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17 - Set - 2021

XXV Domenica T.O. anno B

Tempo Ordinario

XXV Domenica

Tempo Ordinario anno B

(Sap 2,12.17-20   Sal 53   Giac 3,16-4,3   Mc 9,30-37)
Domenica 19 Settembre 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Sia la prima che la seconda lettura (seppure non scelte in accordo fra di loro) mettono l’uno di fronte all’altro due stili, uno quello del giusto e uno quello di chi è animato dallo spirito di contesa, che fa sorgere ogni sorta di cattiva azione. Chi è abitato da gelosia e spirito di divisione infatti è dominato da un desiderio (meglio sarebbe dire un’avidità) insaziabile che lo spinge a uccidere e fare guerra senza fra l’altro che riesca mai a possedere nulla (così nella lettera di Giacomo). E questo è anche l’atteggiamento degli empi della prima lettura (tratta dal libro della Sapienza) che tendono insidie al giusto. Lui  rimprovera loro le inadempienze della legge e gli empi invece di convertirsi, dominati dallo spirito di contesa che spinge a fare guerra, cercano di colpirlo con violenze e tormenti. Addirittura lo sfidano là dove è radicato il suo cuore, perché lo tentano sull’amore di Dio. Infatti, mentre gli usano violenza, lo provocano: secondo le sue parole l’aiuto gli verrà, Dio verrà in suo aiuto! E dicono questo mettendolo a morte. Il giusto invece non ha bisogno di difendersi perché non è in guerra: se rimprovera quella che riconosce come una mancanza è perché tutti vivano, anzitutto colui che sbaglia. La sapienza che lo abita è mite e pacifica, non perché non resiste al male o non lo dichiara, ma perché non vuole fare male all’altro e cerca la relazione con lui; è una sapienza sincera, senza doppi fini, e si riconosce facilmente dai frutti buoni: ciò che nasce da questa sapienza nutre e dà sapore.

I discepoli, nel Vangelo di questa domenica, sono ancora incapaci di distinguere lo stile mite e arrendevole da quello pieno di avidità che cerca il potere (magari chiamando servizio). Infatti proprio mentre Gesù parla della sua Pasqua (un’altra volta dopo quella che abbiamo sentito domenica scorsa), loro discutono sui primi posti (dopo che Gesù aveva insegnato a rinnegare se stessi e prendere la propria croce). Sanno che la logica di Gesù è un’altra (tacciono vergognosi infatti quando lui chiede di che cosa stessero parlando lungo la strada), ma seguono comunque lo spirito di grandezza che li abita.

Gesù allora li (ci) istruisce con un gesto semplicissimo, antico quanto il mondo: abbraccia un bambino. Fa cioè ciò che fanno tutte le madri e ciò che ogni essere umano venuto al mondo ha conosciuto per prima cosa: l’essere tenuto in braccio per essere nutrito, riscaldato e amato. Per insegnare ai suoi la logica del Vangelo, Gesù compie il gesto delle madri. Da loro si può imparare perché il potere non venga mascherato dalla retorica del servizio, come accade di continuo. Lo stile delle madri (senza cadere però in un’altra retorica, perché anche le madri a volte spadroneggiano sui figli) deve essere quello di accogliere coloro che ci sono affidati, fare loro spazio, fare di tutto perché crescano e lasciarli liberi. Ogni volta che il potere o l’esercizio di una responsabilità schiaccia, toglie libertà e impedisce agli altri di vivere come adulti responsabili, non si sta seguendo la logica del Vangelo; ogni volta invece che si abbraccia per far crescere e lasciare liberi, sì.

Infine Gesù ricorda ai suoi che accogliere così i piccoli, dare loro la possibilità di crescere e vivere, spendersi perché altri possano essere uomini e donne pienamente realizzati, è qualcosa che viene rivolto direttamente a lui. Chi accoglie un piccolo, accoglie me, perché è proprio ai piccoli che il suo sguardo è rivolto e chiede a quelli e quelle cui affida responsabilità di prendersi cura proprio di loro. Come una madre Gesù abbraccia i piccoli e come una madre cerca altri e altre che, come lei, si sappiano spendere perché i suoi piccoli vivano adulti e in libertà. Chi vivrà così sarà, facendosi ultimo per lasciare spazio a chi deve far crescere, sarà il primo: proprio come Gesù, la cui morte prelude la resurrezione e per il quale l’aiuto di Dio non si è fatto attendere.

10 - Set - 2021

XXIV Domenica T.O. anno B

Tempo Ordinario

XXIV Domenica

Tempo Ordinario anno B

(Is 50,5-9   Sal 114   Giac 2,14-18   Mc 8,27-35)
Domenica 12 Settembre 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La fede non è un sistema di pensiero che ci aiuta a non sentirci angosciati perché ci dà il senso della vita, né è un insieme di valori che poi dovrebbero costruire un tipo di società o un tipo di contesto culturale, molto più semplicemente la fede è la consapevolezza (che nasce da un’esperienza) di essere amati da Dio in Cristo e di essere abitati dallo Spirito di lui. Quando accade questo, le opere (pur nella fragilità e nelle contraddizioni che tutti conosciamo fin troppo bene) vengono di conseguenza: quando si ama e si è amati, non bisogna comandarsi di stare insieme o di prendersi cura gli uni degli altri, così quando si è in questa relazione con Dio non si può non amare, imperfettamente e faticosamente magari, ma non si può non amare. Se le opere non dicono questo amore, non lo incarnano, allora il problema è la fede, qualunque sia il sistema di valori o l’idea del mondo che pensiamo di avere. Per questo la lettera di Giacomo (seconda lettura) afferma: se la fede non è seguita dalle opere, in se stessa è morta, cioè non c’è.

Ma forse è il Vangelo di questa domenica che può aiutarci a scendere più a fondo e a rispondere alla domanda di quali siano le opere della fede. Gesù interroga i suoi su ciò che la gente pensa di lui, i discepoli rispondono con l’entusiasmo di quelli che seguono – e che sono stati scelti – da un uomo di successo, acclamato, ascoltato, considerato come veniva considerato il più grande dei profeti. Gesù li  provoca a esporsi in prima persona: voi chi dite che io sia? E Pietro, la cui irruenza emerge più volte nella trama dei racconti, subito riconosce in Gesù il Messia. Chissà cosa il Signore avrà pensato. Si sarà accorto che questa dichiarazione, vera dal punto di vista delle parole (davvero lui è il Messia!), era sbagliata nei contenuti, perché Pietro aveva scelto di seguire un messia glorioso e vittorioso? Oppure l’ha compreso solo quando, dopo aver insegnato che avrebbe dovuto soffrire e morire, si è sentito rimproverare da Pietro, come se la sofferenza e il fallimento fossero incompatibili con l’essere l’unto del Padre? Si intravvede nelle parole di Gesù la passione, evocata anche dalla prima lettura tratta dal profeta Isaia: sputi, insulti, flagellazione. Perché seguire Gesù se questo è ciò che l’aspetta? Perché seguire uno che non ha salvato nemmeno se stesso? Perché io lo seguo?

Gesù d’altra parte – come anche il protagonista del brano del profeta Isaia – apre alla speranza, non perché verrà risparmiato dalla morte, ma perché risorgerà (nella prima lettura: Dio mi assiste, non resterò confuso). Ci mostra così quale è l’opera della fede: vivere fino in fondo la parola d’amore del Padre – qualunque cosa costi – aspettando da lui la vita e la salvezza, nel momento in cui amarlo e amare gli altri ci dovesse portare – e molto spesso, seppure in modi diversi questo accade – alla sofferenza e alla morte. Non possiamo seguire Gesù perché questo ci tutela dalle sofferenze e dal rifiuto, né perché ci scansa la morte o la paura della morte: la sua storia ci dice chiaramente che questo non accade. Possiamo seguirlo se il suo modo di vivere, il suo amore per il Padre, è ciò che vogliamo vivere anche noi, al punto da riuscirci a consegnare ad esso completamente.

Il Maestro stesso ci dice come fare: rinnegare se stessi e prendere la croce. In queste parole possiamo leggere l’invito a rinnegare ciò che abbiamo imparato a fare per sentirci sicuri, amabili e buoni, affermati e riconosciuti. Rinneghiamo gli schemi di esperienza che ci spingono a cercare noi stessi, a non sentire le ferite e la debolezza, a fare di tutto per essere forti o sentirci al riparo. Smettiamo di cercare qualsiasi cosa che non sia la croce, cioè la logica dell’amore del Padre che desidera che tutti vivano. Solo così alla nostra fede, all’aver cioè compreso e conosciuto l’amore di Dio, seguiranno le opere, come dalla gioia viene il sorriso e dalla commozione il pianto. Quotidiano (ogni giorno) e semplice come l’amore.

04 - Set - 2021

XXIII Domenica T.O. anno B

Tempo Ordinario

XXIII Domenica

Tempo Ordinario anno B

(Is 35,4-7   Sal 145   Gc 2,1-5   Mc 7,31-37)
Domenica 5 Settembre 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Le regole (fra le altre) sul cibo o sulla purificazione delle mani e delle stoviglie (di cui ci parlava il Vangelo di domenica scorsa) distinguevano gli ebrei dai pagani, al punto tale che, nonostante Gesù avesse predicato che non è ciò che si mangia a rendere impuro il cuore, ma il peccato che esce da questo, quando lui stesso si trova davanti alla richiesta della donna siro-fenicia non vuole aiutarla e le risponde duramente: non è bene prendere il pane dei figli (ebrei) e darlo ai cagnolini (pagani). Ciò che fa la donna, però, lo apre ad una nuova logica, perché lei riconosce in lui il Signore e gli dice che il cibo basta per tutti: persino le briciole di questo pane possono sfamare. Gesù si accorge così, nei fatti e non solo nelle parole che aveva appena detto, che tutti sono chiamati alla salvezza. Questa donna pagana si dimostra aperta all’amore del Padre ed esperta nella sua logica per cui il Signore le dice: per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia. A questo punto si colloca il brano di questa domenica, nel quale Marco ci racconta un nuovo viaggio di Gesù in territorio pagano.

Gesù esce dal contesto che gli è familiare, va in mezzo a quelli che non sono il suo popolo e che non sono quelli cui è stato mandato e compie un segno in cui si fa evidente il fatto che lui è il messia, infatti deve raccomandare a tutti il silenzio, che in Marco riguarda tipicamente l’identità messianica di Gesù. Non riescono però – coloro che hanno visto – a tacere: dopo che Gesù apre la bocca e le orecchie al sordomuto, anche le bocche degli altri si aprono nel riconoscere la bontà del suo agire (ha fatto bene ogni cosa) nel quale è evidente l’agire stesso di Dio. Abbatte Gesù ogni distanza: va nel territorio altrui, tocca le orecchie e la lingua del malato, gli respira addosso, in un gesto che ricorda il soffio di Dio sul primo essere umano (Gen. 2) che passa così dall’essere una bambola di fango ad essere vivente. Poter ascoltare e poter parlare infatti abbatte il muro di isolamento in cui questo uomo si trova e così lo fa rinascere, lo ricrea. Il messia veniva a compiere questa opera di riconciliazione e di vita per tutti, come ci racconta questa prima lettura tratta dal profeta Isaia: vista per chi non era capace di vedere, orecchi aperti per i sordi, lingue che erano mute ora gridano di gioia e zoppi che saltano. Ogni morte e ogni separazione di cui facciamo esperienza ha i giorni contati, il suolo riarso che ci tormenta sta per diventare una sorgente d’acqua.

Come? In che modo Gesù fa tutto questo, ora e per ciascuno/a? Forse la seconda lettura (ancora la lettera di Giacomo) può indicarci una via. In questo brano Giacomo insegna che la fede elimina i favoritismi personali, non nel senso che non dobbiamo avere una preferenza per quelli legati a noi dall’amicizia e dalla vicinanza (questo sarebbe semplicemente disumano e infatti non è stato lo stile di Gesù), ma nel senso che quando ci si raduna, ovvero nella chiesa (perché questo non vale solo per le celebrazioni), non si possono preferire i ricchi disprezzando i poveri: questo sarebbe un giudizio perverso, perché Dio al contrario sceglie i poveri. La fede allora, cioè avere riconosciuto Gesù come Signore e quindi lasciarsi dominare dallo Spirito di lui, permette di abbattere tutte le barriere perché ci fa guardare in altro modo chi è povero, al punto da preferirlo, e perché è capace di farci fare esperienza della nostra povertà (cecità, sordità, lingua inceppata, zoppia o qualunque altra) in altro modo, come qualcosa che Dio predilige. Proprio su questa povertà che noi non vorremmo avere, su quello che ci impedisce la comunione, la condivisione, l’intelligenza e la bontà, proprio su ciò che ci fa soffrire, che disprezziamo di noi stessi e che ci umilia di fronte agli altri, proprio su questo Dio si ferma e proprio questo tocca, perché possiamo alzarci da dove siamo e ricominciare a vivere. Forse la liberazione di cui facciamo esperienza non è così eclatante ai nostri occhi, come è stata quella del sordomuto della Decapoli, ma ne riconosceremo la potenza se lasceremo che il Signore tocchi ciò che non vorremmo mai mettergli davanti ma per farlo non basta sentirne il bisogno, occorre anche ricordare quanto Giacomo dice ai suoi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano? Dio ha scelto i poveri, questo spiega perché abbia scelto noi, non abbiamo nulla da temere da ciò che tanto lo attrae.

27 - Ago - 2021

XXII Domenica T.O. anno B

Tempo Ordinario

XXII Domenica

Tempo Ordinario anno B

(Dt 4,1-2.6-8   Sal 14   Giac 1,17-18.21-22.27   Mc 7,1-8.14-15.21-23)
Domenica 29 Agosto 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Le letture di questa domenica, in cui riprendiamo il Vangelo di Marco, insistono sulla messa in pratica della parola. La fede infatti si gioca tutta sull’ascolto di ciò che Dio dice, sull’accoglienza della sua parola e sulla messa in pratica, sul rendere cioè gesti e vita ciò che si è ascoltato. Così nella prima lettura (alcuni versetti di un discorso di Mosè nel quale sono riportate le parole di Dio al suo popolo) per ben due volte troviamo l’esortazione a mettere in pratica i comandamenti di Dio, cioè le sue dieci parole. E la necessità di mettere in pratica la parola torna anche nei pochi versetti della lettera di Giacomo (che ci accompagnerà per qualche settimana) nella quale ci viene presentata la dinamica fondamentale della vita credente: ci è stata piantata dentro una parola che è capace di portarci alla salvezza e ciò accade quando questa parola diventa pratica, azione. Se si è solo ascoltatori ci si illude e pur parlando di Dio, magari pregando o compiendo gesti ad ogni evidenza religiosi, si sta facendo qualcosa d’altro che essere credenti. Sembra che Dio sia semplice e concreto, come i bambini e gli anziani: gli interessano solo i fatti, magari piccoli, ovvi, anche faticosi, ma solo i fatti, perché solo nei fatti si dà l’amore e la relazione.

D’altra parte, proprio per questo, proprio perché Dio è interessato solo all’amore e alla relazione, non gli interessano i gesti che sono solo esteriori, magari fatti per ostentare la propria bravura o per sentirsi impeccabili: in questo caso anche la Parola di Dio e le azioni che la mettono in pratica vengono ridotte a tradizioni di uomini. I gesti diventano così inutili o addirittura controproducenti, perché riteniamo di essere giusti, migliori di altri, perché ci accontentiamo delle azioni che possiamo vantare e non ci interessa se il nostro cuore è lontano, se ciò che amiamo è altro da Dio o se non amiamo affatto. Da qui l’insegnamento di Gesù su ciò che esce dal cuore dell’essere umano: facciamo attenzione da cosa ci spinge ad agire, proviamo a conoscere e a distinguere i moti profondi del cuore, per comprendere se stiamo compiendo qualcosa di puro oppure no. Impariamo a comprendere se è la Parola che abbiamo ascoltato a diventare gesto perché ha messo radici in noi o se i gesti sono esteriori, senza amore, senza essere radicati nell’amicizia con Dio.

È probabile che, insieme all’amore che proviamo a vivere, intorno alla parola che ci è stata piantata dentro, nel nostro cuore troveremo furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, stoltezza, superbia, invidia. È bene guardare e sapere, perché così non affideremo la nostra salvezza ad una serie di atti incapaci di cambiarci il cuore, ma torneremo continuamente alla Parola che sola è capace di condurci alla comunione con Dio. Così facendo anche le nostre azioni verranno trasformate, diventando frutti concreti dell’amore che ci è stato detto e cui continuamente attingiamo.

Facciamo nostra allora l’esclamazione stupita di Israele: davvero nessuno ha un Dio così vicino che costantemente rinnova la sua parola perché invadendoci il cuore ci riempia le mani e il corpo di pratiche d’amore, rendendo le nostre giornate una continua occasione per custodire la vita altrui e la nostra.

20 - Ago - 2021

XXI Domenica del T.O. anno B

Tempo Ordinario

XXI Domenica

Tempo Ordinario anno B

(Gs 24,1-2.15-17.18   Sal 33   Ef 5,21-32   Gv 6,60-69)
Domenica 22 Agosto 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Dio non è uno cerca seguaci o ammiratori. Nel brano del libro di Giosuè (purtroppo tagliuzzato) si riporta il patto fra Dio e Israele da stipulare di nuovo, ora che le tribù sono entrate in possesso della loro terra, ora che la promessa di Dio si è realizzata. Chi volete servire ora che avete avuto ciò che speravate? Nelle parti tagliate del racconto, Giosuè cerca di scoraggiare il popolo a stringere alleanza con Dio: sarete infedeli, andate per la vostra strada. Il popolo però rimane fermo: ricorda che non era altro se non uno schiavo e sa chi lo ha liberato conducendolo altrove. Similmente nel Vangelo di Giovanni, nel brano che chiude questo lungo discorso, Gesù non si scompone di fronte al fatto che molti se ne vadano perché non riescono a credere che lui è il pane vero donato per la vita del mondo. Anzi, non solo non si scompone, ma si rivolge direttamente ai Dodici e chiede se se ne vogliano andare anche loro. Pietro afferma che non hanno altri da cui andare perché le parole di Gesù sono parole di vita eterna, rispondendo indirettamente a quei discepoli che avevano definito dure quelle stesse parole: questa parola è dura chi può ascoltarla?

Perché la stessa parola può per alcuni suonare dura (questo intendeva Giosuè quando diceva al popolo che era troppo difficile per loro la parola che ascoltavano) e per altri avere il sapore della vita eterna, di qualcosa che non si può lasciare perché – per quanto ci si senta incapaci di accoglierla e viverla – già si sa che non esiste altro che abbia una tale bellezza? La differenza sta nell’esperienza che si è fatta: se si è riconosciuto il Santo di Dio (così dice Pietro) cioè se si è sperimentato che la vita di Gesù illumina, rinnova, salva e dona vita, allora nessun’altra parola, per quanto bella, potrà attrarci di più: da chi andremo? Si tratta di un’esperienza – magari nel deserto e nella lotta come succede alle tribù di Israele – in cui si è toccata la presenza liberante di Dio: una volta toccata con mano la potenza di vita che viene da lui, le parole che ci rivolge avranno sempre il sapore della vita e mai sembreranno dure. Duro piuttosto ci sembrerà il nostro cuore incapace di accoglierle nonostante sappia chi è colui che le pronuncia.

Il brano della lettera agli Efesini che ci viene offerto nella seconda lettura può essere un banco di prova sia della vita che la parola di Dio porta che della durezza del nostro cuore. Si parla del matrimonio e di come questo possa essere considerato un segno della relazione fra Cristo e la Chiesa (ovviamente siamo sul piano dei simboli perché la chiesa non è una ragazza e Gesù non sposa nessuno), ma nel fare questo, pur ripresentando la situazione culturale del tempo che prevedeva la sottomissione delle mogli (la struttura sociale era iniqua e patriarcale, quindi sottometteva donne, bambini e schiavi), emergono le parole di vita del Vangelo: siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Magari non era possibile cancellare le norme sociali né le consuetudini assodate da millenni di subordinazione, ma si poteva vivere tutto in altro modo: le mogli per prassi sociale sono sottomesse ai mariti? E noi scegliamo la sottomissione reciproca. In più il Vangelo ci insegna un amore che deve essere quello di Cristo (non solo da parte dei mariti, ovviamente ma di tutti e tutte) che arriva a dare la vita per quelli che sono parte di lui, cioè tutti quelli che credono in lui. Di fronte ad un tale annuncio che cosa resta più della struttura ingiusta che umiliava donne e bambini? Nei fatti niente, anche se non si aveva il potere di modificare le leggi: i cristiani e le cristiane vivono un’altra logica, fanno crescere un altro mondo.

Questa parola è sembrata dura e ancora oggi lo sembra, tanto è vero che molto spesso questo brano viene interpretato come se il Vangelo ci insegnasse che sono i maschi ad essere capo delle mogli (e tanto è vero che ancora oggi nei paesi di tradizione cattolica la condizione delle donne è peggiore che negli altri paesi Occidentali, per non parlare della condizione delle donne nella chiesa). Lo sappiamo, non è facile: bisogna aver fatto l’esperienza di essere stati liberati dal Vangelo e aver toccato con mano che non c’è bellezza più grande che essere fratelli e sorelle, servirsi e donarsi vita reciprocamente, senza padroni e senza gerarchie. È una parola dura solo se non si è ancora riconosciuto in Gesù, nel suo stile e nelle sue parole, il Santo di Dio.

13 - Ago - 2021

Assunzione della Beata Vergine Maria

Assunzione Beata Vergine Maria

Dal Piccolo Eremo delle Querce Caulonia (RC)

Assunzione della Beata Vergine Maria

anno B

(Ap 11,19; 12,1-6.10   Sal 44   1Cor 15,20-26   Lc 1,39-56)
Domenica 15 Agosto 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il ritmo delle domeniche del tempo ordinario viene interrotto questa settimana dalla festa dell’Assunta. La Scrittura non parla del momento in cui Maria è passata dalla vita su questa terra alla vita in Dio, ma la comunità credente (che molto presto ha cominciato a celebrare la memoria del passaggio dei martiri e dei santi alla vita con Dio) ha creduto che Maria doveva aver affrontato la morte senza venirne toccata. Lei che non ha ceduto al male in nessun modo doveva essere arrivata davanti alla morte con una singolare fortezza, tanto da godere immediatamente della resurrezione (che altro significa essere assunta in cielo anima e corpo se non risorgere alla vita con Dio?). Nella sua storia poi la chiesa – pur faticando per le categorie utilizzate che hanno finito per parlare di Maria come dell’unica destinataria di privilegi singolari, lontanissima da tutti gli altri – ha saputo leggere in questo destino glorioso di Maria un pegno di speranza, l’anticipo di ciò che ci aspetta. Lei diventa così il segno grandioso perché i credenti sappiano che la morte non è in grado di toccarci.

E di segno grandioso parla il brano dell’Apocalisse (prima lettura) che descrive la chiesa, non Maria, come una donna che sta per partorire. In questa donna che lotta per la propria vita e per quella del bambino (perché sempre un parto, soprattutto dove non si dà ospedalizzazione, è un luogo in cui tutti rischiano la morte), per di più in condizioni improbe (davanti al drago che li vuole divorare), si vedeva la chiesa sofferente e perseguitata, ma anche affaticata dalla propria infedeltà, impegnata nella fatica di  mettere al mondo la vita, cioè Cristo Signore reso presente dalla testimonianza dei credenti. Anche la seconda lettura (prima lettera ai Corinzi) ci parla di una fatica, ma nella forma di un combattimento che vede Cristo sconfiggere tutti i nemici, l’ultimo dei quali è appunto la morte.

Potremmo concludere quindi che la liturgia di oggi ci spinge a contemplare Maria alla fine della sua lotta contro il male in tutte le sue forme, che in modo suggestivo si può cogliere proprio come un travaglio di parto, alla fine del quale resta solo la vita che nasce e il riposo sazio di chi ha travagliato. Così la possiamo pensare nel suo passaggio dalla vita terrena a quella del cielo: impastata della fatica e della bellezza della sua storia, eppure sazia e colma di pace, come una partoriente alla fine della sua fatica. La morte ha provato a minacciarla, ma è stata sconfitta.

Questo travaglio da portare a termine è anche il nostro. Per comprendere come diamo la parola – come fa il Vangelo – alle donne (d’altra parte in materia di travaglio sono delle esperte) e in particolare alle profetesse che Luca ci mette davanti in questa pagina famosissima e straordinaria. La prima che profetizza è Elisabetta e dichiara Maria – e ciascuno di quelli che fa come lei – beata per la sua fede. La fede allora è ciò che permette di condurre a termine felicemente il travaglio, perché (guardiamo cosa fa Maria in questa pagina) ci fa muovere da dove siamo, ci fa servire, ci fa mettere al mondo la salvezza. La seconda profetessa è Maria che intona il Magnificat insegnandoci che il travaglio si porta a termine riconoscendosi creature fragili e povere e, proprio perché tali, disposte ad aprirsi ai doni di Dio che promettono e realizzano la giustizia della fraternità: una giustizia che rifugge tutte le gerarchie (i potenti scendono dai troni ai livelli degli altri) e ogni disuguaglianza (le mani dei ricchi vengono svuotate di ciò che hanno in più perché nessuno abbia più fame).

La via è indicata, la meta già si può intravvedere, per questo la chiesa – oppressa come tutti dalle minacce della malattia, della violenza, della distruzione della Terra – si ferma in questi giorni caldissimi e prende fiato, come se una brezza fresca portasse via l’opacità dell’afa e ci lasciasse per un attimo vedere più lontano da dove, sorella e amica, Maria ci sorride e di nuovo canta per noi il Magnificat per ricordarci cosa dobbiamo sperare e per cosa dobbiamo vivere.

06 - Ago - 2021

XIX Domenica T.O. anno B

Tempo Ordinario

XIX Domenica

Tempo Ordinario anno B

(1Re 19,4-8   Sal 33   Ef 4,30-5,2   Gv 6,41-51)
Domenica 8 Agosto 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Come si può riconoscere che Gesù, la sua vita e la sua parola, sono un pane che fa vivere, addirittura che fa risorgere quando si cade nella morte? Sappiamo di chi è figlio – dicono i giudei – quindi come può dire che è disceso dal cielo, che è il dono che Dio dà (come aveva dato la manna) per farci vivere? Il Signore risponde con grande semplicità. Non comincia a difendere se stesso, a dimostrare, ad elencare i segni fatti, ma in modo del tutto essenziale dice che solo chi è attirato dal Padre può riconoscere in lui colui che è stato mandato per dare vita al mondo. Occorre infatti, per riconoscere in Gesù l’inviato di Dio, avere una qualche intimità con Dio stesso, magari nemmeno cosciente o pensata, ma semplicemente vissuta, come capita a chi è docile alla logica dell’amore – che viene sempre dallo Spirito – e si dedica a far vivere altri. Il Padre infatti non manda solo il Figlio, ma anche lo Spirito che ci abita e ci sussurra nel cuore ciò che Dio vuole e spera. Chi è capace di cogliere il suo mormorio nelle mille voci e rumori che si affollano intorno a noi e dentro di noi, allora può riconoscere in Gesù colui che è capace di farci vivere, ora e nella morte.

La prima lettura (primo libro dei Re) ci racconta di come Elia riesca a cogliere il mormorio dello Spirito nello sconforto. È stanco, non vuole più vivere: l’ennesima delusione vissuta proprio mentre cerca di servire Dio con tutto se stesso l’ha sfinito. In realtà non c’è nessuna garanzia che fare il bene porti ci porti il bene, non è detto che servire Dio ci conduca a risultati, tranquillità o anche solo benessere. Elia infatti percepisce che qualunque cosa faccia resta solo e sconfitto. Da adulti molte volte ci si sente così, come se il tanto impegno e il tanto bene che si è cercato di fare fossero del tutto inutili: ora basta, Signore. Ma Dio prepara cibo ed acqua ad Elia per due volte: sonno, pane e acqua per avere le forze di camminare ancora una volta e incontrare il Signore nella brezza di un vento leggero, mite eppure indomabile. Così per noi prepara il cibo della parola di Gesù, del suo vissuto, dei segni che celebriamo nei sacramenti, della comunione con i fratelli e le sorelle, del bene concreto fatto e ricevuto, un cibo che può farci rialzare anche quando dovessimo arrivare a pensare che non sia più possibile andare avanti o non ne valga più la pena.

Questo cibo, che ci fa vivere sempre, qualunque sia la fame o la morte che incontriamo, è il dono stesso che Gesù fa di sé: egli infatti (così leggiamo nei pochi versetti della lettera agli Efesini) ci ha amato e ha dato se stesso per noi offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. Gesù si dona – lungo tutta la sua vita e nella morte – per vedere noi vivere: la sua non è la morte degli eroi o dei folli votati ad una causa, è piuttosto la vita spesa fino alla fine per far vivere quelli che ama, noi. Accogliere questo dono ci nutre (per tornare al segno del pane) perché nel momento in cui accogliamo il suo dono cominciamo (come di dice ancora la lettera agli Efesini) anche noi ad amare come lui, vivendo concretamente nella carità, correggendo il modo di parlare e di agire con gli altri, usando con loro misericordia (il perdono che fa vivere) e benevolenza (il bene fatto perché l’altro viva). Se Elia non avesse mangiato il cibo o non avesse camminato verso il monte Oreb, il dono ricevuto sarebbe andato sprecato, così è per noi se non lasciamo che il cibo di Gesù – ciò che lui ha vissuto ed è – ci trasformi nelle parole e nelle opere introducendoci già ora nella vita, per poter sperare poi nella resurrezione. Se però ascoltiamo il mormorio del Padre e ci lasciamo attrarre alla bellezza della vita e dell’amore di Gesù, avremo occhi per riconoscere il valore del dono che lui è per noi e nel riconoscerlo finiremo per imitarlo, scoprendo che in questo sta tutta la vita possibile.

30 - Lug - 2021

XVIII Domenica T.O. anno B

Tempo Ordinario

XVIII Domenica

Tempo Ordinario anno B

(Es 16,2-4.12-15   Sal 77   Ef 4,17.20-24   Gv 6,24-35)
Domenica 1 Agosto 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Dopo la moltiplicazione dei pani, che abbiamo letto domenica scorsa, il sesto capitolo del Vangelo di Giovanni continua con un confronto fra Gesù e la folla che lo interpella. Gesù si era sottratto da coloro che volevano farlo re, che però continuano a cercarlo e ai quali contesta il fraintendimento di ciò che lui ha operato: mi cercate perché vi siete saziati non perché avete visto dei segni. Il pane che Gesù ha offerto alla folla non aveva lo scopo di saziare quindi, ma era un segno, qualcosa capace di mostrare quale sia il vero nutrimento: chi si era fermato al pane e alla sazietà aveva frainteso tutto.

Il pane di Gesù, infatti sfama, ma non sazia. Gli esseri umani invece spesso inseguono l’illusione della sazietà, di vivere cioè senza sentire i bisogni e senza dover cercare ciò che serve, sul piano materiale, affettivo o sociale: l’uomo vecchio (per usare i termini della seconda lettura, ancora dalla lettera agli Efesini) insegue la sensazione della sazietà, cercando di negare il dato fondamentale della condizione umana, il fatto cioè che dobbiamo ricevere continuamente vita da Dio, dagli altri e dal creato. La vita umana non conosce la sazietà che non sente il bisogno di nuovo nutrimento se non per pochi e brevi momenti, quasi sempre invece si sperimenta la necessità di essere nutrita un giorno dopo l’altro, quel tanto che basta, come accadeva agli ebrei nel deserto con la manna che ricopriva la terra ogni mattina e non durava più di un giorno (prima lettura).

Occorre allora (per riprendere ancora le parole della seconda lettura) rinnovare lo spirito della nostra mente e smettere di inseguire tutte quelle passioni (anche di stampo religioso) che ci promettono illusoriamente una sazietà di qualsiasi tipo, per rivestire invece l’essere umano nuovo nella giustizia (stando davanti a Dio come chi non può che riceversi continuamente da lui) e nella santità (lasciandosi nutrire per nutrire altri).

Possiamo fare nostra la domanda della folla a questo punto: che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? L’opera per eccellenza è riconoscere e credere al cibo con cui Dio ci nutre e che – oltre a concretizzarsi nei molti e diversi doni che continuamente ci sono rivolti – tocca il culmine nella persona di Gesù che è stato mandato proprio per darci vita. Il Signore, infatti, (senza saziarci, perché non cercheremmo più lui né ci muoveremmo verso altri, ma ingannevolmente inseguiremmo questa condizione che può solo essere provvisoria) ci sfama e ci disseta con la sua parola da fare nostra, con la sua vita, con la sua presenza nel mondo e nella liturgia, rendendoci forti e pronti a servirlo e camminare. Così ogni deserto della vita, nel quale inevitabilmente sentiamo con più forza la fame e la sete, diventerà prova e memoria della cura quotidiana di Dio (non è questa cura che medita e celebra il salmo responsoriale?) nonché promessa di una vita rinnovata un giorno dopo l’altro, senza fame né sete in eterno, liberati dalla morbosa ricerca della sazietà per poter finalmente riconoscere i segni che continuamente il Signore pone davanti a noi per la vita.

22 - Lug - 2021

XVII Domenica T.O. anno B

Tempo Ordinario

XVII Domenica

Tempo Ordinario anno B

(2Re 4,42-44   Sal 144   Ef 4,1-6   Gv 6,1-15)
Domenica 25 Luglio 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

A partire da questa domenica, per qualche settimana, interrompiamo la lettura del Vangelo di Marco per dedicarci al sesto capitolo del Vangelo di Giovanni nel quale è riportato, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani che leggiamo questa domenica, un lungo discorso di Gesù sul pane della vita.

Nel Vangelo ci viene raccontato (con una dinamica praticamente sovrapponibile a quella dell’episodio narrato nella prima lettura e che vede protagonista il profeta Eliseo) che a partire dal poco cibo che un ragazzo aveva con sé viene sfamata una moltitudine di persone e con una tale abbondanza da poter portare via gli avanzi. Il segno che Gesù compie viene incorniciato dalla reazione della folla: all’inizio si dice che lo seguono sul monte perché hanno visto i segni sugli infermi, poi – alla fine – dopo che la folla è stata sfamata si racconta che, visto il segno, vogliono farlo re, ma Gesù si ritira sul monte, questa volta solo. Perché Gesù sfama la folla se poi rifiuta il “successo” che gli viene da ciò che ha compiuto? Sembrerebbero essersi convinti del fatto che è un profeta, quello che deve venire: perché dunque Gesù si sottrae?

I segni sono sempre ambigui: possono distrarci con la loro efficacia e la loro forza e in questo modo possono farci pensare che Dio è colui che risolve i problemi, colui che conviene avere vicino per trarne tutti i benefici possibili e tangibili: salute (lo seguono per i segni sugli infermi), cibo (vogliono farlo re dopo essere stati sfamati). Non è questo però il motivo per cui Gesù compie dei segni e non è questo il significato che essi svelano: questo sarà evidente sulla croce che nel Vangelo di Giovanni è il segno per eccellenza, posto nella nudità più radicale.

Quale potrebbe essere dunque il significato del segno della moltiplicazione dei pani? Certamente l’evangelista, nel raccontare questo segno, ha in mente la celebrazione eucaristica: i credenti che si radunano per ricevere in dono un pane che è capace di sfamarli tramite quello che loro stessi condividono. Gli esegeti commentano spesso questo segno – riportato anche dagli altri Vangeli – dicendo che forse il miracolo compiuto da Gesù è stato riuscire a far mettere in comune quel poco che ciascuno aveva con sé: una volta che tutti hanno condiviso il poco che avevano, si accorgono che non solo basta per tutti, ma che ne avanza abbondantemente. E questa è proprio la logica della celebrazione eucaristica: la chiesa si raduna e ciascun credente porta con sé la propria offerta – in denaro, per la vita della chiesa e per i poveri, ma anche in doni, esperienze vissute, fatiche e gioie – e a partire da questa condivisione lo Spirito di Dio realizza un pane da spezzare insieme nel quale Cristo stesso è presente, vivo, operante.

Gesù moltiplica i pani, dunque, non per esaltare se stesso, per insegnare ai suoi l’unità (che viene descritta e rimarcata splendidamente dalla seconda lettura tratta ancora dalla lettera agli Efesini): offrendosi reciprocamente ciò che sono, i credenti possono essere resi un corpo solo dal dono di Dio e così il poco che abbiamo diventa così tanto da permetterci di sfamare non solo i fratelli e le sorelle che siedono a mensa con noi, ma anche tutti gli altri dai quali torniamo. L’unico pane che mangiamo (quanto sarebbe importante mangiare tutti il pane consacrato nella celebrazione cui partecipiamo!), il pane in cui Cristo si fa presente, è impastato delle nostre vite dunque e così ci nutriamo reciprocamente, perché il poco che abbiamo condiviso viene abitato da Dio e si moltiplica. A noi solo il compito di custodire questo dono con umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandoci a vicenda nell’amore, rinsaldando il vincolo della pace, ricordando che abbiamo un’unica speranza, un’unica fede e un solo Padre che opera per mezzo di tutti e in tutti è presente, là dove ci sediamo gli uni accanto agli altri per offrici ciò che abbiamo, quanto sia poco non importa davvero.

16 - Lug - 2021

XVI Domenica T.O. anno B

Tempo Ordinario

XVI Domenica

Tempo Ordinario anno B

(Ger 23,1-6   Sal 22   Ef 2,13-18   Mc 6,30-34)
Domenica 18 Luglio 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La nostra bontà si misura sulla vita di quelli che ci sono affidati. Forse il commento delle letture di questa domenica si potrebbe chiudere anche qui, con questa sola frase. Nella prima lettura il rimprovero ai pastori – i re, i sacerdoti, tutti quelli che hanno una qualche responsabilità sugli altri – non riguarda le intenzioni del cuore o il rispetto delle regole, il rimprovero si gioca sul fatto che le pecore che erano state loro affidate non vivono, sono disperse, soffrono. Il criterio di giudizio non riguarda l’interiorità del pastore, ma il benessere delle pecore: se ciò che ci è affidato vive, allora siamo pastori secondo il cuore di Dio, che non fa mancare (ce lo ricorda il salmo) pascolo, acqua, riposo; se invece ciò che ci è affidato muore, soffre, si disperde, siamo pastori che si preoccupano solo di pascere se stessi, magari giustificandoci con il rispetto del ruolo che abbiamo e con le norme stabilite.

Il Signore, in questi pochi versetti di Marco, ci viene presentato come un pastore straordinario – nella prima lettura era stato promesso questo re-pastore saggio che avrebbe esercitato la giustizia – perché non gli interessa tenere fermo ciò che ha deciso o ciò che è opportuno, gli interessa solo la vita di quelli che gli sono affidati. E così lo troviamo indaffarato subito dopo aver promesso ai suoi il riposo e un luogo in disparte, perché dopo aver colto il loro bisogno, coglie quello delle folle e non può sottrarsi ad esso. Dice Marco che il Signore ebbe compassione e usa un verbo che indica proprio la contrazione delle viscere, quella profonda pena e tenerezza che è tipica delle madri nei confronti dei loro figli. Gesù sente la fatica delle folle dentro di sé, come le madri sentono il pianto dei propri bambini più forte degli altri e percepiscono ogni loro dolore più intensamente di quanto facciano i figli stessi. Quando il Signore sente questa pena dentro di sé, quando sente le folle dentro di sé, come il Padre, il cui grembo è sempre contratto per la fatica dei figli e delle figlie, non può che dare loro ciò che serve per vivere: si mette ad insegnare. Aveva visto la stanchezza dei discepoli e li porta in disparte a riposare, ma davanti al bisogno estremo delle folle che non sanno lasciarlo andare perché la loro vita è troppo in affanno, cambia programma e si prende cura di loro.

Abbiamo davanti agli occhi il pastore capace di radunare il gregge perché non può pensare a se stesso prima che a quelli che gli sono affidati, dal momento che sente dentro di sé il loro bisogno e la loro fatica come se fossero il suo bisogno e la sua fatica. Non c’è alcun ruolo e nessuna regola che contino, solo quelli che si porta dentro e che non può sopportare di veder soffrire.

E così, curando e nutrendo, raduna tutti quelli che cercano la vita, neppure uno si perde – ci diceva la prima lettura – ogni muro che li divideva si abbatte – ci dice la seconda lettura tratta dalla lettera agli Efesini – perché tutti ci ritroviamo in lui, nella sua umanità, nel suo corpo, nella sua vita. Tutti possiamo riconoscere che in lui l’amore del Padre è evidente e realizzato e tutti possiamo scegliere di viverlo, perché come lui siamo esseri umani e tutto ciò che dobbiamo fare è avere le sue stesse viscere umane, tenere, pronte alla compassione, invase da quelli che gli sono affidati al punto da non poter vivere se essi non vivono. E questa umanità è quella che ci fa figli e figlie di Dio, in tutto simili al Padre.