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23 - Nov - 2019

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario

Cristo Re

p. Marko I. Rupnick

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Nell’ultima domenica del tempo ordinario, celebriamo la solennità di Cristo re. Forse per noi la regalità è qualcosa di distante, ha il sapore antico della storia passata, se non quello surreale delle fiabe, per cui prima ancora di comprendere in che modo Cristo possa dirsi re, lui che non ha voluto esercitare potere su nessuno ed ha esplicitamente respinto la tentazione di regnare su tutti i luoghi della terra, è bene provare ad entrare nel senso di un’immagine così antica.

Il re era certamente un uomo potente, temibile, assimilato alla divinità, se non venerato come tale. Il popolo doveva e voleva stringersi intorno a lui perché lui garantiva l’unità di tutti e in qualche modo ne rappresentava la salvezza. Questa però era vista nella possibilità di far prosperare il popolo e di difenderlo dai nemici, quando non, addirittura, di sottometterli per arricchirsi.
Con questa speranza nel cuore, anche gli israeliti – che già avevano abbandonato la frammentata struttura tribale per stringersi intorno a Saul – cercano Davide perché possa prendersi cura di loro e custodirli. La scelta cade su Davide, però, non per le sue qualità o per la sua capacità di persuadere il popolo a seguirlo, quanto per la scelta che Dio fa e che segue criteri distanti da quelli del successo e del potere.
Il popolo e Davide stringono allora un’alleanza, diventano un corpo solo (siamo tue ossa e tua carne, con un’espressione che richiama l’unione sponsale), perché da questo momento in poi il volere del re sarà quello del popolo e il destino del re quello del popolo.
Anche la regalità di Gesù dipende dalla scelta del Padre su di lui, il figlio prediletto inviato agli uomini per dare loro la vita, ma nel Vangelo che proclamiamo questa domenica appare evidente come dipenda anche da lui, dalla risposta che lui dà alla scelta del Padre.
Nel breve brano di Luca, Gesù è in croce. Per tre volte viene provocato: salva te stesso. Ogni re, d’altra parte, è scelto per salvare e far vivere il popolo, deve essere quindi in grado, anzitutto, di salvare e far vivere se stesso. Gesù però ha scelto un’altra via. Lui non è re per imporsi sugli altri, per mostrare il suo potere e le sue capacità, nemmeno per salvarli, ma solo per rendere evidente che il segreto della vita, la sua logica profonda sta nella consegna al Padre e che questo è colui che fa vivere e salva.
Se si fosse salvato da solo, avrebbe avvalorato la logica del mondo per cui vince chi ha potere, chi ottiene risultati, chi ha influenza, chi trova modi più o meno leciti per mandare le cose come vuole lui. A fin di bene magari, ma chi agisce in questo modo testimonia che la vita dipende da noi e autorizza tutti a cercare di salvare se stessi, piegando la realtà e gli altri se serve, perché prima di tutto occorre garantirsi la vita.
Gesù sceglie un’altra via. Si consegna al Padre perché lui lo salvi e tutti vedano così che c’è un solo modo per entrare nella vita e nella pace: lasciarsi amare dal Padre. Così non risponde alle provocazioni e decide di non salvare se stesso.
Il malfattore crocifisso alla destra di Gesù intuisce che lui è liberato dalla paura della morte, non perché non la senta o perché la sofferenza sia meno dura, ma soltanto perché sa di riceversi continuamente e allora può sperare di essere richiamato alla vita. Il ladrone intuisce che in questo modo di morire c’è una sapienza altra che lo fa sperare, una sapienza che inaugura un regno, perché ci si può stringere a questo re, facendo alleanza con lui in modo da entrare nella vita e nella pace di cui lui sembra conoscere la via.
“Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.
“Oggi sarai con me in paradiso”. Questa è la risposta di Gesù, con la quale lui sancisce l’alleanza con il primo fratello che forma il popolo di quelli che sperano in lui: sarai con me. Gesù si sceglie come compagno di vita quello che aveva saputo stare con lui nella morte, che aveva saputo riconoscere una bellezza nel suo essere sfigurato, tanto da difenderlo. Non si scandalizza del peccato, che pure il ladrone riconosce (noi giustamente), perché questo non lo porta a giustificarsi e a disprezzare Gesù che muore anche se non ha fatto niente di male (l’altro ladrone invece sembra confermato nel male fatto: in fondo perché fare il bene se la fine è la stessa?). Gesù vede, forse, nello sguardo intelligente del ladrone che sa andare oltre la condanna di Gesù e lo riconosce come re, una consolazione del Padre, una conferma di essere nel giusto. “Oggi sarai con me in paradiso”: ricorda e spera ciò che attende e promette al ladrone che sarà anche per lui, perché lo vuole con sé, come l’amico che ha saputo consolarlo mentre tutti lo disprezzavano.
Noi vediamo, come il malfattore, la bellezza di questa morte fatta per amore e nella speranza? Scegliamo un re che non vince, che non ha potere, che non ha influenza su nessuno, che non ci ottiene favori, ma ci mostra quanto è solido e fedele l’amore del Padre, chiedendoci di vivere solo per questo? La tentazione di instaurare un regno qui, dove gli altri ci riconoscano valore, dove possiamo ottenere risultati e vittorie (sempre a fin di bene, per carità!) è fortissima anche per i credenti e per la chiesa. Così facendo però non siamo più nel Regno di Gesù, di questo re, ma di altri. Non tutti sono cattivi, ma non sono lui.
Noi invece (come ci ricorda lo splendido brano della lettera ai Colossesi) liberati dal potere delle tenebre (che ci spinge sempre a cercare di salvarci ottenendo ciò che ci sembra ci procuri la vita) possiamo goderci il perdono ed entrare nella famiglia di quelli che, come il primo malfattore, stringono alleanza con Gesù e così entrano nel suo regno. Egli è l’immagine di Dio, dell’Amore che lui è, ed è anche il senso di tutto ciò che esiste, perché tutto è fatto per entrare in una relazione filiale con il Padre: tutto esiste per essere, come il Figlio e stretto a lui, abbandonato all’amore del Padre che salva. Lui è anche il capo del corpo che è la chiesa, cioè il popolo che ha fatto alleanza, fino ad essere una sola carne con lui ed è capace così di renderlo presente perché tutti possano vederlo, ascoltarlo e sperare. In lui l’alleanza con Dio è perfetta, perché possiamo stringerci a Cristo che mentre si lega a noi ci lega al Padre suo con il quale vive un’unica vita.
Un re di un altro mondo, con un’altra logica e un’altra forza. Un re consegnato a Colui che tutto sostiene e fa vivere. “Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.
16 - Nov - 2019

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La storia è piena di minacce, di eventi terribili che hanno segnato la fine di intere civiltà. Nel Vangelo di questa domenica Luca ci guida dentro questi eventi spaventosi per rovesciarne il significato e farli diventare – come leggiamo nel versetto al canto dell’Alleluia – un motivo per rallegrarsi perché la nostra liberazione è vicina.

L’occasione del discorso di Gesù è l’orgoglio di alcuni per la bellezza del tempio, del quale Gesù preannuncia la distruzione. Le meraviglie artistiche, economiche, ingegneristiche che l’uomo costruisce sono destinate a passare: se non è un nemico, sarà la guerra, oppure un terremoto o semplicemente l’abbandono per un qualsiasi motivo. Tutto passa. Questo vale per ogni opera che ci fa inorgoglire, fosse pure un’idea di chiesa che abbiamo ereditato: non è il passato che possiamo guardare per vivere, ma il presente attendendo il futuro. Veniamo istruiti così a guardare la storia in altro modo.
A questo punto Gesù chiama in causa guerre, rivoluzioni, pestilenze, carestie, terremoti, fatti terrificanti, persecuzioni. Molto duramente ci riporta alla realtà di ogni giorno, togliendoci l’illusione di poter confidare in ciò che abbiamo costruito (non resterà pietra su pietra). Nelle società ricche come la nostra possiamo illuderci di essere al sicuro dalla povertà o dalla guerra, per esempio, ma le ingiustizie e le disuguaglianze che sono nel mondo non restano più confinate e bussano alla nostra porta nei volti stremati dei migranti o in quelli folli dei terroristi. Le nostre abilità tecniche poi impallidiscono di fronte alla violenza della natura di cui siamo responsabili: Venezia finisce sott’acqua, i territori cedono sotto la pressione dei cambiamenti climatici. I fatti terrificanti sono sempre esistiti ed esistono anche oggi, come anche esiste la persecuzione di coloro che credono. Questa non va confusa con l’ostilità che spesso i credenti si attirano diventando violenti con gli altri in nome dei propri valori e della difesa della propria tradizione, la persecuzione è piuttosto frutto della reazione che l’ingiustizia mette in atto contro chi la combatte. Se viviamo facendo il bene degli altri e liberandoli da ciò che li fa soffrire e veniamo contrastati, allora si può parlare di persecuzione.
Di fronte a tutto questo però ci viene detto di risollevarci e alzare il capo, perché la nostra liberazione è vicina. Il senso di questa logica ci viene dischiuso dalla prima brevissima lettura del profeta Malachia. I giorni terribili infatti, che poi sono i giorni ordinari della vita nella quale sappiamo bene di essere esposti ad ogni fatica e pericolo, non hanno sempre lo stesso effetto: per chi ha vissuto dedito all’ingiustizia, quindi senza preoccuparsi di fare il bene, le fatiche della vita e della storia saranno come un fuoco che brucia tutto. Che cosa resta in mano a chi ha vissuto per guadagnare quando la ricchezza (o la salute o la sicurezza sociale) viene meno? Per chi invece vive sotto lo sguardo di Dio e servendolo nei fratelli e nelle sorelle, anche i giorni più drammatici sono solo un passaggio, anzi un chiaro segnale che questa vita non è l’unica né l’ultima, ma che ci attende la pienezza della vita in Dio. La morte, come anche le difficoltà della vita o della storia, operano così un giudizio, portando alla luce per che cosa siamo vissuti. Come un fuoco che prova di che materiale è ciò che ci buttiamo dentro.
Come vivere allora, sapendo che questa è la condizione dell’essere umano e che non siamo al riparo dalle conseguenze terribili dell’ingiustizia né dalle fatalità della vita? Consapevoli di essere infinitamente amati e quindi (come ci esorta a fare la seconda lettera ai Tessalonicesi) lavorando per guadagnarci di che vivere, per condividere con altri e per contrastare in ogni modo il male e l’ingiustizia. Vivendo così ogni evento della vita, anche il più faticoso, ci si rivelerà come una venuta del Signore, che non ci lascia soli e che viene a ribaltare le tragedie in liberazione, annunciandoci un futuro di vita. Rallegriamoci allora come ci invita a fare il salmo: battiamo le mani insieme ai fiumi, esultiamo con le montagne, perché il Signore viene a giudicare a la terra, con giustizia e rettitudine. E resterà solo ciò che vale, per portare la vita piena per tutti.
09 - Nov - 2019

XXXII Domenica del Tempo Ordinario

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

XXXII Domenica del Tempo Ordinario

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Nel Vangelo di questa domenica alcuni sadducei (un gruppo di credenti che non sperava nella resurrezione dai morti) mette alla prova Gesù con un caso paradossale: una donna sposa sette fratelli di seguito che muoiono uno dopo l’altro senza lasciare figli. Di chi sarà moglie nella resurrezione, chiedono i sadducei, visto che è stata moglie di tutti? Prima di vedere la risposta di Gesù è bene sottolineare che non a caso i sadducei contrappongono la resurrezione, per loro impossibile, alla procreazione, che per le culture antiche (ma in parte per tutti) è il modo in cui i padri continuano a vivere. Morire senza figli per un uomo era una sventura, perché voleva dire l’annientamento della propria esistenza, per questo la legge ebraica prevedeva che il fratello sposasse la moglie del morto e considerasse il primo figlio che sarebbe nato da questa unione come un figlio del defunto, in modo che questo continuasse a vivere. Nel caso limite presentato a Gesù questo accade per sette volte.

Gesù sposta completamente l’asse del discorso e prima di parlare della resurrezione si ferma sulla procreazione. Quelli che sono giudicati degni della vita futura, dice Gesù, non prendono moglie e le mogli non vengono prese (questa sarebbe la traduzione corretta del testo, che mette bene in evidenza la posizione impari in cui le donne sono fatte oggetto di possesso), infatti non possono più morire. Che cosa sta dicendo? Rispondendo ai sadducei che avevano esposto il caso (disgustoso) di una donna passata da un uomo all’altro e usata da tutti con il solo scopo di dare un figlio a qualcuno, dichiara la fine di questo commercio: i mariti non prendono moglie e le mogli non vengono prese. Per quelli che sono giudicati degni della vita futura, il matrimonio diventa una relazione fraterna e reciproca e fare figli cessa di essere l’egoistico prolungamento della propria esistenza, per diventare un riflesso dell’amore fontale e custodente del Padre.
Solo dopo aver fatto piazza pulita di tali devianze, Gesù parla della resurrezione: i morti risorgono (non c’è più bisogno di escogitare un modo per sopravvivere) perché Dio è il Dio dei vivi. Possiamo sperare cioè nella resurrezione perché Dio si lega a noi, si è legato ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe, ma anche a ciascuno di noi. Questa alleanza che lui ha scelto di vivere è il pegno della nostra resurrezione: non ci lascerà nella morte perché non vuole vivere senza di noi.
Nella seconda lettura leggiamo infatti che il Signore è fedele, ci confermerà e ci custodirà. Questa esperienza, già iniziata nel cammino della vita e sperimentata nelle difficoltà e nelle morti che tutti affrontiamo, si compirà con la nostra resurrezione, perché lui che ci ha voluti e custoditi, ci ridarà la vita per sempre.
Solo la potenza di Dio (già evidente nella gloria del creato e nella salvezza degli uomini) e la sua fedeltà ci possono far sperare che la vita ci verrà restituita e questa speranza è capace di trasformare fin d’ora la nostra vita, perché, come ci ricorda la seconda lettera ai Tessalonicesi, viviamo alla luce di questa speranza, lontano dal male, dentro un cammino che ci conduca “all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo”.
Tutto si fonda sulla fedeltà di Dio: lui che ci ama, ci ha chiamati alla salvezza e ci ha legati a sé non ci lascerà nella morte, ma ci ridarà la vita in modo del tutto gratuito e pieno, come è stato per Gesù. Questa sua fedeltà però ci dona una speranza che diventa ciò che fa essere fedeli noi: non ci sottrarremo dal glorificarlo con la nostra vita, anche se questo ci costasse moltissimo (fino alla morte per i fratelli di cui racconta il libro dei Maccabei), perché sappiamo che lui è capace di ridarci sempre la vita. Allora diciamo col salmista: “tieni saldi Signore i nostri passi sulle tue vie” perché queste conducono alla vita. Infallibilmente fino alla resurrezione.
02 - Nov - 2019

XXXI Domenica del Tempo Ordinario

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

XXXI Domenica del Tempo Ordinario

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Forse siamo abituati a pensare che le persone (noi compresi) non possano cambiare. A volte è persino una argomentazione per continuare a vivere come si sta facendo: sono fatto così. O per chiudere il discorso su qualcuno: è fatto così. Siamo abituati alle notizie di male e di ingiustizia: il mondo è fatto così. Abbiamo uno sguardo disincantato che ci toglie ogni attesa di novità. Forse per questo la festa dei Santi ci sembra la memoria di storie altrui, molto diverse dal solito, mentre la commemorazione dei defunti ci sembra solo un doveroso ricordo per chi già ha attraversato la morte, che aspetta tutti inesorabile: la vita è fatta così.

Il Vangelo di questa domenica racconta tutta un’altra storia che, anche se non ce ne accorgiamo, accade continuamente: le persone cambiano, il mondo cambia, noi cambiamo, persino la morte è trasformata. Il protagonista di questa storia è Zaccheo, un uomo ricco (e questa per il Vangelo di Luca è la peggiore delle condizioni perché chiude il cuore agli uomini e a Dio), capo dei pubblicani (deve quindi la sua ricchezza all’ingiustizia e al tradimento), basso di statura (che nella fisiognomica del tempo indicava l’essere ridicoli, cosa che accade spesso quando ci si gonfia della propria posizione credendosi chissà che cosa), ma animato da un curioso desiderio: vuole vedere Gesù. Questa unica caratteristica, un dettaglio irrilevante rispetto al resto, diventa l’occasione per incrociare lo sguardo con Gesù, che subito vuole fermarsi presso di lui.

L’atteggiamento di Gesù scandalizza molti, perché non bisogna cercare la compagnia dei peccatori, tenersi lontano da loro. Perché Gesù non lo fa? Perché vuole fermarsi da un uomo simile? Gesù, nel guardare Zaccheo, ha visto altro dal suo peccato. Ha avuto verso di lui lo stesso atteggiamento che il libro della Sapienza attribuisce a Dio: ha compassione di tutti, chiude gli occhi sui peccati aspettando la conversione, non prova disgusto per nulla di ciò che ha creato, corregge a poco a poco quelli che sbagliano perché, abbandonato il male, credano.

Dio non disprezza mai ciò che siamo. Dona il suo Spirito continuamente perché (come scritto nella lettera ai Tessalonicesi) ogni proposito di bene che ci abita (fosse anche piccolissimo) giunga a compimento: magari è solo la curiosità di vedere Gesù ma Dio vi vede l’occasione per fermarsi con noi e darci una nuova possibilità di essere degni della sua chiamata. Non facciamoci allarmare dunque da altri discorsi che ci confondono la mente dicendoci che Dio condanna o che non è possibile sperare né per noi né per il mondo, come se il tempo in cui Dio agisce fosse finito.

Fermiamoci invece, come Zaccheo, davanti a Gesù che condivide con noi la nostra casa, il nostro spazio, le nostre fatiche. Il suo amore può cambiarci il cuore, convertirci. Il segno della conversione saranno gesti di giustizia insperabili: Zaccheo va ben oltre la legge restituendo non quanto ha rubato ma quattro volte tanto e inoltre dà la metà di quanto possiede ai poveri. La conversione dal peccato e dall’ingiustizia, in cui continuamente (seppure diversamente) rischiamo di ricadere, si concretizza nell’usare ciò che abbiamo accumulato ingiustamente (tempo, beni materiali, risorse culturali, riposo, influenza sociale o ecclesiale, fama, ecc…) per togliere altri dalla povertà e per rimediare ai torti fatti (possibilmente verso le stesse persone cui li abbiamo fatti e facendo di ciò che abbiamo accumulato ingiustamente proprio una risorsa per fare del bene).

Purtroppo, invece, a volte la conversione ci spinge a voler essere diversi da prima per meritarci l’amore ricevuto, a voler diventare finalmente ineccepibili. La conseguenza spesso è l’intransigenza e la mancanza di misericordia, per non parlare dell’incapacità di accettare la debolezza che abbiamo e che vorremmo rimuovere e negare per essere finalmente “buoni”. Come se per ricambiare l’amore di qualcuno invece che amarlo, dovessimo comportarci sempre come gli piace…finiremmo per passare il tempo a pensare a noi stessi (come sono vestito, cosa dico, cosa faccio, come mi comporto), ma questo non sarebbe più amore, che invece sempre ci fa pensare a come l’amato è bello vestito così, a cogliere le sfumature del suo parlare, a chiederci perché si comporta in un certo modo e ammirare ciò che fa. Da questo stare rivolti sorgeranno anche i nostri gesti e i nostri comportamenti e allora nasceranno dall’amore.

Incrociare davvero lo sguardo di Gesù significa scoprire che noi siamo ben altro dal nostro peccato e dal nostro limite: siamo ciò che Dio desidera al punto da aver mandato il suo figlio. Non abbiamo bisogno di sforzarci di essere buoni (tanto meno ineccepibili), ma solo di lasciarci attrarre da questo sguardo che è capace di insegnarci la misericordia che realizza la giustizia. Da qui la gioia che il salmo ci insegna: misericordioso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore, fedele nelle parole, buono nelle opere, egli sostiene chi vacilla e rialza chi è caduto. Come non benedirlo ogni giorno e lodare il suo nome sempre?

30 - Ott - 2019

Festa di Tutti i Santi

Ogni Santi

M.Rupnik

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

Festa di tutti i Santi

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Le letture di questa solennità ci aiutano a fare piazza pulita di alcuni fraintendimenti nei quali cadiamo quasi tutti molto spesso quando pensiamo la santità. Infatti la liturgia della parola ci costringe ad accostare quello che ci sembra uno stile elitario, possibile a pochi, come la pagina delle Beatitudini, ad una moltitudine di santi e sante che nessuno può contare. Infine la seconda lettura – appena pochi versetti della prima lettera di Giovanni – si rivolge direttamente a noi (usa proprio la prima persona plurale coinvolgendo chi ascolta nella stessa condizione di chi scrive) per dirci che saremo simili a Dio.

In poche battute, quindi, ci troviamo anche noi immersi nella schiera innumerevole di quelli che hanno lavato le proprie vesti nel sangue dell’Agnello, che hanno riposto cioè la speranza della propria vita nell’amore del Padre, proprio come Gesù che, forte di questo amore, ha potuto annunciare la salvezza e testimoniarla fino al culmine del dono di sé.
Se accade per una folla innumerevole però, noi compresi, vuol dire che entrare nella schiera dei santi, che l’Apocalisse indica come testimoni, non è qualcosa di raro, riservato a chi è capace di prestazioni particolari, ma è invece un’esperienza propria di ogni credente. La fede infatti ci pone in questa condizione di continua santificazione e ci stringe in una tale relazione con Dio che nemmeno il peccato è più capace di ostacolare, poiché ciascuno viene purificato proprio nel fondare tutta la propria speranza in lui.
Essere santi dunque è una condizione ordinaria, propria di ogni credente, che prevede anche errori da cui veniamo continuamente purificati e che ci immerge nel popolo di quelli che hanno fatto dell’amore del Padre il fondamento della propria vita cui continuamente tornare e da cui continuamente ripartire per salire più in alto verso il monte del Signore.
Tutto questo, poi, per il credente è una gioia, che non dipende dalle contingenze favorevoli della vita, ma dall’avere assunto lo stile di Cristo. Vive la propria vita cristiana infatti chi fa suoi i tratti di Gesù e questo lo pone fra la schiera dei testimoni che mostrano con la propria esistenza la verità del Vangelo. Chi fa questo non pensa di avere una ricchezza più grande né più importante dell’amore del Padre (beati i poveri!), non ha bisogno di stare sempre nella gioia quindi può sopportare le fatiche e le sofferenze senza diventare violento o egoista per evitarle (beati gli afflitti!), non ha bisogno di sopraffare nessuno per trovare se stesso (beati i miti!), né di trovare mille giustificazioni alle ingiustizie pur di non sentirsi mancante e di non dover cambiare la propria vita per rendere il mondo più giusto (beati quelli che hanno fame e sete della giustizia!). Quelli che hanno i tratti di Gesù non hanno bisogno di conservare la memoria delle offese subite perché non vogliono riscuotere nessun debito ma dare all’altro la possibilità di vivere liberamente (beati i misericordiosi!), non hanno bisogno nemmeno di nascondersi e manipolare perché sono liberati dalla smania di apparire altro da quello che sono (beati i puri di cuore!), non hanno bisogno di evitare i conflitti per non avere problemi e così vi entrano per portare pace (beati gli operatori di pace!) e, infine, non hanno bisogno di essere applauditi e nemmeno lasciati in pace se per fare questo devono contraddire la giustizia e la fede (beati i perseguitati!). Chi vive così ha davvero da rallegrarsi, beato lui o lei, perché assapora la libertà da se stesso e può vivere la vita così com’è, con le lacrime, i fallimenti, la lotta per un mondo più giusto, i conflitti, le nostre povertà e miserie. Può vivere tutto come è e cogliere in questa ordinaria fatica la potente logica di Dio che ci conduce, insegnandoci a vivere tutto nell’amore, al suo luogo santo, per donarci benedizione e salvezza.
26 - Ott - 2019

XXX Domenica del Tempo Ordinario

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

XXX Domenica del Tempo Ordinario

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La liturgia di questa domenica continua a parlare della preghiera. Se la scorsa domenica ci aiutava a comprendere in che modo una preghiera autentica ci pone davanti a Dio e in che maniera si mescola con la concretezza della vita, questa domenica le letture ci svelano che, diversamente da come molte volte si pensa, una preghiera autentica dipende dalla relazione che abbiamo con gli altri. Essa non è dunque qualcosa che si risolve fra la persona e Dio, ma al contrario qualcosa che è del tutto condizionato dalla relazione con i fratelli e le sorelle. Se così non fosse la preghiera diventa la copertura per rassicurarci di quello che siamo e persino per giustificare devianze, anche terribili, o persino il male che facciamo agli altri, per i quali poi – senza rimediare in alcun modo al danno inferto – diciamo di pregare. La prova che davvero ci mettiamo davanti a Dio consiste nella giusta relazione con il fratello. Senza questa non si dà preghiera alcuna.

Gesù racconta la parabola di un fariseo che sale al tempio. Un uomo rispettoso della legge, un giusto quindi, ma anche un virtuoso perché digiuna due volte a settimana e paga la decima. Questo uomo ringrazia Dio per quello che è, facendo il confronto con l’altro al quale è ben contento di non assomigliare. “Grazie perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri e nemmeno come questo pubblicano”. Sembra di vederlo voltarsi verso l’altro, persino indicarlo con un cenno del capo. Si percepisce il disprezzo che prova per il pubblicano e che gli permette di sentirsi migliore di lui.

In questa condizione non si può pregare. Ciò che impedisce di stare davanti a Dio non sono i peccati commessi – come dimostra proprio la preghiera del pubblicano –  ma il fatto di volersi sentire migliori dell’altro. Ciò che ci preoccupa infatti, in questo caso, non è aprire il nostro cuore perché Dio lo renda giusto, plasmato secondo la sua logica, ma ci preoccupiamo solo di noi stessi e di confermarci in quello che siamo. In fondo Dio, come l’altro che disprezziamo, non ci serve: ci bastiamo.
Quando invece si apre la propria interiorità a Dio senza veli, come fa il pubblicano, si vedono tutte le proprie mancanze e le proprie fatiche ma proprio in queste ci si scopre infinitamente amati e così si entra nella logica di Dio che ci insegna a guardare gli altri come lui guarda noi: amando sempre e comunque.
La prima lettura tratta dal Siracide ci dà una chiave per trovare una posizione che ci impedisca di disprezzare l’altro. Il disprezzo dell’altro infatti si manifesta ogni volta che ci si pone in posizione di forza, anche quando non si fa del male e ci si mostra magnanimi, perché è comunque un tipo di relazione in cui l’altro viene considerato inferiore. Fino a che si sta in questa relazione con il fratello la preghiera non è autentica, non attraversa le nubi, essa resta sulle nostre labbra e non viene ascoltata, perché si sta parlando solo con se stessi, si è soli e non ci si rivolge a nessuno. D’altra parte se davvero il cuore fosse aperto davanti a Dio e lo ascoltasse, non potrebbe che assumere la sua logica e quindi guardare all’altro come profondamente amabile.
Nella seconda lettera a Timoteo, infatti, dopo una vita trascorsa a servire gli altri annunciando il Vangelo e curandosi di loro, al momento di affrontare la morte, l’incontro con Dio viene pensato come una libagione, un vino versato sopra l’offerta preziosa, che sono proprio gli altri, quelli cui ci si è dedicati e per i quali si sono esaurite le forze. Quelli che abbiamo amato, dando loro vita, sono ciò che offriamo al Signore quando preghiamo. Ci sembrerà di aver fatto sempre troppo poco, perché l’altro meritava di più (ci batteremo il petto, forse per i fallimenti e le incapacità nel servirlo), ma comunque lo metteremo davanti a Dio come ciò che abbiamo di più prezioso, perché lui se ne rallegri.
Allora ameremo quelli che Dio ama e potremo benedirlo in ogni tempo, portando sulla bocca una lode autentica che il Signore ascolterà, liberandoci e facendosi vicino.
19 - Ott - 2019

XXIX Domenica del Tempo Ordinario

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

 …Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

XXIX Domenica del Tempo Ordinario

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Dopo due domeniche di riflessione sulla fede – seguendo l’andamento del racconto di Luca – la liturgia si ferma ora sulla preghiera. Leggevamo nel Vangelo di domenica scorsa che di dieci lebbrosi guariti solo uno si salva, perché solo uno è capace di cogliere dentro il dono della guarigione l’amore del Padre e così torna da Gesù per rendere gloria a Dio. Potremmo dire che non tutti si accorgono che la salute, gli affetti, le capacità, la bellezza che abbiamo intorno, i sentimenti, l’intelligenza, le possibilità quotidiane, la vita insomma non è fine a se stessa, ma rimanda a Colui che (come dice il salmo) continuamente ci custodisce, non ci fa vacillare, ci fa da riparo. La fede è la condizione di chi non fa tanto attenzione ai doni, che pure sono importanti, ma al volto di Colui che nei doni ci ama.

La preghiera segue la stessa dinamica. Non prega veramente chi si aspetta qualcosa. Chi prega in questo modo smetterà, perché i doni che chiediamo molto spesso non arrivano e altre volte è facile e giusto procurarseli con l’impegno e l’intelligenza. La preghiera non consiste nel chiedere a Dio ciò di cui abbiamo bisogno. Questo è un istinto naturale che somiglia all’atteggiamento dei nove lebbrosi che cercano la salute, ma la preghiera che viene dalla fede va compresa in altro modo.
Questa infatti, possibile solo a chi crede e per lui inevitabile, consiste nello stare costantemente davanti a Dio, senza coperture, aprendogli completamente la nostra interiorità mentre impariamo a guardarla proprio così come la guarda lui. Pregare quindi non significa chiedere ossessivamente qualche bene quanto piuttosto porsi continuamente davanti a Dio per ottenere la giustizia del nostro cuore, del cuore altrui e della realtà intorno a noi. Poiché si tratta di un atteggiamento continuo, non di qualche momento, l’insistenza della vedova nella parabola raccontata da Gesù è istruttiva: persino se chi ci può aiutare è malvagio non si smette di stargli davanti se si ha davvero bisogno, figuriamoci se sappiamo che egli ci ama infinitamente!
Se il cuore non si nasconde, non teme la conversione e l’amore, perché come la vedova sa che da questo dipende la sua vita (infatti ciò di cui abbiamo un bisogno estremo è solo vivere secondo la logica di Dio), Dio prontamente fa giustizia. Si tratta di una lotta, come ci ricorda la prima lettura: ci stanchiamo, abbiamo bisogno di sederci e di altri che ci aiutino. Non è facile reggere la verità della nostra storia e del nostro cuore (vale per i singoli, per la chiesa e per il mondo intero), vorremmo essere migliori, diversi, abbiamo paura di dove l’amore e la giustizia ci possono condurre, ma perseverare ci porterà alla vittoria.
La seconda lettura ci dice infine quale sia concretamente lo strumento che ci permette di fare tutto questo e quindi mettere il nostro vissuto davanti a Dio per essere resi giusti: la Scrittura. Quando si chiede qualcosa a Dio (anche di buono, come i nove lebbrosi) non si ascolta lui: la nostra vita e il nostro cuore restano quello che sono, sia che otteniamo il dono, sia che non lo otteniamo. Quando invece si scrutano le Scritture (beati quelli che come Timoteo l’hanno fatto fin dall’infanzia!), queste istruiscono, guidano, correggono, cambiano le prospettive, aprono percorsi, rinnovano…in un lavorio che rende “l’uomo (e la donna) di Dio completo e ben preparato in ogni opera buona”. E così la preghiera non diventa mai la copertura per le ingiustizie, una celebrazione di noi stessi o la frustrazione legata ai doni che non abbiamo, si mescola invece con la vita e con il cuore, perché l’ascolto credente delle Scritture trasforma i sentimenti, le idee e le azioni, innescando nella storia quel dinamismo di vita infallibile che conduce il mondo verso il Regno.
11 - Ott - 2019

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

 …Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Commento della nostra parrocchiana Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il Vangelo di questa domenica può aiutarci a purificare le motivazioni che ci spingono a rivolgerci a Dio e a professarci cristiani, anzi può essere un vero e proprio banco di prova per rispondere alla domanda che un altro Vangelo in un altro momento pone sulle labbra di Gesù: chi cercate?

Dieci malati vanno da Gesù, dieci lebbrosi, e tutti e dieci vengono guariti. Uno solo torna indietro lodando Dio a gran voce per ringraziare Gesù e lo fa prostrato ai suoi piedi. Gesù non aveva comandato ai lebbrosi di tornare, ma di presentarsi ai sacerdoti, d’altra parte rimane stupito che sia tornato indietro uno solo: “non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E prosegue: “la tua fede ti ha salvato”. Tutti e dieci i malati sono andati per essere guariti, hanno pregato allo stesso modo e hanno obbedito alla parola di Gesù, ma solo uno di loro viene salvato. La guarigione, dunque, non coincide con la salvezza, almeno non nella logica di Gesù. Può darsi che molti, anche nella chiesa, cerchino Dio per essere guariti, per stare bene cioè, per essere rassicurati, per avere un aiuto, per sentirsi bravi e inseriti in un sistema di valori che ci dice che la nostra vita va bene così come è. Si può cercare Dio cioè per sentirsi meglio, per guarire dalle molte sofferenze che portiamo. Dio ascolta queste esigenze e le esaudisce anche, ma questa non è ancora la salvezza.
Per essere salvati occorre riconoscere l’amore di Dio nella vita e nei doni che riceviamo, scoprire in questo amore il senso della vita stessa, al punto da essere disposti a non rendere più gloria a nessun altro (come Naaman il Siro), cioè a non essere più disposti a cercare vita e benessere altrove. Se ricevendo i doni di Dio continuiamo a preoccuparci solo dei doni, allora serviremo chiunque altro sarà in grado di garantirceli e dimenticheremo Dio qualora non sembrasse più intenzionato a farci stare meglio (non è questa la logica di chi ritiene che siano i soldi o la salute o l’ordine sociale o essere stimati e amati ciò che conta davvero?). Oppure, Dio non voglia, potremmo essere tentati persino di usare il suo nome per procurarci doni, magari a scapito di altri, come succede quando in nome di Dio si vuole negare soccorso e ospitalità ai fratelli o difendere chi distrugge l’ambiente minacciando la vita di tutti.
Invece se, come il lebbroso samaritano, ricevendo i doni di Dio rimarremo affascinati dal Donatore, da come lui ama e da come vive, allora non ci importerà di altri possibili doni, ma vorremo dedicarci a lui solo e in questo scopriremo il senso di ogni dono possibile.
Gli innamorati sono grati dei doni e delle attenzioni ricevute, ma questi li riempiono di gioia solo perché vengono da colui/colei che amano. Se i doni non venissero più, soffrirebbero perché temono di non avere più l’amato non per i beni perduti. Così è con Dio: se sono i benefici che vengono da lui ad interessarci e non lui e quelli che lui ama, facilmente altri ci affascineranno oppure il nostro cuore, pur continuando a parlare di Dio, servirà altri padroni con altre logiche, purché ci diano i beni promessi.
La salvezza invece consiste nello stupito riconoscimento del volto di Dio che ci guarisce e ci fa vivere, perché non ci sarà più malattia né morte (nemmeno le catene come testimonia la seconda lettera a Timoteo) che ci potrà togliere la certezza che il Dio della vita ci ama e “rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”, cioè non vuole smettere di essere Colui che ci ama (il suo amore per noi fa parte di lui).
Vivere in questa relazione grata e fiduciosa con Dio è già la salvezza. Così fin da ora, attraversando la vita senza preoccuparci di trattenerla ma di cogliere in essa l’amore del Padre, assaporiamo la vittoria sulla morte, che ci è promessa, e possiamo gioire con il salmista: “Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Si è ricordato del suo amore e della sua fedeltà”.
05 - Ott - 2019

XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Commento della nostra parrocchiana Simona Segoloni Ruta – Teologa

Facciamo un tentativo spregiudicato e leggiamo la prima lettura di questa domenica (la lamentela accorata del profeta Abacuc perché le ingiustizie non finiscono) come un commento al Vangelo di domenica scorsa, cioè la parabola del ricco e del povero Lazzaro che elemosinava alla sua porta.
Di fatto il povero trascorre la vita nell’umiliazione e nella sofferenza. Dio parla, ama, eppure l’oppressione non finisce. Il profeta Abacuc di fronte a situazioni come queste dice: “Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese”. Dobbiamo aspettare la vita dopo la morte per vedere qualcosa di altro, come sembra suggerire il Vangelo di domenica scorsa? In realtà la parabola di Gesù sul ricco e sul povero Lazzaro è per i ricchi egoisti, per indicare loro la via della vita, la possibilità di ascoltare una parola che conduca alla conversione e alla salvezza. Ma per i poveri? “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido e non salvi?”, di nuovo sono le parole di Abacuc.
I poveri, coloro che non opprimono e non usano violenza, i giusti non hanno bisogno di convertire le loro vite, ma hanno bisogno di guardare meglio ciò che accade perché lo sconforto non li prenda distruggendo la speranza. Solo uno sguardo sulla realtà che viene dalla fede, può insegnare a distinguere ciò che è provvisorio per quanto terribile (il male, l’ingiustizia, la morte) da ciò che non passa e che vince tutto (l’amore, la giustizia e la vita). Avere questo sguardo cambia tutto e fa la differenza fra la vita e la morte.
Stamattina non stavo bene e non sono riuscita ad alzarmi presto come al solito, mentre mi rammaricavo di tutto quello che non riuscivo a fare, il mio figlio più piccolo si è infilato sotto le coperte e si è accoccolato vicino a me per molto tempo. Ha potuto farlo solo perché stavo male, altrimenti quando lui si sveglia io sono in piedi da tempo. Era felice, rassicurato, una specie di festa inaspettata. Quello che per me era stato un danno per lui era stato un regalo e lo è diventato anche per me. Gli occhi dell’amore vedono tutto in altro modo, scovano la vita ovunque, cancellano il male ricevuto, trasformano le sofferenze in occasioni, sperano la vita anche nella morte. La fede dona questi occhi sempre e su tutto, perché chi crede è una persona che vive costantemente consapevole di essere infinitamente amata da Dio, niente altro. Questo basta per vivere: il giusto vivrà per la sua fede. Non stupisce allora che la seconda lettera a Timoteo ci esorti a ravvivare il dono ricevuto, a custodirlo e a non vergognarsene: è tutto ciò che serve per vivere.
La fede dunque è una consapevolezza profonda dell’amore del Padre ed è capace di farci vivere in ogni situazione, anche quelle umanamente impossibili: questo vuol dire Gesù nel Vangelo usando l’immagine dell’albero che si sradica e si pianta nel mare. In fondo potremmo immaginarci come un albero che a volte perde la possibilità di affondare serenamente le proprie radici sulla terra, ma anche dovesse accadere la fede ci farebbe vivere e prosperare anche in mezzo alle onde del mare più inospitale.
Tutto ciò però – sembra ammonirci subito Gesù – può essere vissuto solo nell’umiltà. La consapevolezza di essere infinitamente amati e che questo amore è capace di farci vivere non può farci diventare superbi, oppure pretenziosi verso Dio quasi ci dovesse qualcosa o fosse nostro servitore, al contrario l’amore che sperimentiamo ci fa trascorrere i giorni servendo, scrutando intorno a noi per vedere se c’è rimasto qualcosa da fare per servire Dio e i fratelli. Vivremo questo continuo servire non come un vanto, ma come l’ovvio (i servi sono tali perché servono, è quanto devono fare, niente altro) e nonostante ciò lo sentiremo come un privilegio, perché sarà la nostra possibilità di corrispondere all’amore ricevuto. L’amore che ci fa vivere, la fede, non porterà frutto solo per noi allora, ma per tutti quelli che incontreremo e in questo modo si avvererà la sentenza del profeta Abacuc: è posto un termine all’ingiustizia e al dolore. E quando questi saranno debellati potremo guardarci intorno con una punta di rammarico: adesso siamo servi inutili, come possiamo amarti Signore?
28 - Set - 2019

XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Commento della nostra parrocchiana Simona Segoloni Ruta – Teologa

Anche il Vangelo di questa domenica torna sul tema del corretto rapporto con la ricchezza e anche questa volta abbiamo una parabola, che ha come scopo di aiutare a riflettere su che cosa convenga davvero. Il ricco della parabola infatti prospera in un lusso descritto con dovizia di particolari ed è talmente immerso nel suo mondo da non accorgersi nemmeno delle sofferenze disumane di chi gli sta davanti alla porta e che quindi vede ogni volta che esce ed entra in casa. Questo personaggio si accosta a quelli che il profeta Amos chiama “gli spensierati di Sion” che banchettano, bevono, si ricoprono di unguento e improvvisano sulla cetra come fossero Davide (sembra di cogliere una sfumatura ironica che rimarchi come questi si pensino ben più di quello che sono, perché la ricchezza spesso fa sovrastimare chi la possiede). La colpa di questi, come del ricco della parabola, non sembra essere la ricchezza in sé ma il fatto che non si preoccupano gli uni della rovina di Giuseppe (cioè del popolo) e l’altro del povero che ha davanti casa.

Come già notato altre volte scorrendo il terzo Vangelo, si deve sottolineare che non è la ricchezza ad essere un problema, ma che facilmente può diventarlo, perché il cuore dell’uomo si attacca ad essa e pur di goderne e mantenerla non si cura più di chi soffre, perdendo la misura di sé e della propria vita. Ci si inganna, pensando di bastare a se stessi e di salvarsi grazie al denaro che si possiede, senza bisogno che gli altri vivano e senza preoccuparsene. Il monito di Amos è terribile: finiranno in esilio. L’immagine di Gesù è ancora più dura: il povero sperimenterà la pace e la gioia nella vita di Dio, il ricco privo di ogni pietà sarà nei tormenti. La storia finisce così con un “rovesciamento” delle sorti, tipico del Vangelo di Luca. Chi ha sofferto ora è nella gioia e chi ha goduto soffre, perché non ha saputo privarsi nemmeno delle briciole di cui l’altro si sarebbe accontentato.
Magari questo rovesciamento non riguarda solo la vita in Dio, ma anche il momento presente. Forse si può essere nei tormenti anche mentre si godono i lussi, perché in fondo il prezzo da pagare in disumanità è pesantissimo. Per vivere in questa condizione infatti bisogna arrivare ad ignorare le sofferenze altrui, a non percepire più l’ingiustizia, a non pensare più di se stessi se non in termini economici e di benessere. Chi vive così perde molto di sé e delle possibilità che la vita offre.
D’altra parte, sembra di sentire parlare delle nostre società, così ineguali e ingiuste e del sistema economico mondiale. Quanti popoli sono insensibili alle sofferenze di quelli che non hanno altre possibilità che soffrire? Quanti governi e aziende sono insensibili ai danni causati dall’inquinamento che già colpiscono tantissimi e rischiano di colpire tutti? Quanti benestanti ignorano le fatiche dei poveri e quanti che hanno risorse economiche in abbondanza sfruttano chi non ne ha tramite rapporti di lavoro non dignitosi?
A volte ci dà fastidio anche che ci chiedano le briciole. Ma il prezzo da pagare per questa insensibilità è l’isolamento, la paura, la distruzione dell’ambiente, l’incapacità di provare compassione e di soccorrere. Perdiamo molto, per guadagnare un banchetto o un coppa larga o per far sfoggiare ricche vesti? Ma tutto questo non dura e non salva.
L’invito di Gesù è a convertirsi, ad ascoltare la Parola per vivere secondo la logica dell’amore e della condivisione. Come se ci dicesse, usando le parole della prima lettera a Timoteo: “tu, donna o uomo di Dio, evita queste cose e tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza”. Così infatti combattiamo la buona battaglia della fede e non scambiamo una ricchezza che dura poco per quello che ci può salvare. Invece davanti ai bisognosi che incontriamo ciò che possediamo (denaro, tempo, capacità, affetto) diventa una vera ricchezza, perché possiamo investirla per far vivere.
Ci accorgiamo di questo però solo se crediamo alla Parola di Dio, perché questa, che sembra così fragile e leggera, è capace di aprirci gli occhi per poter vedere la realtà più profondamente fino a trasformarla e farci scoprire nei bisognosi la risorsa che non ci fa sciupare i nostri beni. Accogliere questa Parola ci salva, perché ci cambia la comprensione del mondo, la valutazione delle cose e lo stile di vita. Se il ricco della parabola avesse ascoltato la legge non avrebbe confidato in un’illusione e non avrebbe inflitto sofferenze. Una parola sembra niente ma fa la differenza fra l’entrare nella vita o rimanerne fuori.