I Domenica di Quaresima (A)

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28 - Feb - 2020

Quaresima

I Domenica di Quaresima (A)

(Gen 2,7-9; 3,1-7   Sal 50   Rm 5,12-19   Mt 4,1-11)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La seconda lettura, tratta dal celeberrimo capitolo quinto della lettera ai Romani, mette a confronto due esseri umani che hanno vissuto la propria umanità in modo opposto: da una parte Cristo e dall’altra Adamo, ovvero ciascuno di noi, perché i racconti della Genesi non parlano di una persona storica ma svelano le dinamiche profonde che segnano la vita di ciascuno/a. Paolo dice che alla caduta di Adamo è legata la morte di tutti, mentre dall’obbedienza di Cristo è venuta la vita per tutti. Pur senza addentrarci nelle complesse dottrine che stanno dietro questo brano dell’apostolo, comprendiamo però con chiarezza che c’è un modo di vivere (il nostro) che semina morte e c’è un modo di vivere (quello di Cristo) che dona vita a tutti. Quale sia la differenza fra i due ci viene illustrato nel brano della Genesi (prima lettura) e nel Vangelo, che ora mettiamo a confronto.

In entrambi i testi si ha a che fare con il cibo. L’essere umano è stato plasmato dal suolo bagnato dall’acqua, è stato posto in un giardino per coltivarlo e custodirlo, gli è stato chiesto di dare il nome agli animali (ovvero di usare la parola proprio come Dio per ordinare il mondo) e gli è stato dato in cibo ogni erba verde: l’essere umano non mangia gli animali, dunque, ponendo un limite al proprio potere, e, per espresso ordine di Dio, non può mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. Dio, che ha creato tutto, limitando il proprio potere e se stesso per fare spazio ad altro da sé, chiede all’essere umano di diventare come lui (a sua immagine e somiglianza), limitando se stesso per fare spazio ad altri esseri viventi. E un limite è anche quello dato al mangiare dell’essere umano: c’è un albero che non può essere mangiato. Adamo ed Eva non possono restare bambini (nudi nel giardino senza distinguere il bene dal male), ma il loro cammino verso la vita adulta e responsabile non dovrebbe passare per la bramosia di divorare mangiando tutto quello che trovano, come se questo potesse garantirgli la vita senza aver più bisogno di Dio. Nel loro atteggiamento riconosciamo immediatamente il nostro mondo: divoratore di risorse, di natura, di aria, di acqua, di esseri viventi e di persone. Gli esseri umani, senza onorare il limite che gli permette di essere come Dio, miti e vivificanti, divorano e distruggono, fino a distruggere se stessi.
Nel Vangelo, all’estremo opposto, troviamo Gesù che digiuna per quaranta giorni e sta nella fame, in mezzo al deserto, avvinto dalla debolezza e dalla solitudine, che sempre ci fanno perdere sicurezza e identità. In questo momento, posto di fronte al proprio limite, viene tentato: perché non vincere il limite e finalmente saziarsi? Perché non cominciare i miracoli procurandosi il pane che poi avrebbe usato per sfamare le folle? Perché non operare qualche spettacolare prodigio davanti agli occhi di tutti, per dimostrare senza ombra di dubbio che Dio è con lui, in modo che tutti credano? Perché non farsi fare re di tutta la terra, in modo da instaurare la giustizia e la pace? Perché non fare tutte queste cose, desiderabili e buone come il frutto che la donna vede appeso all’albero?
Gesù sa che la bramosia, che fa dimenticare il proprio limite, è dannosa anche quando si volge a cose buone (anzi sempre si volge a cose buone: persone, benessere, ricchezze, beni, riposo, salute…) e quindi non la asseconda. Egli sa bene che la via che conduce alla vita è quella che chiede di accettare la fame, il fallimento e l’impotenza, perché solo così si stringono relazioni che non rapinano e non distruggono, ma curano e fanno crescere. L’accoglienza del limite infatti porta con sé il bisogno costitutivo di relazionarsi con Dio e con gli altri: ci serve ogni parola che Dio dice, non vogliamo tentarlo perché se si incrina la fiducia con lui non possiamo vivere, non vogliamo onorare nessun altro, perché lui solo ci custodisce. E stando in questa relazione con Dio, viviamo e facciamo vivere.
Il nostro limite va riconosciuto, dunque, come un dono capace di farci accedere alla vita condivisa con Dio, con gli altri e con il creato: per questo Gesù lo onora fin dall’inizio e lo vivrà fino al paradosso della croce dove fame, fallimento e impotenza saranno portate all’estremo. Cominciamo la quaresima nel deserto, allora, posti di fronte alla nostra fragilità (basta un virus o l’assenza della pioggia a far crollare tutto il nostro sistema), benedicendo Dio per ogni parola che dice, certi che non abbiamo bisogno di metterlo alla prova ma solo di onorarlo per la vita che sempre rinnova per noi e per tutti.
 …Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani
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