatamente il nostro mondo: divoratore di risorse, di natura, di aria, di acqua, di esseri viventi e di persone. Gli esseri umani, senza onorare il limite che gli permette di essere come Dio, miti e vivificanti, divorano e distruggono, fino a distruggere se stessi.
Nel Vangelo, all’estremo opposto, troviamo Gesù che digiuna per quaranta giorni e sta nella fame, in mezzo al deserto, avvinto dalla debolezza e dalla solitudine, che sempre ci fanno perdere sicurezza e identità. In questo momento, posto di fronte al proprio limite, viene tentato: perché non vincere il limite e finalmente saziarsi? Perché non cominciare i miracoli procurandosi il pane che poi avrebbe usato per sfamare le folle? Perché non operare qualche spettacolare prodigio davanti agli occhi di tutti, per dimostrare senza ombra di dubbio che Dio è con lui, in modo che tutti credano? Perché non farsi fare re di tutta la terra, in modo da instaurare la giustizia e la pace? Perché non fare tutte queste cose, desiderabili e buone come il frutto che la donna vede appeso all’albero?
Gesù sa che la bramosia, che fa dimenticare il proprio limite, è dannosa anche quando si volge a cose buone (anzi sempre si volge a cose buone: persone, benessere, ricchezze, beni, riposo, salute…) e quindi non la asseconda. Egli sa bene che la via che conduce alla vita è quella che chiede di accettare la fame, il fallimento e l’impotenza, perché solo così si stringono relazioni che non rapinano e non distruggono, ma curano e fanno crescere. L’accoglienza del limite infatti porta con sé il bisogno costitutivo di relazionarsi con Dio e con gli altri: ci serve ogni parola che Dio dice, non vogliamo tentarlo perché se si incrina la fiducia con lui non possiamo vivere, non vogliamo onorare nessun altro, perché lui solo ci custodisce. E stando in questa relazione con Dio, viviamo e facciamo vivere.
Il nostro limite va riconosciuto, dunque, come un dono capace di farci accedere alla vita condivisa con Dio, con gli altri e con il creato: per questo Gesù lo onora fin dall’inizio e lo vivrà fino al paradosso della croce dove fame, fallimento e impotenza saranno portate all’estremo. Cominciamo la quaresima nel deserto, allora, posti di fronte alla nostra fragilità (basta un virus o l’assenza della pioggia a far crollare tutto il nostro sistema), benedicendo Dio per ogni parola che dice, certi che non abbiamo bisogno di metterlo alla prova ma solo di onorarlo per la vita che sempre rinnova per noi e per tutti.
 …Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani
23 - Feb - 2020

Mercoledì delle ceneri

Mercoledì delle ceneri

Mercoledì delle ceneri

(Gl 2,12-18   Sal 50   2Cor 5,20-6,2   Mt 6,1-6.16-18)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Neanche a farlo apposta, il Vangelo del mercoledì delle ceneri riprende da dove abbiamo lasciato domenica scorsa: così cambia il tempo liturgico (entriamo in quaresima) ma continuiamo a leggere ciò che stavamo meditando.

E notiamo così che, come tutti quelli che amano, Dio non è interessato ai gesti esteriori se a questi non corrisponde il cuore, l’interiorità profonda della persona. Si può vivere un matrimonio formalmente corretto, senza azioni contrarie ad esso, ma senza amare, invalidandolo. Si può essere ministri di Dio, facendo tutto ciò che si deve fare, senza amare la porzione di popolo che si deve servire e quindi senza vivere il proprio ministero. Si può fare qualunque cosa (anche religiosa o ecclesiale, o comunque buona) solo per se stessi, per sentirsi bravi, per sentirsi ammirati dagli uomini, per un benessere psichico o sociale: per stare bene, contenti di sé. A Dio tutto questo, anche fosse fatto di opere di carità e preghiere, non interessa.

Per questo ogni anno, tutta la chiesa celebra un tempo che è sacramento della conversione, perché la vita cristiana non consiste nel compiere gesti corretti o nell’impegnarsi in ciò che si fa (queste cose possono darsi come accessorie), ma consiste piuttosto nel consegnare il proprio cuore a Dio e quindi al prossimo. Il punto è che questa consegna non è mai definitiva, non è mai abbastanza, perché più amiamo Dio e gli altri, più ci accorgiamo della pochezza del nostro amore. Da qui – dall’accorgerci di non amare Dio e gli altri come meritano – viene il dolore cui Dio ci invita nella prima lettura di questo giorno solenne: cosa ci fa lacerare il cuore, piangere e lamentare, se non il prendere coscienza di non corrispondere all’amore di chi ci ama o di chi ci è affidato? Se ci lamentassimo per la nostra imperfezione, se il peccato ci ferisse perché ci umilia e non per il male fatto all’altro, questo pianto non avrebbe alcun valore.
Piangere il peccato porta frutto dentro una relazione in cui vogliamo consegnare a Dio il cuore, dove soffriamo la rottura dell’amicizia con lui e con i fratelli e, così, sofferenti per i legami spezzati non avremo bisogno di farci supplicare troppo a lungo per riconciliarci con Dio.
In questo giorno, brutalmente, come un innamorato sfinito dai tradimenti, il Signore viene a chiederci dove sta il nostro cuore, perché lui non si accontenta di niente di meno. Da dove viene la giustizia che pratichiamo? Dal bisogno di essere ammirati? Dall’abitudine? Dalla paura? Oppure viene dall’amore per cui ci è intollerabile non agire secondo il sentire di Dio? E le opere di carità che facciamo sono un vanto per noi? Ci vantiamo di avere una vita moralmente migliore di altri? Oppure queste opere vengono dalla tenerezza verso la sofferenza altrui, intuendo le contrazioni del grembo di Dio appassionato per i suoi figli? Se così fosse, non solo non le sbandiereremmo, ma ci sembrerebbero ben poca cosa, impossibilitati come siamo ad alleviare tanta sofferenza e tanta ingiustizia.
La preghiera, poi, nasce dal bisogno di ascoltare chi amiamo e di sentirci dire l’amore, o è un’abitudine, un modo per rassicurarci, o – nei confronti degli altri – uno scaricarci la coscienza se non, addirittura, un’ostentazione? E lo stesso vale per il digiuno: privarsi di ciò che serve per vivere può essere un’esaltazione narcisistica di sé, perché ci si sente forti, capaci di vivere senza cibo o affetti o altro. Ma non è questo il digiuno che Dio cerca, perché non nasce dall’amore. Il digiuno che lui ci insegna è quello di cui gli altri non si accorgono (per cui non possono nutrire il nostro ego con la loro ammirazione) e che facciamo non per sentirci autonomi e forti (autocompiacendoci), ma – al contrario – per ricordare a noi stessi che senza Dio e il prossimo non viviamo, perché l’amore e le relazioni sono il cibo che ci sostiene. Come ci sentiamo deboli e malinconici quando non mangiamo (così dovremmo sentirci interiormente senza darlo a vedere), così dovremmo sentirci senza l’amore di Dio e del prossimo: il digiuno serve a sentire nel corpo che non viviamo senza Dio perché il nostro primo bisogno è Dio stesso.
Approfittiamo della quaresima per porre il cuore davanti a Dio, dunque, così come è, nella ricerca ossessiva non di fare cose buone, né di essere migliori degli altri, né di piangere le nostre imperfezioni, ma di consegnare a Dio ciò che siamo e lasciare che lui, riconciliandoci a sé, ci plasmi nella sua amicizia nel segreto del cuore: là dove si gioca ogni amore

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

21 - Feb - 2020

VII Domenica del T.O. (A)

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

VII Domenica T.O. (A)

(Lv 19,1-2.17-18   Sal 102   1Cor 3,16-23)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La sapienza di Dio non è paragonabile a quella umana: di fronte alla prima quest’ultima, incapace di reggere il confronto, appare come una stoltezza. Così Paolo nella prima lettera ai Corinzi. E in questa domenica, continuando la lettura del discorso della montagna riportato da Matteo, ci viene illustrata di nuovo la sapienza di Dio riguardo l’amore.

Ad una lettura troppo veloce di questa pagina di Vangelo, potrebbe sembrare che amare chi ci ama sia più facile che amare i nemici e che questa ultima forma di amore sia quella più alta, in quanto si amerebbe senza avere nulla in cambio. Ma l’ultima frase del brano può aiutarci a dare una lettura altra: siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. Dobbiamo chiederci dunque come ama il Padre, se vogliamo davvero capire cosa sta dicendo Gesù. Il Padre certamente fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi (e quindi non ripaga gli uomini in base a quanto lo amano), ma, altrettanto certamente, è anche colui che vuole essere riamato: l’amore che riversa su di noi è gratuito, ma è dato per essere accolto come un dono e ricambiato.
Dio vuole che l’amiamo e così è evidente che solo l’amore ricambiato è quello veramente perfetto. Se questa è la natura dell’amore, non si può permettere a chi amiamo, benché resti libero di non ricambiare, di non rispettarci, per il valore che abbiamo davanti a Dio (non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? ci ricorda la prima lettera ai corinzi) e per la natura stessa dell’amore. Una relazione vissuta lasciandosi umiliare, infatti, non sarebbe amore, perché l’amore chiede la reciprocità: “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Anche Dio fa così con noi, già nei comandamenti. Nella prima lettura, tratta dal Levitico, per esempio, vediamo come Dio chiede agli israeliti di corrispondere al suo amore imitando il suo stile: santi come lui, incapaci di serbare rancore e amorevoli, come lui. Non ama disinteressandosi di come viene amato. Tutto il contrario: mostrando l’ampiezza della sua misericordia e l’abbondanza della sua guarigione, aspetta la lode gioiosa dell’essere umano, perché l’amore si compia e il dono giunga a buon fine.
Accade però che l’altro non ci ami, che sia nemico. In questo caso la sapienza degli uomini – ci ricorda Gesù – porterebbe a trattare l’altro come lui tratta noi, da nemico dunque, altre volte porterebbe a fare qualunque cosa pur di compiacere l’altro per renderlo benevolo fino ad umiliarsi, ma in nessuno dei due casi si vive secondo il cuore generoso e amante di Dio. Quindi, che fare?
L’unica possibilità che è data nella relazione col nemico è non opporsi al male, cioè non rispondere a questo con altro male. Fare tutto il bene possibile, beneficare, pregare, lasciarsi prendere ciò che si ha. L’altro non capirà il bene ricevuto, non amerà, ma almeno saremo riusciti (e questo è l’essenziale per chi ama) a fargli del bene, a portargli vita. Per tale motivo non si restituisce lo schiaffo preso: per non fare del male all’altro e per non offenderlo. Per questo ci si lascia prendere qualcosa di nostro (anzi si è contenti di aggiungere ciò cui il nemico non aveva pensato): perché l’altro goda di questo bene. Per questo si fa la strada che l’altro vuole (e anche di più): perché non resti solo.
Non è ancora la pienezza dell’amore, con i nemici non ci è data, perché non c’è reciprocità, ma è comunque amore e si può misurare sul bene fatto all’altro, sulla vita che ne riceve. Così si consola Dio nei nostri confronti, quando non riesce ad avere il nostro amore e a godersi la nostra amicizia, almeno può farci il bene, far sorgere il sole e far piovere. Può sempre darci vita e continua a farlo, sperando che ci salgano alle labbra le parole del salmista:  Benedici il Signore anima mia, quanto è in me benedica il suo nome santo. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici!
 …Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani
14 - Feb - 2020

VI Domenica T.O.(A)

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

VI Domenica T.O. (A)

(Sir 15,16-21   Sal 118   1Cor 2,6-10   Mt 5,17-37)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Scorrendo il brano della prima lettera ai Corinzi, leggiamo che la sapienza di Dio è nascosta. Non si mostra platealmente come la sapienza dei dominatori di questo mondo, ma segretamente viene rivelata a coloro che credono. Lo Spirito, infatti, che conosce le profondità di Dio, viene donato ai credenti, che così conoscono (senza nemmeno sapere come) quelle cose che mai erano entrate nel cuore dell’uomo, quelle che nessuno aveva udito e visto.

Lo Spirito però non solo ci svela ciò che abita il cuore di Dio, ma ci spinge anche ad amarlo, a sceglierlo per avere la vita, riponendo la fiducia in ciò che Dio vuole (così si esprime la prima lettura tratta dal Siracide). Per questo il salmista ci invita a chiedere che Dio ci apra gli occhi per accorgerci della bellezza della legge, che ci dia di comprendere quale sia la sua via e che ci infonda l’intelligenza necessaria a custodirla.
E Gesù, in questo lungo e famoso discorso detto “della montagna” (il primo dei cinque del Vangelo di Matteo), colmato dallo Spirito di Dio, ci mostra proprio ciò che a Dio piace commentando la legge di Israele, e non come qualcosa di passato o di provvisorio, ma come una meraviglia tale da meritare di essere portata alle estreme conseguenze: non basta osservarla – non basta cioè una giustizia o una rettitudine in cui ci si può dire corretti – ma bisogna amarla così tanto, desiderarla così tanto, da spingerla oltre se stessa. Poiché la legge infatti è dominata dalla logica dell’amore (e chi ama sa che non ci si può mai sentire soddisfatti), è la legge stessa a spingere oltre, perché il desiderio e il bene dell’altro ci trovano sempre mancanti.
Così, nell’esporre le esigenze dell’amore, Gesù ci insegna che non solo l’altro non si può uccidere, ma che l’amore non tollera nemmeno di offendere o disprezzare, né sopporta alcuna divisione: se qualcuno che amiamo, infatti, ha qualcosa contro di noi, persino portare doni a Dio dovrebbe apparirci privo di significato (va prima a riconciliarti col tuo fratello).
L’amore può chiederci, inoltre, di perdere qualcosa di noi, persino una parte del corpo (dice paradossalmente Gesù), se questa ci fosse di scandalo, cioè ci bloccasse impedendoci di amare. Tale affermazione è incorniciata dal detto sull’adulterio e da quello sul ripudio, ovvero da due indicazioni riguardanti l’amore dell’uomo verso la donna (ai tempi di Gesù la relazione non era reciproca). E Gesù spiega che è da considerarsi un adulterio anche un desiderio non attuato, perché anche se non si lede il diritto del marito – come accadeva con l’adulterio secondo la mentalità del tempo – si lede comunque la dignità della donna e anch’essa va amata. Sul ripudio invece Gesù sottolinea che non si può ripudiare la moglie perché la si espone ad adulterio, la si getta cioè in una condizione di debolezza, di menzogna e di sofferenza e questo non è tollerato dall’amore. Non si tratta di difendere il valore dell’indissolubilità del matrimonio, ma di custodire l’altra (perché più debole in questa situazione), di fare il suo bene. Rispettare le regole non basta dunque, bisogna desiderare che l’altro viva. Infine l’amore – continua Gesù – chiede di non giurare, di non arrogarsi il possesso della verità, ma di lasciare piuttosto a Dio ogni parola definitiva, per poter in tutta mitezza offrire agli altri la semplicità di ciò che si è e si comprende, senza alcuna pretesa (sia il vostro parlare “sì sì” “no no”).
La sapienza di Dio, forte e potente che scruta ogni cosa, ci è stata dunque rivelata. Il segreto di Dio, cioè la sua passione indomabile per ogni uomo e ogni donna, è stata rivelata ai piccoli. E lo Spirito di lui che ci abita ci spinge come spinge lui stesso ad amare oltre ogni limite, con una giustizia incapace di accontentarsi di ciò che è secondo le regole, perché l’amore non ha altra misura che dare vita a chi si ama.
 …Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani
08 - Feb - 2020

V Domenica del T.O. (A)

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

V Domenica T.O. (A)

(Is 58,7-10   Sal 111   1Cor 2,1-5   Mt 5,13-16)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il Vangelo accolto e creduto opera in noi come una luce che ci permette di illuminare la nostra vita e il mondo intorno a noi. I credenti e la chiesa intera sono, quindi, come una lampada che è posta in alto proprio per illuminare tramite le opere belle (questa la traduzione letterale dell’aggettivo usato da Matteo) davanti alle quali gli uomini e le donne intorno a noi riconoscono che Dio è buono e opera meraviglie. Il Padre che è nei cieli, infatti, si fa improvvisamente vicino nella bellezza delle opere dei credenti, opere sorte da un cuore consegnato all’amore di Dio, e così gli esseri umani in queste opere vedono Dio e ne ammirano la grandezza (rendono gloria), attratti da tanta bellezza.

Similmente dice il profeta Isaia nella prima lettura: davanti a te camminerà la tua giustizia e la gloria del Signore ti seguirà, perché là dove si vive secondo il cuore di Dio (la giustizia), Dio diventa visibile e palpabile. Il profeta fa l’elenco delle opere belle: condividere (e quindi digiunare, privarsi di qualcosa) con chi non ha cibo, luogo per riposare e vestiti; abbandonare l’oppressione e ogni parola che non porti vita; aprire il cuore a chi è privo del necessario per vivere (sia materialmente che spiritualmente). Queste opere belle fanno spuntare l’aurora nel buio della storia e persino le tenebre che ci portiamo dentro (il peccato, l’incredulità, la paura, le ferite) diventeranno luminose come il sole di mezzogiorno. Chi crede, dunque, vive in modo tale da mostrare la potenza vivificante di Dio e allora anche ciò che annunciamo (senza bisogno di strategie comunicative o prodigi) sarà credibile, perché si tratterà soltanto di spiegare chi è che opera la bellezza che chi ci ascolta ha già visto.
Tutto questo accade, però, come ci mostra la seconda lettura tratta dalla prima lettera ai Corinzi, se non ci affidiamo ad altra logica (sapienza) e ad altra efficacia (potenza) che quella che viene dal Vangelo. Se dovessimo confidare in altre logiche e altri poteri, anche fossero buoni e legittimi, non compiremmo più le opere belle che fanno vedere la presenza di Dio, ma al massimo opere “ammirabili” o “affascinanti” che attirerebbero verso cose buone o verso di noi, senza che si possa cogliere la potenza vivificante del Padre. Succede quando la chiesa (o ciascuno di noi) si affida invece che allo stile di Gesù a quello dei potenti, quando si vuole essere influenti ed efficaci, con spazi di azione, ruoli di potere, oppure quando confida in ciò che si sa o nei valori che si propugnano, dimenticando di presentarsi agli uomini “nella debolezza e con molto timore e trepidazione”. Allora la parola che annunciamo viene contraddetta dalla nostra vita che si fonda non su Dio e sul suo amore, ma sul nostro successo, su ciò che riusciamo a fare per affermarci e ottenere ciò che riteniamo buono, come se Dio non ci fosse. Ed è così che il sale perde il sapore, non dando sapidità al cibo in cui viene disperso, ma al contrario prendendo il gusto del cibo e lasciandolo com’era. In questo caso il sale non servirà più a niente, solo ad essere gettato via e calpestato come qualcosa che non ha alcun valore.
Se invece vivremo per il Signore crocifisso, non confidando in altro che nel suo amore e non volendo scegliere che il suo stile, tutto ciò che toccheremo avrà sapore e, nonostante il dolore e le tenebre che sperimentiamo in noi, vedremo altri illuminati e guariti, perché le opere belle che vengono da Dio portano la luce della vita.
…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani
31 - Gen - 2020

Presentazione del Signore

Presentazione di Gesù al Tempio

Piccolo Eremo delle Querce

Presentazione del Signore

(Ml 3,1-4   Sal 23   Eb 2,14-18   Lc 2,22-40)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Ogni domenica celebriamo il mistero pasquale di Cristo. Quando capita una festa del Signore, la contemplazione di questo mistero viene illuminata sotto un particolare aspetto e nella festa della Presentazione al tempio, tornando sul racconto dell’infanzia di Gesù fatto da Luca meditato a Natale, possiamo riprendere la contemplazione della venuta del Signore in mezzo a noi.

La prima lettura (tratta dal profeta Malachia) ci parla di un’attesa spasmodica di Dio da parte del popolo: si ricerca e si sospira fino a che non arriva il momento, perché da solo Israele non può nulla contro il male e neppure contro la propria infedeltà, che ha causato conseguenze oramai incontrollabili. Ci accorgiamo spesso di quale catena di errori si sviluppi dal male commesso, fino a che a volte gli eventi diventano ingestibili e superano ogni possibile previsione di danno. Non possiamo recuperare da soli, non possiamo rimediare, non sappiamo neanche cosa scegliere per farlo. Anche il mondo è in queste condizioni: il male inflitto ai popoli si riversa sulla natura e da questa di nuovo sulle persone che si combattono e muoiono, causando nuova distruzione.
Ecco perché non si può che attendere una salvezza che porti vita là dove i processi che abbiamo innescato conducono inesorabilmente alla morte.
La venuta del Signore però non è indolore, è così terribile che non sembra possibile resistere: fuoco che fonde e purifica, sapone efficace strofinato con forza. Pulire le ferite, guarire le piaghe, rimediare i disastri sociale ed ecologici, è sempre difficile e doloroso. Lo stesso, anzi di più, vale per i peccati, che corrompono il cuore, il corpo, le relazioni, la storia e la natura. Occorre lasciar portare allo scoperto le piaghe del cuore e del corpo, perdere ciò che dava sicurezza, scegliere nuovi modi di vivere e lasciarsi rinnovare. Tutto questo riporta il popolo e ciascuno ad essere un’offerta gradita a Dio, ma può fare paura.
Luca, d’altra parte, ci descrive questa visita terribile del Signore in una scena per nulla spaventosa: una coppia di giovani genitori porta il proprio bambino al tempio per adempiere alle prescrizioni della legge. La visita terribile di Dio, capace di salvare dal male e dal peccato, si concretizza in un bambino in braccio a sua madre. Un bambino inerme, immerso nella vita del suo popolo, mescolato a tutti gli altri.
Sono Simeone ed Anna a dire su di lui parole che lo fanno uscire dall’anonimato stupendo persino i suoi genitori, parole che lasciano intravvedere quello che ancora è nascosto. In questo bambino si compiono tutte le promesse che il nostro cuore e il mondo attendono: in lui ogni speranza e salvezza. Camminando con lui, che ha condiviso con noi la carne, il sangue e la morte, noi sappiamo che è possibile superare la prova (così si esprime la lettera agli Ebrei), sappiamo che non siamo più sotto la schiavitù della morte e che i peccati sono stati espiati.
Siamo stati salvati perché lui non solo ci ha ottenuto il perdono, ma ha cancellato le conseguenze del peccato. Se dovessimo investire qualcuno e questo rimanesse paralizzato, una cosa sarebbe essere perdonati da questa persona, un’altra vederlo camminare di nuovo. Solo questo ci liberebbe da tutta la pena e la sofferenza frutto del nostro atto. La salvezza di Gesù, annunciata da Simeone e da Anna, ci si offre così: il male e la morte ci sono, ma non hanno su di noi il potere di tenerci in schiavitù, ne vengono annullati gli effetti sul nostro cuore e sulle nostre scelte, in attesa che vengano annullati su tutto e tutti e la salvezza di Dio costituisca la vita di tutto e di tutti. La speranza che ci viene annunciata è che ogni male verrà spazzato via un giorno e non lascerà più alcuna ferita o conseguenza, perché ogni lacrima sarà asciugata e ogni ingiustizia sanata.

Tutto questo comincia con un bambino, con le piccole cose che nessuno considera, con la quotidiana ricerca di un amore che faccia vivere noi e gli altri. E forse là dove noi nemmeno ci accorgiamo di riuscire a farlo, saranno altri a dirci che in questo poco che portiamo fra le braccia risplende la luce delle genti e la liberazione del mondo. Nelle piccole scelte di ogni giorno che cancellano il male e tutte le tracce che lascia sulla terra.

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani
24 - Gen - 2020

III Domenica T.O. (A)

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

III Domenica T.O. (A)

(Is 8,23-9,3   Sal 26   1Cor 1,10-13.17   Mt 4,12-23)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Giovanni, colui che doveva preparare la via, viene arrestato. Questo evento, cupo e angosciante, diventa l’occasione per Gesù di comprendere che è arrivato il suo momento. Il precursore ha fatto ciò che doveva fare prima di essere imprigionato: è il momento dunque di instaurare il Regno che lui si era dedicato a preparare.

E Gesù comincia da una terra marginale, quella in cui è cresciuto, seppure lasci persino la sua città (per essere ancora più ai margini, forse, senza coperture e punti di riferimento), e si ferma a Cafarnao. Matteo, riadattando la profezia che leggiamo nella prima lettura, interpreta la scelta di Gesù con le Scritture: quella terra più volte umiliata, rinchiusa nelle tenebre dell’oppressione, vede la gloria e la luce. Si tratta – come spiega il profeta Isaia – di una gioia dirompente, del tipo che si verifica alla fine delle attese lunghe e faticose: come quando si miete (dopo aver gettato parte del grano senza garanzie di ricavo e attendendo così per mesi, finché non si vede il raccolto spuntato, cresciuto e maturo) o come quando si spartisce il bottino (dopo aver combattuto una guerra ed essere stati quindi, non si sa per quanto, sul punto di perdere la vita).
Che cosa fa Gesù per essere indicato come portatore di tanta e tale gioia in quelle terre e nella nostra? Annuncia il Vangelo, la buona notizia che Dio viene a regnare: insegna perché questa parola penetri nei cuori, e guarisce perché essa porti frutto nella carne che soffre. Da lui esce una parola che illumina ogni notte, libera da ogni oppressione e porta a frutto ogni faticosa ricerca di vita.
Non fa altro che rivelare con le parole e con i gesti, l’immenso amore del Padre, l’amore che fa vivere tutto e ciascuno.
Gesù, poi, non tiene per sé il tesoro che è venuto a portare. Vuole che altri, insieme con lui, annuncino in modo da far entrare sempre più persone in questa grande rete (vi farò pescatori di uomini) che è la famiglia delle figlie e dei figli di Dio. Per questo comincia a radunare intorno a sé alcuni, per primi dei fratelli pescatori, che devono ricomprendere le loro relazioni (dovranno vivere la fraternità una volta lasciato il padre, cioè la struttura sociale che inquadrava la loro vita) e il senso delle loro giornate (lasciate le reti) per vivere solo del Vangelo, preoccupati di far vivere altri, pescandoli dal mare della sofferenza e del peccato.
Ciascun cristiano/a non è che uno pescato da questo mare tramite l’annuncio del Vangelo per il quale ora vive e che continuamente annuncia a sua volta per far vivere altri, come testimonia Paolo nel brano della prima lettera ai Corinzi che troviamo nella seconda lettura. Ma, se è davvero il Vangelo ciò per cui i credenti vivono, fra loro non possono esservi divisioni. Infatti, poiché unica è la parola che ascoltiamo, che facciamo nostra e che vogliamo vivere, non possiamo che essere unanimi nel parlare, in perfetta unione di pensiero e di sentire. E là dove comparissero discordie e divisioni, significa che bisogna tutti tornare al Vangelo, perché evidentemente ci stiamo nutrendo di altre parole e cerchiamo altre strade per giungere alla salvezza.
E così, come in quei lontani giorni nella sperduta e umiliata Galilea delle genti,  oggi in mezzo ad ogni popolo minacciato dall’oscurità e dalla prigionia, gli esseri umani potranno vedere una grande luce e rallegrarsi: il Regno di Dio è vicino, non resta che volgersi verso di esso.

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani
17 - Gen - 2020

II Domenica T.O. (A)

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

II Domenica T.O. (A)

(Is 49,3.5-6   Salmo 39   1Cor 1,1-3   Gv 1,29-34)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Utilizzando le parole con cui si apre la prima lettera ai Corinzi (della quale cominciamo la lettura continuata), potremmo definire la vita cristiana come l’esperienza di essere santificati in Cristo Gesù. Tutti i credenti ovunque si trovino sono dunque santi per chiamata e sono stati santificati in Cristo Gesù. Ciascuna e ciascuno, cioè, ha toccato con mano la liberazione dai peccati, dalle ferite, da ciò che impedisce di camminare e di scegliere il bene e la vita per sé e per tutti. Inoltre tutti sanno di essere accompagnati in un cammino di continua santificazione perché, se continuiamo a fare esperienza del nostro limite e del nostro peccato, facciamo esperienza anche della liberazione e della vita che Dio ci ridona continuamente: ogni volta che veniamo liberati sappiamo con maggiore chiarezza che lui è il Signore che fa vivere.

Tutto ciò, la liberazione da ogni male e persino dalla morte, accade in Cristo Gesù. I cristiani sanno cioè che fra Gesù e la loro vita, nella lotta che quotidianamente sostengono per vivere e far vivere, c’è un legame inestricabile: ogni nostra vittoria su ogni tipo di morte viene da lui. Chi è mai quest’uomo per avere questo potere e non solo su di sé ma su tutti?
Il Vangelo di Giovanni, scelto per questa seconda domenica del tempo ordinario, sembra rispondere proprio a questa domanda. Rispetto ai Vangeli sinottici Giovanni (fin dal prologo del suo Vangelo) accentua la differenza fra il Battista (che non è la luce) e Gesù (la luce vera che doveva venire nel mondo) e forse per questo non ci racconta direttamente il Battesimo di Gesù, episodio che comunque lascia intravvedere una consegna di Gesù nelle mani di Giovanni, ma ci racconta piuttosto la testimonianza che Giovanni dà su Gesù, una testimonianza che indica chiaramente Giovanni come inferiore (tutto ciò che lui fa e dice era per la manifestazione di Gesù) e allo stesso tempo rivela l’identità di Gesù.
Sono proprio le parole di Giovanni, così, a svelarci perché Gesù è colui che ci santifica. Egli è l’agnello di Dio – dice il Battista – colui che toglie il peccato del mondo. Egli ha quindi sul male lo stesso potere che è proprio di Dio, l’unico capace di sradicare il male dal cuore dell’uomo e dalla storia. Egli è così perché è il Figlio di Dio, colui che vive con Dio un’unica vita ed è invaso dallo Spirito di lui, che lo anima in ogni momento. Per questa sua intimità con Dio può santificare coloro che credono in lui e, donando loro con il battesimo lo Spirito che si è fermato su di lui, può renderli conformi a sé, abilitati a combattere il male e a testimoniare la potenza di Dio che libera e fa vivere. Ora noi siamo abitati dallo stesso Spirito che Giovanni ha visto discendere su Gesù e possiamo testimoniarci questo gli uni gli altri.
Proviamo a rileggere allora la prima lettura tratta dal profeta Isaia non solo come capace di spiegare ciò che è accaduto a Gesù, ma come capace di spiegare ciò che accade a noi: il Signore ci ha detto che siamo suoi servi, nella vita dei quali sarà evidente la potenza di Dio contro il male. Quello che siamo, fin dal grembo materno, prende forma dal suo amore perché, come il vento scolpisce le rocce e i monti, così lo Spirito di Dio ci dà la forma di Gesù. Tutto questo per mandarci in mezzo ai uomini e alle donne del nostro tempo, perché abbiano luce e conoscano che c’è una salvezza dal male e dalla morte.
Ad un dono così grande per noi e per tutti possiamo solo credere e rispondere al Signore che ci chiama con le parole del salmo: Eccomi, Signore, voglio fare questo che tu desideri, con tutto quello che sono e che ho ricevuto da te, perché tutti conoscano la buona notizia della tua giustizia a partire dalla liberazione che operi in me e nella mia vita. Facciamo nostra questa risposta, come fecero Paolo, Sosthene e tutti quelli che in ogni luogo e in ogni tempo hanno invocato il nome del Signore Gesù, e il Vangelo si diffonderà con rinnovata efficacia e potenza, reso credibile dalla vita di coloro che sono stati santificati.
11 - Gen - 2020

Battesimo del Signore

Battesimo del Signore

Piccolo Eremo delle Querce – Crochi (RC)

Battesimo del Signore

(Is 42,1-4.6-7   Sal 28   At 10,34-38   Mt 3,13-17)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il tempo di Natale si chiude con la solennità del Battesimo del Signore, in cui facciamo memoriale dell’inizio della missione di Gesù. Dopo anni di vita operosa e umile, intrecciato alla quotidianità della gente semplice del suo popolo e immerso nell’intimità col Padre che si fa strada nella sua interiorità, nel suo sentire e nella sua libertà, Gesù va da Giovanni. Probabilmente è stato discepolo del Battista per un periodo (per un cuore spalancato sul mistero di Dio, come quello di Gesù, Giovanni doveva essere troppo affascinante per non andare ad attingere al suo vissuto) e ora al Battista chiede di farlo rinascere.

Il simbolo dell’acqua indica con forza la rinascita perché tutti i bambini nascono nelle acque in cui sono vissuti nel grembo materno: non si nasce se non bagnati. E così Gesù, in fila con la gente del suo popolo che vuole rinascere ad una vita rivolta verso Dio e non verso il male, va a rinascere: anche lui deve volgersi verso Dio per compiere una missione nuova, deve abbandonare ciò che è stato fino ad ora e nascere a vita nuova. Comincia immergendosi nell’acqua.
Nel racconto che fa Matteo, Giovanni sembra non essere d’accordo con l’idea di battezzare Gesù, esprime piuttosto il bisogno che Gesù faccia rinascere lui per renderlo sempre di più servo del Dio altissimo, ma Gesù insiste: si deve compiere ogni giustizia, è giusto cioè che Gesù ricominci la sua vita, che rinasca a vita nuova, disposto a volgersi a ciò che il Padre desidera per lui. E sul Signore, che spalanca il cuore, la libertà e il corpo ai desideri del Padre, rivolto a lui con tutto se stesso per essere il dono che lui vuole fare al suo popolo, scende lo Spirito.
Lo Spirito che sfugge, il vento inafferrabile, che dice le parole di Dio, che opera le opere di lui, dove vuole, senza che nessuno possa fermarlo o vederlo, questo Spirito si ferma su Gesù: chi vuole vedere lo Spirito di Dio, il suo amore, i suoi pensieri profondi, dovrà guardare Gesù, spinto e soggiogato dall’amore del Padre. E mentre il Padre fa questo dono a Gesù, riempiendolo della sua stessa vita, gli parla (perché i doni portano sempre con sé un significato che va spiegato, portano impresso cioè l’amore di chi dona) e gli dice: questo è il Figlio mio, l’amato, colui nel quale ho posto il mio compiacimento.
Dio così fa rinascere Gesù dicendogli chi è: tu se il mio Figlio. L’identità di Gesù è il suo legame con il Padre, l’appartenenza a lui. L’amore che gli viene dichiarato e donato in questo giorno è ciò che lo spingerà ogni giorno sua vita. E Dio si rallegra: gioisce di Gesù. Nelle parole che Dio dice, inoltre, non si rivela solo l’identità di Gesù, ma anche quella di Dio: se Gesù è il suo figlio amato, vuol dire che Dio è il Padre che ama, deciso dalla relazione con lui. Non semplicemente Dio, ma il Dio di Gesù, il Padre di lui, quello che gioisce guardando Gesù e che non può avere gioia fuori di lui.
Nella prima e nella seconda lettura viene ripreso questo misterioso rapporto fra Dio e il suo Figlio (anche se Isaia parla di un servo e di un eletto) e sempre si sottolinea (e questo è anche il motivo per cui la voce del Padre nel racconto di Matteo è sentita da tutti ed è in terza persona, come se Dio parlasse agli altri di Gesù) che questo rapporto fra loro è la salvezza per tutti. Lo Spirito (l’Amore) riversato su Gesù non è infatti un dono per lui, ma un dono fatto a lui che lo spinge verso il popolo per illuminare, per liberare, per beneficare e risanare tutti quelli che stanno sotto il potere del male (come ci ricorda il discorso di Pietro riportato nel brano degli Atti). Il dono dello Spirito, l’intimità fra Dio e il suo Figlio, non sono un misterioso fenomeno che non tocca la vita degli uomini, ma la fonte della salvezza per tutti e tutte, perché Dio non fa preferenza di persone e a chiunque vuole dona di entrare dentro questa relazione d’amore, facendolo rinascere a vita nuova.
Davvero tuona il Signore con potenza sulle acque, dicendo una parola di amore che lo lega a Gesù e che fa di lui l’alleanza del popolo e la luce delle genti: un nuovo inizio per lui, per chiunque si aggiunge alla fila dei peccatori che desiderano volgersi a Dio e per la storia intera.
…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani