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07 - Apr - 2020

Settimana Santa: Giovedì, Venerdì

francesco abbraccia crocfisso mosaico

Settimana Santa: Giovedì, Venerdì

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il primo giorno del triduo pasquale è il venerdì (giorno in cui riviviamo la passione del Signore) ma viene introdotto dal giovedì sera dove riviviamo l’ultima cena di Gesù, nella quale Gesù stesso ci spiega come comprendere ciò che sta per accadere. La sua morte, infatti, si presenta come un atto brutale e ingiusto (e lo è), per cui, senza occhi capaci di vedere oltre, non c’è motivo per restare di fronte ad essa. Per questo Gesù, prima di morire, si preoccupa di insegnarci a guardare ciò che sta per accadere.

Due sono i gesti che Gesù fa per permetterci di comprendere il significato profondo della sua Pasqua. Il primo è un memoriale, come quello celebrato da Israele prima di partire dall’Egitto, capace di dire che la morte, anche se così vicina, non è capace di toccarci (il sangue dell’agnello sulla porta impediva alla morte di entrare nella casa). Gesù sfrutta la stessa logica per lasciare un’altra cena (che la chiesa ripeterà lungo tutta la propria storia per rendere presente il mistero della Pasqua di lui), capace di mostrare che lui vive la propria morte non come un annientamento, ma come un dono fatto ai suoi perché vivano. Un pane spezzato per nutrire altri e un vino versato per rallegrarli.
Giovanni ricorda invece un altro gesto: la lavanda dei piedi. Anche questa è scelta da Gesù per spiegare ciò che accade: muore per servire chi ama e perché questi poi facciano lo stesso per altri (Gesù non si fa lavare i piedi da Pietro, perché potremo lavare i piedi di lui, ricambiando così il suo dono di amore, nei piedi di quelli che ci sono dati da servire). Entrambi i gesti, spezzare l’unico pane (e bere l’unico vino) e lavare i piedi, rivelano ciò che dobbiamo guardare in questa morte terribile: l’amore smodato di Gesù che ama i suoi (e ciascuno/a di noi) fino alla fine.
A questo punto riviviamo l’ultimo giorno di Gesù. La liturgia della Parola ci presenta il quarto e ultimo canto del servo del Signore, in cui qualcun altro tanto tempo fa ha già sofferto ciò che toccherà a Gesù (perché le vittime delle ingiustizie e delle violenze sono innumerevoli) e che Gesù fa suo, identificandosi con tutti coloro che soffrono, con tutte le vittime della storia. Queste – ci rivela il canto del servo – sembrano colpite da Dio, ma misteriosamente portano il peso del male a favore di tutti: nella vicenda di Gesù questo diventa straordinariamente evidente, perché dopo il tormento vede la luce. Le preghiere di lui, ci spiega la lettera agli Ebrei, di essere salvato dalla morte vengono esaudite, perché dopo la passione è risuscitato e così è diventato guida e fonte di salvezza per tutti quelli che lo seguono. Nessun male può toccarci, perché nella vicenda di Gesù si fa evidente che chi confida nel Signore non resterà deluso, qualsiasi male gli sia inflitto dagli esseri umani o dalle contingenze della vita.
Nel racconto della passione Giovanni ci presenta Gesù come un re. Un re che possiede un regno che non è di questo mondo, per vedere ed entrare nel quale bisogna avere un’altra logica (chi è dalla verità) da quella del potere e della ricerca di se stessi. I capi dei sacerdoti, pur di uccidere Gesù, dichiarano il tradimento dell’alleanza perché dichiarano di non avere altro re se non Cesare. La violenza e il bisogno di mantenere ciò che possiedono li accecano. Gesù invece si consegna totalmente: a chi lo schiaffeggia perché ha “osato” rispondere chiaramente al sommo sacerdote risponde con ferma mitezza, a Pietro che estrae la spada insegna a rinnegare la violenza, davanti alle guardie si preoccupa per i suoi, perché li lascino andare.
Gesù non deve difendere niente di sé, perché tutto in lui è dono offerto ad altri e proprio per questo non può restare nella morte. Non solo perché il Padre lo resuscita, ma perché la vita che lui offre (emise lo Spirito, lascia andare cioè ciò che lo tiene vivo) continua in quelli che si lasciano servire e nutrire dal dono di lui. Questi, animati dallo Spirito di lui, faranno la sua stessa strada costituendo il regno di quelli che, amando fino alla fine, sconfiggono la morte.
La primizia di questo regno sono quelli sotto la croce: il gruppo di donne, fra cui la madre di Gesù, e il discepolo, che in qualche modo li rappresenta tutti. Gesù nel vederli insieme dà l’ultimo insegnamento, che potremmo interpretare così: “prendete come madre, come guida e riferimento autorevole, colei che con la sua fede ha condotto anche me a prendere la mia strada (quel lontano giorno a Cana di Galilea). Condividete la fede di lei, ciò che lei riesce a vedere, per poter arrivare a un’ora come questa, dove tutto in voi – come accade oggi per me – sarà dono e consegna. Allora tutto sarà compiuto”.
05 - Apr - 2020

Settimana Santa : Lunedì, Martedì, Mercoledì

francesco abbraccia crocfisso mosaico

Settimana Santa: Lunedì, Martedì, Mercoledì

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La liturgia della Parola della settimana santa, cuore del tempo liturgico perché ripresenta il cuore del tempo ovvero i giorni del mistero pasquale, ci introduce a questo meditando in modo particolare i canti del servo del Signore scritti nel libro del profeta Isaia (la prima lettura ci ripresenta un canto ogni giorno) e alcuni brani dei Vangeli in cui Gesù, ormai prossimo alla morte, parla con i suoi di quanto sta per accadere. Sembrano Vangeli dominati dalla presenza degli amici, rivelativi di come Gesù li amasse.

Lunedì troviamo Gesù a cena con gli amici di Betania. In particolare troviamo Maria (la sorella di Marta e Lazzaro) che unge i piedi di Gesù e li asciuga con i capelli. Anche Matteo e Marco raccontano un’unzione da parte di una donna (non identificata) prima della Pasqua, ma è un’unzione sul capo. Simili sono le reazioni dei discepoli (anche se nel brano di Giovanni si parla della reazione del solo Giuda e con disprezzo) che si lamentano dell’olio sprecato e simili sono anche le risposte di Gesù. Ciò che cambia radicalmente è che qui è l’amica che Gesù ama a compiere il gesto e che lo compie sui piedi di lui: con amore, intimità, cura. Ella si permette di onorare il corpo di lui con la confidenza delle sorelle e spreca per questo un olio di grande valore. Il fatto che unga i piedi di Gesù (richiamando l’altro episodio, raccontato da Luca al cap. 7, della donna peccatrice che lava con le lacrime i piedi di lui) è di estremo interesse, perché poco dopo Gesù ripeterà un gesto simile sui piedi dei discepoli: solo Giovanni racconta l’unzione sui piedi da parte dell’amica di Gesù e solo Giovanni racconta la lavanda dei piedi da parte di Gesù ai suoi amici. Sembra di poter dire che Maria di Betania suggerisca a Gesù il gesto con cui lui spiegherà ai suoi ciò che sta per accadere (cioè la lavanda dei piedi). Maria mostra a Gesù col proprio amore che la sua morte non va pensata come un fallimento, ma come uno spreco d’amore, un atto dal quale Dio trarrà la vita per tutti. Gesù è affascinato dal gesto di lei e lo ripete per quelli che ama, su loro si china a lavare i piedi, onorandoli, come Maria aveva fatto con lui: accoglie l’insegnamento di lei secondo il quale ciò che è dato per amore non va perduto, ma porta vita. Gesù sceglie un gesto mite, che però non potrà mai essere messo a tacere (così come è lo stile del servo del Signore della prima lettura) perché il Signore, che crea i cieli, distende la terra e dà respiro a ciò che vive, ha stabilito il suo servo (Gesù) come alleanza del popolo e luce delle nazioni.
Il martedì santo, il secondo canto del servo (prima lettura) ci lascia intravvedere lo scoraggiamento di fronte al fallimento: invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. A questo scoraggiamento Dio risponde rilanciando la propria chiamata: il servo non sarà mandato solo ad Israele, ma anche alle nazioni. Anche il Vangelo di questo giorno, tratto sempre da Giovanni, introduce il dramma del fallimento parlando di tradimento. Parla però anche di altro. Gli amici di Gesù quando vedono il suo turbamento nel parlare di chi lo avrebbe tradito (che dolore è ricevere il male e il disprezzo di chi si ama, di quelli con cui si condivide tutto!) gli si stringono intorno. Giuda se ne va, ma gli altri restano. Resta Pietro che vorrebbe seguire Gesù, che dichiara di essere pronto a dare la vita, anche se si sente dire che rinnegherà più volte entro poche ore. Pietro, sincero e irruento, conoscerà la paura e il fallimento, ma ora si stringe intorno al suo Signore tanto amato. Restano gli altri che si chiedono chi sarà il traditore. E resta Giovanni, il discepolo che Gesù amava, che come l’amica di Gesù si prende la confidenza di toccarlo, gli poggia il capo sul petto con intimità e affetto e lo spinge a confidarsi: Signore, chi è? E Gesù, pronto a condividere tutto, rivela il traditore dandogli un boccone di pane, senza rinnegare cioè la propria amicizia: condivide il pane, come si fa con i compagni.
Il mercoledì santo siamo di nuovo di fronte al racconto del momento della cena in cui si rivela il traditore. Il Vangelo è quello di Matteo questa volta e qui Giuda si sente rispondere “tu l’hai detto” alla domanda: “sono forse io?”. Gesù fissa Giuda, con il pane in mano, e gli dice che sa del tradimento. Questo sguardo poteva fermarlo, forse. Come l’ammonizione fatta a Pietro, forse, poteva impedirli di rinnegare. Gesù si occupa dei suoi fino alla fine. Si cura di Giuda fino all’ultimo momento in cui lui gli resta di fronte e quando lo rivedrà con le guardie lo chiamerà “amico”, per rassicurarlo che da parte sua niente è cambiato, forse per offrigli un perdono che avrebbe potuto salvarlo dal suicidio (forse le parole di Gesù dette a Pietro sono riuscite almeno in questo e così lui non ha disperato dopo il proprio fallimento perché Gesù l’aveva preparato a ciò che sarebbe accaduto e perché non lo aveva cacciato pur sapendo che avrebbe rinnegato). Come può il Signore, in questo momento di prova estrema, chinarsi così su quelli che ama, con particolare riguardo per quelli che sa rinnegheranno e tradiranno? Forse il segreto del suo cuore bellissimo sta in questo terzo canto del servo del Signore (prima lettura): il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso.
Gesù conosce l’amore del Padre. Tutta la sua vita è stata fondata e vissuta sull’amore del Padre. Così affronta la morte, certo di non restare deluso. Soffre, ha paura, ma sa che il Signore l’assiste e va avanti. Questo lo rende capace di amare fino alla fine e di preoccuparsi, prima di morire, di contemplare l’amore della sua amica, rubandole il gesto per spiegare ai suoi il senso di quanto sta accadendo (lavanda dei piedi), e di prendersi cura del fallimento dei suoi parlando a Pietro e a Giuda. Solo l’amore lo domina, così ha vissuto, così muore: per questo spera di risorgere.
03 - Apr - 2020

Domenica delle Palme

domenica delle palme

Domenica delle Palme

(Is 50,4-7   Sal 21   Fil 2,6-11   Mt 26,14- 27,66)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La settimana santa inizia con questa strana domenica in cui due Vangeli ci introducono agli ultimi giorni della vita del Signore: un Vangelo che parla di esaltazione (l’accoglienza festosa di Gesù a Gerusalemme da parte delle folle) e un Vangelo che parla del tradimento, della umiliazione e della morte di lui.

Sono due Vangeli che funzionano come una lama a doppio taglio che scende giù nel cuore di ciascuno di noi per vedere se esaltiamo Gesù per comodo (per sentirci bravi, per sentirci protetti, per rassicurare la nostra identità culturale, per paura del mondo che cambia, per avere potere su altri o metterci in mostra), oppure se lo esaltiamo, se lo amiamo per ciò che lui ha vissuto e scelto, cioè la condizione di servo e la morte di croce (come ci dice la lettera ai Filippesi) nella certezza dell’amore del Padre che non l’avrebbe lasciato nella morte (realizzando così le parole del profeta Isaia che leggiamo nella prima lettura: il Signore mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza; il Signore mi assiste per questo non resto svergognato).
Lasciamo che questi due Vangeli calino la lama e aprano la nostra interiorità, rivelandoci perché cerchiamo Gesù, perché lo stiamo seguendo, perché vogliamo celebrare questa Pasqua. Siamo arrivati al momento in cui Gesù del tutto ingiustamente viene messo a morte. Matteo ha riportato poco prima la parabola dei vignaioli omicidi rivelandoci l’intenzione del Padre che mandando il Figlio nel mondo dice, nonostante tanti profeti siano già stati uccisi dal popolo: “risparmieranno mio figlio”. Ma la speranza di Dio va delusa e tutti gli eventi congiurano contro Gesù: tradimenti degli amici, ingiustizia dei capi religiosi, vigliaccheria dei potenti, ottusità dei soldati e delle folle. Nessuno fa niente per salvare Gesù, se non la moglie di Pilato, che dopo un sogno manda a dire al marito di non avere niente a che fare con questo giusto. Andiamo anche noi in mezzo alla folla e immedesimiamoci nei discepoli, perché anche noi siamo dei suoi. Sembra che tutto ciò in cui abbiamo sperato finisca. Gesù ora non compie miracoli e non insegna più nulla, ma lo vediamo mite pregare il Padre, perché se questo calice non può passare sia fatta la volontà di lui, cioè: se proprio deve passare per la croce, che Dio faccia ciò che vuole, ovvero lo riporti alla vita. Forse ci viene da dormire (per il disinteresse o la tristezza) come ai tre discepoli: che Signore è questo che non scansa la morte e che subisce l’ingiustizia fino a morirne? Questo è il momento in cui lui vuole essere scelto per quello che è: per il suo essere rivolto a Dio, come il Figlio amato, e niente altro. Qui rivela il mistero di Dio, vita d’amore condivisa, e il mistero dell’uomo, che può vivere solo in Dio.
Riviviamo questi eventi: chi siamo? Forse Giuda, pronto a tradire per un vantaggio concreto e pronto ad accorgersi di aver sbagliato, ma troppo tardi: ormai si può solo ripagare con la vita il sangue sparso, per cui si impicca. Oppure Pietro, facili a parlare di fedeltà e di sequela, quanto a rinnegare spergiurando e imprecando (per finire in un piano amaro) se essere riconosciuti di quelli di Gesù (o vivere la sua logica) ci dovesse essere di minaccia. Oppure siamo Pilato e sappiamo ciò che è giusto, ma ci approfittiamo di regole e ruoli che ci permettono di salvare la faccia mentre compiamo l’ingiustizia (continuando a pensare di aver fatto il nostro dovere). Oppure forse siamo i soldati, che infieriscono sul corpo sofferente e impotente di Gesù, come accade quando la nostra ricchezza impoverisce altri e distrugge l’ambiente, come quando pensiamo che i nostri morti valgano di più di quelli che la povertà e le guerre causano. Oppure, possiamo essere come la madre dei figli di Zebedeo, che non dorme né fugge come i propri figli, ma sta ferma sotto la croce insieme alle altre discepole. Lei, che Matteo ci aveva presentato al capitolo 20 mentre chiedeva la gloria per i propri figli, al seguito di Gesù eppure attratta dall’esaltazione e dai vantaggi (come le folle che acclamano Gesù a Gerusalemme), ora è davanti alla croce: non rinnega, non tradisce, non fugge. Beve fino in fondo il calice di Gesù, sperando forse come lui o per lui, che grida dalla croce il salmo dell’abbandonato da Dio, nella potenza d’amore del Padre che non lo abbandonerà nella morte. Lei sa che Dio lo ama e forse lo sguardo di lei, da lontano, mantiene anche Gesù nella speranza. La stessa speranza folle, forse, di Maria di Magdala e dell’altra Maria che si siedono davanti al sepolcro ormai chiuso, sfinite, incredule, oppure in attesa nemmeno loro sanno di cosa.
Siamo arrivati sotto la croce: che cosa cerchiamo da quest’uomo morente e che cosa riusciamo a vedere?
27 - Mar - 2020

V Domenica di Quaresima (A)

Quaresima

V Domenica di Quaresima (A)

(Ez 37,12-14   Sal 129   Rm 8,8-11   Gv 11,1-45)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il cammino quaresimale ci ha condotto in molti luoghi: il deserto, nel quale scegliere chi servire quando tutto il resto viene tolto; il monte della trasfigurazione, rifugio di un momento per cogliere la gloria che risplende nella vita e nella persona di Gesù; il pozzo, dove scoprire che Gesù ha sete insieme a noi e ci addita un’acqua capace di dissetarci là dove l’arsura della vita non ci dà tregua; gli occhi aperti di un cieco nato, per entrare in una luce capace di farci vedere ciò che altrimenti resta nel buio.

Ora Gesù, turbato e piangente, ci porta davanti al sepolcro del suo amico, di colui che amava molto e che è morto, senza che lui affrettasse il viaggio per raggiungerlo e senza aver fatto nulla per guarirlo a distanza come altre volte aveva fatto. In questo brano Giovanni riprende molti spunti seminati nel suo Vangelo e in particolare nel racconto del cieco nato, letto domenica scorsa, ma soprattutto – questo è l’ultimo segno di Gesù per Giovanni – allude e prepara il segno per eccellenza posto da Gesù: la sua morte e la sua resurrezione. Gesù dice di sé di essere la resurrezione e la vita, promette così a tutti la rinascita: infatti la resurrezione rivela che la vita non può essere distrutta, perché Dio la rigenera continuamente. Dio apre continuamente i nostri sepolcri (come racconta la bellissima lettura tratta da Ezechiele) per la potenza dello Spirito che abita in noi (così Paolo ai Romani) e che dà vita ai nostri corpi mortali: nel battesimo, rigenerandoci come figli di Dio, ma anche in ogni morte o lutto che dobbiamo attraversare, compresa la nostra morte e compresa questa pandemia. Dio rinnova infallibilmente la vita.

Resta vero quanto visto domenica scorsa e ora ripetuto da Gesù a Marta: se credi, vedrai. La fede ci permette di cogliere la vita che trionfa e si rinnova continuamente distruggendo ogni morte, altrimenti lo sguardo si vela e gli occhi si chiudono per non vedere ciò che nessuno di noi può sopportare. I credenti devono essere di fianco agli altri, come chi ha la vista più acuta sta di fianco a chi guarda a terra con attenzione per non cadere: loro ci dicono dove mettere i piedi, noi aguzziamo lo sguardo perché loro sappiano dove stiamo andando.
La fede però non toglie la fatica né il dolore né il pianto: Gesù stesso di fronte al suo amico è turbato, sofferente e piange. La potenza di vita di Dio è reale, ma arriva dopo un travaglio altrettanto reale. La prova è dura, ma, come già aveva detto per il cieco puntualizzando che questi non era così per la punizione di una colpa, Gesù ci svela che “questa malattia non è per la morte” ma per la gloria di Dio, perché tramite essa il Figlio venga riconosciuto. Certo Gesù parlava della malattia di Lazzaro e della propria manifestazione nel segno che stava per compiere risuscitando il suo amico, ma per noi oggi, forse, potrebbe indicare che anche questa pandemia non è per la morte, ma perché scopriamo come vera, importante, significativa, la logica del Vangelo: essere una sola famiglia umana, scoprirsi fratelli e sorelle di tutti, fermare le guerre, farsi prossimi, condividere, prendersi cura, costruire un mondo più giusto, promuovere uno sviluppo che non distrugga, essere disposti a dare noi stessi perché altri vivano certi che Dio non ci abbandona alla morte.
Non è facile avere questi occhi. Marta era pronta e Gesù la guida ad un cammino di fede, che la vede fare la più solenne proclamazione di fede dell’intero quarto Vangelo: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. Maria non ce la faceva, soffriva troppo, riesce solo a piangere. E Gesù, con lei, piange: si fa compagno anche di chi non ce la fa ad alzare lo sguardo. Poi si porta addolorato davanti alla tomba dell’amico: non ha fermato la malattia e posticipato la morte alla vecchiaia (non è questa la sete ultima da placare), ma guarda a questo dolore come un’occasione per sperimentare e mostrare l’amore vivificante del Padre.
“So che tu mi ascolti sempre…”. Forse Gesù sta di fronte all’amico morto, ascoltando il proprio dolore, per assaporare che non è possibile lasciare nella morte quelli che amiamo. Ciascuno di noi lo sperimenta: ci è insopportabile la morte di chi amiamo. Gesù vuole sentirlo, vuole saperlo, perché lui sta per morire e ha bisogno di sapere, forse, che il Padre non sopporterà di lasciarlo nel sepolcro e così lo farà rivivere. Farà della sua morte un modo per mostrare la sua potenza di vita, trasformando il male fatto dagli uomini in un bene incommensurabile. “So che tu mi ascolti sempre” e col cuore consolato chiama il suo amico fuori dal sepolcro. La morte ha i giorni contati.

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

24 - Mar - 2020

Annunciazione del Signore

Annunciazione

Piccolo Eremo delle Querce

Annunciazione del Signore

(Is 7,10-14; 8,10   Sal 39   Eb 10,4-10   Lc 1,26-38)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il 25 marzo, nove mesi prima del Natale, la chiesa celebra l’annunciazione del Signore a Maria, ovvero il momento del concepimento di lui nel grembo di Maria. Impossibile soffermarsi adeguatamente sul mistero dell’Incarnazione in queste poche righe, quindi preferiamo soffermarci su Maria che Luca tratteggia in questo brano non come la madre, ma come la discepola. L’evangelista sembra mettere in scena qui la risposta che Gesù adulto avrebbe dato alla donna che dalla folla dichiarava beata colei che l’aveva portato in grembo e allattato: beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano (Lc 11,28). E per fare questo ci presenta Maria come la discepola che accoglie la parola. Impariamo dunque da lei come essere discepoli del Signore.

Luca ci dice anzitutto che Maria una era vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide. Maria cioè era in quella fase del matrimonio ebraico per cui di diritto si era sposati, ma ancora non si conviveva (passava circa un anno fra i due momenti), per cui era ancora vergine, ma non era più sotto l’autorità paterna. Questa notazione è molto interessante, perché la verginità per una donna sposata ebrea del primo secolo non è affatto un vanto: una sposa ebrea deve generare, quindi la verginità deve essere una condizione da cui essere liberate quanto prima. La verginità non indica nemmeno una maggiore santità o integrità della persona perché avere rapporti sessuali non diminuisce in nessun modo la capacità di amare, anzi casomai è capace di accrescerla. La verginità quindi deve avere un altro significato e in questo caso, da come Maria si comporta decidendo di se stessa senza chiedere niente a nessuno, assume il valore della libertà e dell’indipendenza. Maria si comporta da donna adulta e libera, per questo può stare davanti a Dio che le chiede un’alleanza e rispondere di sì, desiderando (avvenga! in greco è espresso con il verbo ottativo che indica appunto il desiderio) che si compia ciò che le viene detto, aderendo cioè alla parola con tutta se stessa, perché era padrona di tutta se stessa. La verginità assume questo significato perché in quel periodo il marito prendeva possesso della moglie tramite il rapporto sessuale, quindi essere vergini significava non essere possedute. Oggi non è più così, ovviamente, ma questa immagine per noi deve significare la necessità di custodirsi liberi, non posseduti né asserviti ad alcun padrone, per poter accogliere la parola che Dio dice.
La verginità è anche l’obiezione che Maria fa all’angelo di fronte all’annuncio: in tutte le vocazioni importanti chi riceve l’annuncio obbietta a Dio la sua povertà, ciò per cui non è adatto al compito che gli viene chiesto. La verginità non serve per avere un bambino, è come la sterilità, bisogna venirne liberati: per questo è la verginità il contenuto dell’obiezione di Maria. E così questa verginità che Dio fa fiorire, come il deserto che diventa un giardino (perché un grembo verginale è incapace di dare vita), diventa il segno delle povertà del popolo e delle nostre che non sono ostacolo per le meraviglie di Dio, anzi conviene averle ben chiare e metterle davanti a Dio così come sono: riconoscere la nostra sterilità apre allo stupore e alla gioia per ciò che Dio sa operare proprio in essa.
Infine Maria si dichiara serva, cioè consegnata all’opera che Dio vuole compiere, per servire questa opera stravolgerà il suo matrimonio e la sua vita, seguirà il Figlio anche là dove non riuscirà a comprendere ciò che accade, arriverà fino alla croce e al cenacolo nel giorno in cui la chiesa nasce dalla potenza dello Spirito. Come lei, privi di padroni e quindi pienamente capaci di disporre di noi stessi e consapevoli della povertà che ci invade, possiamo accogliere la parola di vita che Dio pronuncia e consegnarci ad essa, così nel nostro vivere il Signore prenderà carne (come è stato per Maria e non certo solo per la gravidanza e il parto). Il Signore allora sarà presente ancora oggi nel mondo affaticato per un nuovo inizio, per qualcosa di mai visto, come il bimbo primogenito di una vergine, un inizio assoluto di libertà, povertà e dono di sé.
21 - Mar - 2020

IV Domenica di Quaresima (A)

Quaresima

IV Domenica di Quaresima (A)

(1Sam 16,1.4.6-7.10-13   Sal 22   Ef 5,8-14   Gv 9,1-41)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

L’anno A propone durante la quaresima le grandi catechesi battesimali del Vangelo di Giovanni, perché la quaresima è il tempo in cui i catecumeni si preparavano (e si preparano) a rinascere nel battesimo, celebrato a Pasqua. In questo momento, in cui non possiamo celebrare, la chiesa intera torna ad essere catecumena, ovvero celebra la liturgia della Parola, prega e poi si ferma, impossibilitata a celebrare il rito eucaristico (i catecumeni non possono assistere all’eucaristia né parteciparvi, quindi escono prima della liturgia eucaristica). Prendiamo allora questo tempo come un’occasione: riscopriamo il nostro battesimo, la nostra appartenenza a Dio, lasciamo che la sua Parola ci guidi e ci trasformi. Lasciamoci aprire gli occhi sul mondo, sulla chiesa e su di noi.

Questa domenica, infatti, abbiamo di fronte la vicenda del cieco nato cui Gesù apre gli occhi con un gesto che ricorda quello della creazione: impasta la terra con la propria saliva e poi la mette sugli occhi del cieco, che deve andare a lavarsi (deve fare anche lui qualcosa dunque) e poi cercare di capire (proprio grazie a coloro che lo interrogano per gettare discredito su Gesù, su quanto accaduto e anche su di lui) che cosa gli è successo e arrivare alla fine del suo cammino a professare la sua fede: “Credo Signore!”.
Il nostro battesimo (la nostra fede) ha le stesse caratteristiche di questa illuminazione: ci accade come un dono, chiede domande, viene messa alla prova, stravolge la vita, ci rende autonomi (niente più elemosina per il cieco) e adulti (risponde da solo non tramite i genitori) per condurci finalmente a vedere e quindi a riconoscere Gesù come Signore.
Nella lettera agli Efesini ci viene indicato chiaramente il passaggio fatto: eravamo tenebra e ora siamo figli della luce. Essere figli della luce, però, porta con sé la necessità di compiere opere degne dei figli della luce e non c’è niente di peggio, sembrerebbe, che dire di vederci mentre si è ciechi, perché non si è disposti a farsi aiutare né a farsi aprire gli occhi e così si brancola nel buio sbattendo ovunque. Allora si finisce per non riconoscere le meraviglie di Dio e nemmeno colui che le compie (come accade ai farisei) e questo, magari, proprio mentre si pensa di servire di Dio, cioè di essere nella luce. Nessuno è al sicuro da questa erronea convinzione di vedere, perché spesso ci si ferma alla superficie, a ciò che ci fa comodo vedere, perché ci aggrada di più o ci inquieta di meno.
Il Signore però ci apre gli occhi in un modo tale da guardare più a fondo, da non fermarci all’apparenza (come rischia di fare Samuele quando è mandato ai figli di Iesse per ungere il nuovo re), ma da andare al cuore, come Dio, delle persone e delle situazioni, guardarle fino in fondo e cogliere alla luce di lui ciò che altrimenti non si vede. Per esempio, guardando il cieco nato o ogni male e sofferenza che colpisce gli uomini potremmo domandarci: chi ha commesso un male perché capiti questo? “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”.  Invece la fede investe il male di una nuova luce: “né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Il male, la sofferenza, anche la morte, agli occhi dei credenti esposti alla luce dell’amore di Dio diventano il luogo in cui Dio opera meraviglie, salva, rinnova, fa risorgere. Dio non vuole il male, né lo manda, né lo permette: lo combatte, piuttosto, e lo vince.
Nessuno si accorge della bellezza del mondo come uno che vede per la prima volta dopo anni di cecità. La fede ci dona la stessa possibilità: spalancare gli occhi su ciò che siamo, sul mondo così com’è, e contemplare la bellezza vivificante di Dio che caccia le tenebre creando continuamente la vita in noi e intorno a noi, sempre e comunque: epidemie e morte compresa. Solo sotto questa luce la morte in croce di Gesù si trasforma nell’esultanza della resurrezione.
Nella quaresima di quest’anno, in cui veniamo privati della vita ordinaria, delle relazioni, della sicurezza economica, della comunità ecclesiale e della celebrazione eucaristica, in cui tanti perdono le persone che amano, in questa quaresima in cui sentiamo la minaccia per la salute e per il lavoro, abbiamo l’occasione – se lasciamo che il Signore Gesù ci apra gli occhi – di vedere le opere di Dio, di scorgere lui nello scorrere del tempo, di andare al cuore di noi stessi e di tutto ciò che facciamo e scegliamo, per portare tutto alla luce e, finalmente, portare frutto in ogni bontà, giustizia e verità.

Siamo in una valle oscura (come la vita appare fin troppo spesso), ma non temiamo alcun male e non manchiamo di nulla, perché il Signore è con noi. La fede ci apre gli occhi e così ci fa sperare e rallegrare di fronte ad ogni avversità e se qualcuno ci dovesse chiedere perché speriamo in un uomo vissuto duemila anni fa e di fronte ad una chiesa a volte così affaticata e deludente (come noi siamo), dovremo solo rispondere: una cosa sola io so, prima ero cieco, ora ci vedo. Vedo che Dio apre gli occhi ai ciechi, preludio della vittoria pasquale sulla morte.

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

13 - Mar - 2020

III Domenica di Quaresima (A)

Quaresima

III Domenica di Quaresima (A)

(Es 17,3-7   Sal 94   Rm 5,1-2.5-8   Gv 4,5-42)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Non potendo celebrare l’eucaristia, forse in questa domenica possiamo fare esperienza di quanto la Parola di Dio ci possa nutrire: in famiglia, nelle comunità religiose o soli (se non si vive con nessuno): possiamo leggere ad alta voce questa parola di oggi, lasciare spazio al silenzio, alla meditazione e poi alla preghiera che segue sempre l’ascolto, magari cantare.

Le letture previste per questa domenica sono ricchissime: il tema dell’acqua (che nella seconda lettura è si ritrova nello Spirito, spesso simboleggiato dall’acqua) le attraversa, inoltre già il brano evangelico chiederebbe da solo mille puntualizzazioni diverse. Credo però sia inevitabile che queste letture suonino forte nel silenzio di questi giorni surreali e spaventati, in cui il mondo intero e il nostro paese in particolare appaiono minacciati da ciò che ha rivelato in un battibaleno tutta la fragilità della nostra vita e dei nostri sistemi sociali ed economici. Ascoltiamo questa parola a partire da qui allora.
La lettera ai Romani, bellissima, ci dichiara una speranza che non delude, perché già facciamo esperienza dell’amore di Dio che fa vivere, dello Spirito cioè che è stato riversato nei nostri cuori (come l’acqua che ricolma un recipiente). Non dobbiamo guadagnarci questo amore, c’è sempre stato, anche quando eravamo (e siamo!) peccatori, anche quando non conoscevamo (o quando non ci interessiamo) a questo amore. La fede, dice l’apostolo, ci fa stare saldi nella speranza della gloria di Dio. Eppure, forse, in questi giorni non ci sentiamo troppo saldi, somigliamo più ad Israele, così come ce lo racconta il libro dell’Esodo: abbiamo fatto le nostre fatiche, ci siamo messi sulla strada della vita e della fede e, alla fine dei conti, ci troviamo davanti ad un deserto senz’acqua. Ci lamentiamo e mettiamo alla prova Dio (lo tentiamo): sei in mezzo a noi, sì o no? Questo che stiamo affrontando, l’ennesima prova nel cammino, e stavolta così dura e minacciosa per tutti, è qualcosa che ci fa sentire Dio lontano? Dove è il suo amore e le sue opere?
Facilmente succede che oscilliamo fra la speranza che Dio sempre ci dona e questa mormorazione contro di lui, davanti alla quale però lui non sfugge, ma si ferma, come Gesù al pozzo. Siamo al pozzo anche noi, sotto la calura, cerchiamo un po’ d’acqua, come la donna samaritana che Giovanni mette di fronte a Gesù in questa pagina celeberrima. E con questa sete, con questa paura, con questo silenzio, sentiamo Gesù chiedere a noi: dammi da bere.
Non è il Dio che vuole preghiere e sacrifici per prendersi cura di noi, tutto ciò che esiste è spinto dal suo amore per condurre tutti alla pienezza della vita, non ha bisogno di essere convinto a fare il nostro bene: se preghiamo, preghiamo per ascoltarlo, per mettere davanti a lui il nostro cuore e per stringerci agli altri, non certo perché altrimenti lui non si cura di noi. Questo Signore non è il capriccioso dominatore degli eventi da tenere buono, è quello che ha sete insieme a noi: dammi da bere, così Gesù alla donna. Viene da scoraggiarsi: tu chiedi da bere a me? Sembra una presa in giro: abbiamo tutto questo bisogno e Dio chiede a noi?
Ma se noi conoscessimo il dono di lui e chi è che ci chiede da bere, avremmo già chiesto. Avremmo chiesto lo Spirito riversato nei cuori per sperare, per sostenere i nostri cari, per crescere nella responsabilità, per lavorare, per inventarci mille strategie per alleggerire chi fatica, ognuno a suo modo, per fronteggiare la sofferenza. Avremmo chiesto lo Spirito che già muove i medici e i sanitari generosi e impagabili, che asciuga le lacrime e sostiene il dolore di chi è nel lutto, che promette resurrezione a chi la perde la vita e che spinge i cuori di molti a pensare come fare del bene, come unirci, come amarci, come far vivere tutti. Avremmo chiesto anche noi questa acqua e con questa acqua avremmo dissetato Gesù presente in quelli che amiamo e in quelli che hanno paura o soffrono e che non possiamo toccare, forse, ma raggiungere sì.
Ma noi non rispondiamo così. Noi facciamo questioni: chi sei tu? Perché un Dio che ci vuole liberi e adulti, coinvolti, generosi, protagonisti, è molto scomodo. Meglio il Dio tappabuchi che ci può lasciare nella nostra irresponsabilità, che non ci chiede di domandarci come vivere al meglio queste tenebre e come migliorare il mondo dopo, come combattere con la stessa forza con cui proviamo a contrastare questa malattia ogni ingiustizia e ogni male. Ma Gesù ha pazienza e vuole insegnarci, come alla donna, a non porre attenzione solo alla sete di questo momento, ma a quella arsura profonda che tormenta il nostro cuore e di cui troppo spesso non ci accorgiamo. Esiste un’acqua che fa passare ogni sete.
Allora dammi quest’acqua: dice la donna (e noi con lei). Ma per averla bisogna andare a fondo, voler mettere la vita intera davanti a Dio (va a chiamare tuo marito! Non ho marito…), perché quest’acqua è Dio presente nel cuore, riversato in noi. E qui poco vale questionare di massimi sistemi, verità morali, questioni sociali o altro: è venuto il momento, faccia a faccia con Dio in questa quaresima così dura (le spighe già biondeggiano: è ora di raccogliere i frutti), per cominciare ad adorare Dio in Spirito e verità, non nelle parole e nei gesti rituali e nemmeno nella correttezza formale o morale, ma con una vita mossa solo dall’amore di lui, con un cuore riempito dallo Spirito e così capace di testimoniare che questo uomo mite che chiede da bere è il messia, una vita capace di far vedere a tutti che Dio è presente e che non c’è bisogno di metterlo alla prova.
Nostro cibo, come per Gesù, deve essere fare la volontà del Padre. Abbiamo tempo e silenzio in questi giorni: domandiamoci come cambiare noi stessi, la chiesa, la società e il mondo perché la volontà di Dio accada e tutti possano vivere. Siamo in quaresima, in questa quaresima così dura, magari è il tempo favorevole per convertici davvero. Il Signore è in mezzo a noi: l’acqua non mancherà.

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

06 - Mar - 2020

II Domenica di Quaresima (A)

Quaresima

II Domenica di Quaresima (A)

(Gen 12,1-4   Sal 32   2Tm 1,8-10   Mt 17,1-9)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La prima domenica di quaresima abbiamo notato il contrasto fra i mitici “progenitori” che divorano anche ciò che non avrebbero dovuto, incapaci di rispettare il proprio limite, e Gesù che sceglie di non mangiare, di non appropriarsi del potere di convincere nessuno né di governare su qualcuno. Gesù accoglie il proprio limite per ricevere la vita, ogni cosa e persino se stesso dal Padre e così vivere di questa relazione.

Nella prima lettura di questa domenica incontriamo Abram, nel momento in cui Dio lo invita a lasciare la sua terra, i suoi parenti e la casa di suo padre. Prima di questo momento Abram ha visto morire il padre e prima di lui il proprio fratello, inoltre Abram non ha figli e sua moglie è sterile. In poche parole la famiglia di Abram è segnata dalla morte. Quando però non si conosce un’altra logica, si può rimanere attaccati anche alla morte. In fondo questa è la mia terra, le mie relazioni, la mia storia. Meglio la morte – sembriamo spesso ragionare così – che perdere ciò che ci dà sicurezza, ciò su cui abbiamo investito e per cui abbiamo sofferto, ciò che è nostro. Si tratta di un altro modo di divorare – come quello di Adamo ed Eva – perché non si riesce ad accettare il proprio limite e il proprio fallimento per aprirsi a rinnovate possibilità di vita, preferendo accanirsi su ciò che porta solo morte ma che ormai abbiamo addentato. Dio, però, provoca Abramo e, con lui, provoca ciascuno di noi: lascia ciò che fino ad ora non ha portato vita e vai altrove perché Dio prepara per te una benedizione che ricadrà su molti.
Anche nel Vangelo si parla di un viaggio, breve e meno impegnativo, ma comunque decisivo. Gesù porta Pietro, Giacomo e Giovanni su un alto monte. Nel deserto è andato solo, ora porta i suoi, porta noi con sé. Vuole che vediamo qualcosa, che scopriamo una bellezza capace di farci abbandonare ogni morte, da farci desiderare di restare lì per sempre (facciamo tre tende), come gli innamorati della prima ora stregati dall’essersi incontrati e reciprocamente scelti. E davanti ai nostri occhi, per un po’, dopo aver lasciato ai piedi del monte le nostre sofferenze e i nostri fallimenti, le malattie, i virus, le minacce di violenza e di ingiustizia, le catastrofi ambientali o qualsiasi altra morte, lontani da tutto questo per qualche momento, Gesù si mostra a noi brillante come il sole e vestito di luce: bellissimo e splendente proprio per l’amore del Padre che lo avvolge. La promessa di vita fatta ad Abramo si compie in lui, anzi in lui prende carne, tanto che la possiamo guardare, ascoltare, vedere realizzata e allo stesso tempo rilanciata, perché in lui tutti gli uomini e le donne sono salvati e chiamati ad una vocazione santa (per usare le parole della seconda lettera a Timoteo).
La luce che fa risplendere lui raggiunge anche noi proprio quando riconosciamo nella vita e nella parola di lui ciò che Dio ama e in cui si compiace. Così vivendo come lui e con lui scopriamo che “egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo”. Questa è la notizia buona e lieta che abitandoci ci avvolge come una nube luminosa che rischiara le tenebre intorno a noi.
Come il viso dei bambini ci rivela subito se sono felici, se hanno in mente qualcosa, se stanno male o se hanno paura, così il volto di Cristo rivela la bellezza dell’amore che c’è fra lui e il Padre, nel quale ciascuno di noi è invitato ad entrare. Infatti Gesù è stato dato a noi (ascoltatelo!), proprio perché potessimo entrare in questo amore illimitato che ci fa luminosi, capaci di abbandonare la morte o il peccato, per aspettare dal Padre ogni benedizione e sperare persino nella resurrezione.
Col salmista invochiamo allora l’amore del Signore perché ci avvolga come una nube, facendoci vivere come figli suoi, amati, custoditi e in cammino verso una vita tale da non potersi nemmeno immaginare.

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

28 - Feb - 2020

I Domenica di Quaresima (A)

Quaresima

I Domenica di Quaresima (A)

(Gen 2,7-9; 3,1-7   Sal 50   Rm 5,12-19   Mt 4,1-11)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La seconda lettura, tratta dal celeberrimo capitolo quinto della lettera ai Romani, mette a confronto due esseri umani che hanno vissuto la propria umanità in modo opposto: da una parte Cristo e dall’altra Adamo, ovvero ciascuno di noi, perché i racconti della Genesi non parlano di una persona storica ma svelano le dinamiche profonde che segnano la vita di ciascuno/a. Paolo dice che alla caduta di Adamo è legata la morte di tutti, mentre dall’obbedienza di Cristo è venuta la vita per tutti. Pur senza addentrarci nelle complesse dottrine che stanno dietro questo brano dell’apostolo, comprendiamo però con chiarezza che c’è un modo di vivere (il nostro) che semina morte e c’è un modo di vivere (quello di Cristo) che dona vita a tutti. Quale sia la differenza fra i due ci viene illustrato nel brano della Genesi (prima lettura) e nel Vangelo, che ora mettiamo a confronto.

In entrambi i testi si ha a che fare con il cibo. L’essere umano è stato plasmato dal suolo bagnato dall’acqua, è stato posto in un giardino per coltivarlo e custodirlo, gli è stato chiesto di dare il nome agli animali (ovvero di usare la parola proprio come Dio per ordinare il mondo) e gli è stato dato in cibo ogni erba verde: l’essere umano non mangia gli animali, dunque, ponendo un limite al proprio potere, e, per espresso ordine di Dio, non può mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. Dio, che ha creato tutto, limitando il proprio potere e se stesso per fare spazio ad altro da sé, chiede all’essere umano di diventare come lui (a sua immagine e somiglianza), limitando se stesso per fare spazio ad altri esseri viventi. E un limite è anche quello dato al mangiare dell’essere umano: c’è un albero che non può essere mangiato. Adamo ed Eva non possono restare bambini (nudi nel giardino senza distinguere il bene dal male), ma il loro cammino verso la vita adulta e responsabile non dovrebbe passare per la bramosia di divorare mangiando tutto quello che trovano, come se questo potesse garantirgli la vita senza aver più bisogno di Dio. Nel loro atteggiamento riconosciamo immediatamente il nostro mondo: divoratore di risorse, di natura, di aria, di acqua, di esseri viventi e di persone. Gli esseri umani, senza onorare il limite che gli permette di essere come Dio, miti e vivificanti, divorano e distruggono, fino a distruggere se stessi.
Nel Vangelo, all’estremo opposto, troviamo Gesù che digiuna per quaranta giorni e sta nella fame, in mezzo al deserto, avvinto dalla debolezza e dalla solitudine, che sempre ci fanno perdere sicurezza e identità. In questo momento, posto di fronte al proprio limite, viene tentato: perché non vincere il limite e finalmente saziarsi? Perché non cominciare i miracoli procurandosi il pane che poi avrebbe usato per sfamare le folle? Perché non operare qualche spettacolare prodigio davanti agli occhi di tutti, per dimostrare senza ombra di dubbio che Dio è con lui, in modo che tutti credano? Perché non farsi fare re di tutta la terra, in modo da instaurare la giustizia e la pace? Perché non fare tutte queste cose, desiderabili e buone come il frutto che la donna vede appeso all’albero?
Gesù sa che la bramosia, che fa dimenticare il proprio limite, è dannosa anche quando si volge a cose buone (anzi sempre si volge a cose buone: persone, benessere, ricchezze, beni, riposo, salute…) e quindi non la asseconda. Egli sa bene che la via che conduce alla vita è quella che chiede di accettare la fame, il fallimento e l’impotenza, perché solo così si stringono relazioni che non rapinano e non distruggono, ma curano e fanno crescere. L’accoglienza del limite infatti porta con sé il bisogno costitutivo di relazionarsi con Dio e con gli altri: ci serve ogni parola che Dio dice, non vogliamo tentarlo perché se si incrina la fiducia con lui non possiamo vivere, non vogliamo onorare nessun altro, perché lui solo ci custodisce. E stando in questa relazione con Dio, viviamo e facciamo vivere.
Il nostro limite va riconosciuto, dunque, come un dono capace di farci accedere alla vita condivisa con Dio, con gli altri e con il creato: per questo Gesù lo onora fin dall’inizio e lo vivrà fino al paradosso della croce dove fame, fallimento e impotenza saranno portate all’estremo. Cominciamo la quaresima nel deserto, allora, posti di fronte alla nostra fragilità (basta un virus o l’assenza della pioggia a far crollare tutto il nostro sistema), benedicendo Dio per ogni parola che dice, certi che non abbiamo bisogno di metterlo alla prova ma solo di onorarlo per la vita che sempre rinnova per noi e per tutti.
 …Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani
23 - Feb - 2020

Mercoledì delle ceneri

Mercoledì delle ceneri

Mercoledì delle ceneri

(Gl 2,12-18   Sal 50   2Cor 5,20-6,2   Mt 6,1-6.16-18)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Neanche a farlo apposta, il Vangelo del mercoledì delle ceneri riprende da dove abbiamo lasciato domenica scorsa: così cambia il tempo liturgico (entriamo in quaresima) ma continuiamo a leggere ciò che stavamo meditando.

E notiamo così che, come tutti quelli che amano, Dio non è interessato ai gesti esteriori se a questi non corrisponde il cuore, l’interiorità profonda della persona. Si può vivere un matrimonio formalmente corretto, senza azioni contrarie ad esso, ma senza amare, invalidandolo. Si può essere ministri di Dio, facendo tutto ciò che si deve fare, senza amare la porzione di popolo che si deve servire e quindi senza vivere il proprio ministero. Si può fare qualunque cosa (anche religiosa o ecclesiale, o comunque buona) solo per se stessi, per sentirsi bravi, per sentirsi ammirati dagli uomini, per un benessere psichico o sociale: per stare bene, contenti di sé. A Dio tutto questo, anche fosse fatto di opere di carità e preghiere, non interessa.

Per questo ogni anno, tutta la chiesa celebra un tempo che è sacramento della conversione, perché la vita cristiana non consiste nel compiere gesti corretti o nell’impegnarsi in ciò che si fa (queste cose possono darsi come accessorie), ma consiste piuttosto nel consegnare il proprio cuore a Dio e quindi al prossimo. Il punto è che questa consegna non è mai definitiva, non è mai abbastanza, perché più amiamo Dio e gli altri, più ci accorgiamo della pochezza del nostro amore. Da qui – dall’accorgerci di non amare Dio e gli altri come meritano – viene il dolore cui Dio ci invita nella prima lettura di questo giorno solenne: cosa ci fa lacerare il cuore, piangere e lamentare, se non il prendere coscienza di non corrispondere all’amore di chi ci ama o di chi ci è affidato? Se ci lamentassimo per la nostra imperfezione, se il peccato ci ferisse perché ci umilia e non per il male fatto all’altro, questo pianto non avrebbe alcun valore.
Piangere il peccato porta frutto dentro una relazione in cui vogliamo consegnare a Dio il cuore, dove soffriamo la rottura dell’amicizia con lui e con i fratelli e, così, sofferenti per i legami spezzati non avremo bisogno di farci supplicare troppo a lungo per riconciliarci con Dio.
In questo giorno, brutalmente, come un innamorato sfinito dai tradimenti, il Signore viene a chiederci dove sta il nostro cuore, perché lui non si accontenta di niente di meno. Da dove viene la giustizia che pratichiamo? Dal bisogno di essere ammirati? Dall’abitudine? Dalla paura? Oppure viene dall’amore per cui ci è intollerabile non agire secondo il sentire di Dio? E le opere di carità che facciamo sono un vanto per noi? Ci vantiamo di avere una vita moralmente migliore di altri? Oppure queste opere vengono dalla tenerezza verso la sofferenza altrui, intuendo le contrazioni del grembo di Dio appassionato per i suoi figli? Se così fosse, non solo non le sbandiereremmo, ma ci sembrerebbero ben poca cosa, impossibilitati come siamo ad alleviare tanta sofferenza e tanta ingiustizia.
La preghiera, poi, nasce dal bisogno di ascoltare chi amiamo e di sentirci dire l’amore, o è un’abitudine, un modo per rassicurarci, o – nei confronti degli altri – uno scaricarci la coscienza se non, addirittura, un’ostentazione? E lo stesso vale per il digiuno: privarsi di ciò che serve per vivere può essere un’esaltazione narcisistica di sé, perché ci si sente forti, capaci di vivere senza cibo o affetti o altro. Ma non è questo il digiuno che Dio cerca, perché non nasce dall’amore. Il digiuno che lui ci insegna è quello di cui gli altri non si accorgono (per cui non possono nutrire il nostro ego con la loro ammirazione) e che facciamo non per sentirci autonomi e forti (autocompiacendoci), ma – al contrario – per ricordare a noi stessi che senza Dio e il prossimo non viviamo, perché l’amore e le relazioni sono il cibo che ci sostiene. Come ci sentiamo deboli e malinconici quando non mangiamo (così dovremmo sentirci interiormente senza darlo a vedere), così dovremmo sentirci senza l’amore di Dio e del prossimo: il digiuno serve a sentire nel corpo che non viviamo senza Dio perché il nostro primo bisogno è Dio stesso.
Approfittiamo della quaresima per porre il cuore davanti a Dio, dunque, così come è, nella ricerca ossessiva non di fare cose buone, né di essere migliori degli altri, né di piangere le nostre imperfezioni, ma di consegnare a Dio ciò che siamo e lasciare che lui, riconciliandoci a sé, ci plasmi nella sua amicizia nel segreto del cuore: là dove si gioca ogni amore

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani