XV Domenica T.O. (A)

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10 - Lug - 2020
Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

XV Domenica T.O.(A)

(Is 55,10-11   Sal 64   Rm 8,18-23   Mt 13,1-23)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Ascoltare e vedere, come anche comprendere ciò che vediamo e sentiamo, non è un’operazione ovvia, per cui se una cosa è davanti ai nostri occhi certamente la vedremo così come è. In effetti molto di ciò che vediamo, ascoltiamo e capiamo dipende da ciò che noi vogliamo vedere, sentire e comprendere. Le parole, ma anche la realtà che si pone davanti ai nostri occhi, non si impongono, si offrono davanti a noi e possono aprirci una comprensione nuova, ma ciò non accadrà se chi guarda non decide di vedere e chi ascolta non decide di voler sentire.

Parlare in parabole permette a Gesù di provare ad aggirare alcuni dei muri, delle precomprensioni, dei pregiudizi, che impediscono il nostro ascolto. Infatti se si fosse messo a parlare (nel caso della parabola del seminatore) della docilità all’ascolto della parola di Dio, tutti sarebbero stati pronti a dire di essere buoni ascoltatori (anche noi forse), invece parla di un seme e di diversi tipi di terreno e così, mentre ci concentriamo sulla logica del seme e delle condizioni del terreno, non poniamo in atto le difese che ci impediscono di prendere sul serio ciò che ci sta insegnando e cioè: se è vero che la parola è sempre in grado di portare il suo effetto (come ci ricorda il profeta Isaia nella prima lettura) è anche vero che questo effetto dipende dal cuore che la accoglie. E così il messaggio ci colpisce prima che possiamo trovare mille espedienti per non ascoltarlo: che terreno sei?
Nella parabola i diversi casi della crescita del seme ci portano a vedere una piantina sempre più alta, come se ogni volta potessimo sperare che sia quella buona. Se infatti il seme gettato lungo la strada viene portato via subito senza spuntare per nulla, quello gettato sul terreno sassoso spunta un po’ ma non dura, perché è senza radici. Allora guardiamo con speranza alla terza semina, quando la pianta cresce fino a che però non la vediamo soffocata dalle spine, per arrivare finalmente al seme che cresce dando frutto abbondante, anche se non sempre in egual misura. Forse il nostro cuore sperimenta tutte queste fasi e forse la parabola ci vuole insegnare che perché arrivino i frutti ci vuole la pazienza di occuparsi del terreno, perché, se il terreno è sgombro, poi il seme farà ciò per cui è stato gettato.
Magari a volte il nostro cuore è così duro che la parola non riesce ad attecchire in nessun modo, è come una strada battuta continuamente, che non lascia al seme alcuna possibilità. Altre volte si lascia fecondare, ma poi le sofferenze e le persecuzioni ci spingono a rifugiarci in altre parole e la parola seminata in noi si secca, incapace di produrre frutti. Altre volte ancora i germogli rigogliosi che nascono in noi vengono sommersi dalle preoccupazioni e dalle ricchezze, come se questi fossero piante più floride e robuste che rubano aria e nutrimento alla parola fino ad invaderci il cuore per intero. Altre volte infine la nostra è una terra buona che porta frutto abbondante, a volte trenta, a volte sessanta, a volte cento.
Ci ammonisce il Signore a vegliare sul nostro terreno, a chiederci come ascoltiamo e a che cosa facciamo spazio, ma forse ci suggerisce anche che non siamo condannati ad essere sempre la stessa terra, sappiamo cosa ci è di ostacolo per un ascolto autentico e sappiamo che la parola è efficace, possiamo dunque sempre sperare di essere un terreno buono o di diventarlo.
Le difficoltà non mancano (uccelli del cielo, sassi, spine…), ma la parola è potente e noi possiamo sempre scegliere di ascoltare. Vale per il nostro cuore quello che questa pagina straordinaria della lettera ai Romani (seconda lettura) dice per la creazione: le sofferenze (e le difficoltà) di oggi non sono paragonabili alla gloria futura. Tutta la creazione aspetta di vedere la rivelazione dei figli di Dio (i frutti che sapremo portare) e intanto soffre nel travaglio del parto attendendo la vita che sta in fondo al travaglio. Così anche noi soffriamo le doglie del parto (la fatica di rendere il nostro cuore un terreno capace di portare frutto), ma già sappiamo che ci attende l’adozione a figli, la redenzione del corpo, la pienezza della vita.
E così se è vero che la semina e la crescita sono faticose, come il travaglio è fatto di sofferenza e di paura, è vero anche che i frutti sono abbondanti e rigogliosi, come la gioia della nascita di un/a figlio/a fa dimenticare il dolore provato. E così con lo sguardo già fisso sulla messe abbondante, che Dio è capace di trarre dal nostro cuore minacciato, diciamo col salmista: tu visiti la terra e la disseti, la colmi di ricchezze. Coroni l’anno con i tuoi benefici, al tuo passaggio stilla l’abbondanza. Le valli si ammantano di messi: gridano e cantano di gioia! Questo è quello che possiamo sperare per il nostro cuore, perché la parola non ritorna a Dio senza aver compiuto ciò per cui l’ha mandata.
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