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13 - Mag - 2022

V Domenica di Pasqua anno C

Pasqua 2022

V Domenica di Pasqua

Anno C

(At 14,21-27   Sal 144   Ap 21,1-5   Gv 13,31-35)
Domenica 15 Maggio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il libro dell’Apocalisse ci racconta una visione. Oggi è frequente dire delle aziende o delle organizzazioni che hanno una vision, hanno cioè ben chiaro che cosa vogliono essere e quale risultato vogliono portare nella realtà, poi, in base a questa vision, ogni azienda e ogni organizzazione struttura la propria mission, il proprio operare cioè in vista dei risultati. Non si danno però né risultati né azione senza visione, senza saper vedere quello che ancora non c’è, senza sapere chi si vuole diventare o chi si è chiamati a diventare.

L’Apocalisse ci racconta una visione, quella che riguarda la chiesa. In questo breve passaggio che è praticamente alla fine del racconto si contempla il rinnovamento di tutte le cose, un ordine nuovo del mondo (cielo e terra diversi e niente più mare) e Dio che dimora con gli esseri umani. In questo quadro la chiesa è descritta come quella città, cioè quel luogo ospitale e variegato dove si può vivere insieme, nella quale Dio abita. La chiesa è quel noi, entrando nel quale (come oltrepassando le mura spesse delle nostre città antiche), si può stare con Dio, lasciarsi asciugare le lacrime, dimenticare il lutto e l’affanno, relegare anche la morte fra le cose di ieri. La visione ci dice che la chiesa è il luogo della vita e della consolazione, perché rende presente Dio stesso.

Tutto questo accade per la logica semplicissima ed essenziale che i pochi versetti del Vangelo ci annunciano di nuovo: dall’amore che i credenti hanno gli uni per gli altri, tutti sapranno che sono discepoli di Cristo e così questo amore, la cura concreta, ovvia e banale di ogni giorno, diventerà lo spazio accogliente nel quale la gloria di Dio sarà evidente e il noi di quelli che si amano comincerà a rinnovare la terra sulla quale vedremo svanire persino la morte.

La visione ci dice che la chiesa non è innanzitutto un’istituzione con una storia gloriosa, personaggi importanti, beni e potere, regole, sacralità, curiose usanze di qualche secolo fa. La visione ci dice che la chiesa è uno spazio di relazioni umane nel quale lo Spirito viene assecondato al punto che l’amore reciproco diventa capace di convincere della bellezza del Vangelo anche altri, che così a loro volta possono dimenticare affanni e lutto. Questa era la visione di Paolo e Barnaba (prima lettura) che tornano ad Antiochia a raccontare come lo Spirito li abbia accompagnati nella missione fino al fatto del tutto imprevisto della conversione dei pagani. Non tornano ad Antiochia per vantarsi, per affermare il loro successo o per vedersi riconosciuto un incarico; tornano ad Antiochia perché quella è la chiesa da cui sono partiti, quelli sono i discepoli e le discepole che li hanno sostenuti, che hanno pregato con loro, che li hanno amati e che loro hanno amato. Non c’è missione che non parta da questo amore, che stringe in relazioni fedeli e fa essere responsabili gli uni degli altri. Non c’è missione che non parta da un luogo, volti precisi, nomi, persone di cui si vuole avere cura.

Spesso si parla (a ragion veduta) della crisi della chiesa. La via di uscita è tornare ad avere una visione, la stessa che il Vangelo ci ha consegnato fin dall’inizio.

06 - Mag - 2022

IV Domenica di Pasqua anno C

Pasqua 2022

IV Domenica di Pasqua

Anno C

(At 13,14.43-52   Sal 99   Ap 7,9.14-17   Gv 10,27-30)
Domenica 8 Maggio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La seconda lettura di questa domenica, nel linguaggio tipicamente simbolico dell’Apocalisse, ci porta a contemplare l’umanità come una immensa moltitudine che nessuno può contare, senza più separazione di sorta: persone di ogni lingua, popolo, stirpe, nazione, sono tutti insieme davanti a Dio, dopo aver attraversato la grande tribolazione. Forse possiamo vedere in questa tribolazione le fatiche della vita e della storia, i dolori e le prove soverchianti che stringono ogni epoca, ogni popolo, ogni persona (non dovremmo riconoscerci come fratelli e sorelle già solo per questa fatica che tutti conosciamo fin troppo bene? e non è illusorio pensare di alleggerire questa fatica facendo violenza o accaparrando?). Ma forse ancora più specificamente, potremmo pensare che le prime file di questa moltitudine che ha affrontato la tribolazione siano coloro che hanno mantenuto fede alla propria umanità, alla giustizia, alla fede e per questo hanno sofferto o sono morti. Tutti comunque, purificati dal sacrificio di Cristo che non ha bisogno di essere ripetuto perché già capace di salvare tutti, non avranno più fame né sete, non soffriranno arsura ma avranno l’acqua della vita: Dio stesso asciugherà le lacrime dai loro occhi.

Questa visione in cui nessuna barriera si erge fra i popoli sembra contraddire quanto accade a Paolo e Barnaba (prima lettura tratta dal libro degli Atti) che si trovano più volte in contrasto con i Giudei che non vogliono ascoltare la loro predicazione, ma in realtà anche questa divisione (forse proprio perché coinvolge il popolo che Dio si è scelto) diventa l’occasione per allargare la via della salvezza. Quando infatti i Giudei respingono Paolo e Barnaba questi decidono di annunciare ai pagani: il rifiuto che incontrano non li chiude nella delusione e nella disperazione, ma li riapre a nuovi orizzonti e nuovi percorsi. In questo modo anche il male che gli altri gli rivolgono diventa inefficace, proprio perché viene volto in bene. Paradossalmente il rifiuto opposto diventa dono per altri che nemmeno sapevano fosse possibile.

Si comprende così quanto questi pochi bellissimi versetti del Vangelo di Giovanni ci dicono: nessuno può rapire dalla mano del Padre coloro che ascoltano la voce di Gesù, perché questa voce indefettibilmente fa mantenere la rotta sulla via della vita eterna che nessuno può strapparci, qualunque cosa faccia. Per Paolo e Barnaba persino l’odio e il complotto di quelli che consideravano fratelli diventa una risorsa, per la moltitudine dell’Apocalisse la tribolazione diventa il travaglio per entrare nella vita. Ascoltare la voce di Cristo ci fa stare saldi e al sicuro nella mano del Padre, non al riparo dal male, ma certi che non ci potrà strappare dalla mano di chi, infallibilmente, moltiplica e rinnova la vita, per noi e per altri.

29 - Apr - 2022

III Domenica di Pasqua anno C

Pasqua 2022

III Domenica di Pasqua

Anno C

(At 5,27-32.40-41   Sal 29   Ap 5,11-14   Gv 21,1-19)
Domenica 1 Maggio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Questa domenica la prima lettura è di nuovo tratta dagli Atti degli apostoli e la seconda dall’Apocalisse e, di nuovo, il Vangelo è quello di Giovanni. Questa domenica continuiamo a leggere il Vangelo da dove l’abbiamo lasciato domenica scorsa e passiamo all’ultimo capitolo di Giovanni, quello che è stato aggiunto al racconto iniziale. Questa aggiunta è carica di significati simbolici, di richiami, di suggestioni: il mare di Galilea, la pesca miracolosa, la distribuzione dei pani e dei pesci, il dialogo fra Gesù e Pietro (quasi a recuperare il tradimento di quest’ultimo, perché – lo sappiamo – le relazioni non si sanano semplicemente dimenticando ciò che è accaduto, occorre che chi ha ferito qualcuno rimedi come è possibile).

Per scegliere su che cosa fissare lo sguardo in mezzo a tanta abbondanza ci lasciamo guidare dalle prime due letture. Nel libro degli Atti Pietro (con gli apostoli) ribadisce che bisogna obbedire a Dio non agli uomini e quindi, invece di tacere come gli uomini gli intimavano, annuncia che Gesù è colui che Dio ha innalzato alla sua destra (a questo innalzamento che contrasta con la sconfitta della crocifissione fa eco anche il salmo: Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato, mi hai fatto rivivere, hai mutato il mio lamento in danza). Risponde a questo annuncio di gloria e di esaltazione il brano dell’Apocalisse nel quale miriadi e miriadi di angeli, insieme a tutte le creature che stanno in cielo, in terra, sotto terra e nel mare, acclamano a colui che è degno di onore, gloria e benedizione. Entrambe le letture cantano cioè l’esaltazione e la gloria di Gesù dopo l’abbassamento e l’umiliazione della croce.

A questo punto potremmo smarrirci, però. Infatti i nostri criteri umani – molto lontani da quelli di Dio – ci possono far immaginare Gesù come una specie di essere potentissimo, divinizzato, un eroe vittorioso, capace di sconfiggere ogni nemico, invincibile e indistruttibile. Somiglia alla descrizione dei supereroi amati dai bambini, o dei robot combattenti i nemici cattivi che ogni persona cresciuta negli anni settanta-ottanta ha bene in mente. Questa però non è la buona notizia del Vangelo. Dobbiamo domandarci allora in che cosa consistano l’esaltazione e la gloria di Gesù. In che cosa consista la sua vittoria e il motivo per cui davvero non si può che inchinarsi di fronte a tanta bellezza. E per comprendere questo torniamo al racconto del Vangelo.

Dopo la Pasqua, anche se Gesù si è mostrato risorto, lo smarrimento e l’indecisione sono dominanti. Non è davvero facile capire che cosa significhi ciò che è successo. Alcuni dei discepoli tornano a pescare, alle loro terre, al loro mestiere. E qui Gesù, come all’inizio di tutta la vicenda, si fa trovare sulla riva. Mentre loro si affannano a pescare o a nuotare (Pietro si butta per raggiungerlo quando capisce che è lui), Gesù prepara un fuoco di brace e si fa dare il pesce fresco. Il vincitore della morte prepara la cena, fa il gesto che tutte le donne (e oramai qualche uomo) conoscono bene: il gesto della cura quotidiana, del nutrimento, dare forza a chi sia ma rallegrandolo con un sapore buono. Gesù prepara il fuoco e cuoce il pesce, poi lo distribuisce ai suoi. È una scena di intimità (non c’è bisogno nemmeno di parlare) e di condivisione, è un momento che permette di capire tutta la storia precedente che ha reso Gesù e i suoi un solo corpo, è il gesto più semplice ed efficace del mondo che svela il mistero di Dio di cui Gesù è vissuto: preparare un cibo che tutti possano gustare.

Nessuna grandiosità. Nessuna potenza. Nessuna gerarchia. Il Signore si china sul fuoco e cucina per i suoi. Mangiano insieme. E così il mistero di Dio, madre e nutrice, si schiude nei gesti quotidiani che tutti fanno e tutti comprendono. La chiesa dovrà essere poi il riflesso di tutto questo, dove chi più ha ricevuto si china a nutrire altri perché abbiano anche loro tutto il possibile e dove tutti si nutrono dell’unico mistero di vita che allontana la morte non nella grandiosità del potere, ma nel nascondimento dei gesti che sono propri della cura e dell’amore vissuto. Per questo Gesù merita che tutta la creazione gli si inchini davanti, lo esalti e lo lodi, perché tutta la sua vita e tutta la sua carne sono state amore vissuto: fedele, frainteso, condiviso, tradito, ma fermamente offerto, fino all’ultimo respiro. Colui che viene esaltato è un uomo che ha saputo amare e prendersi cura e per questo, tornato dalla morte, si china e prepara la cena per chi ha bisogno di mangiare.

22 - Apr - 2022

II Domenica di Pasqua anno C

Pasqua 2022

II Domenica di Pasqua

Anno C

(At 5,12-16   Sal 117   Ap 1,9-11.12-13.17-19   Gv 20,19-31)
Domenica 24 Aprile 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Se ci fosse capitato di pensare che per le discepole e i discepoli che hanno visto il Signore risorto sia stato più facile aderire al Vangelo, il brano di questa domenica ci aiuta a comprendere meglio che ogni credente, dalle prime donne andate al sepolcro all’ultima persona che oggi è diventata cristiana, deve compiere lo stesso cammino: deve cioè credere che colui che era stato crocifisso è risorto. Non basta ascoltare l’annuncio: molti lo hanno sentito anche allora ma non hanno creduto (all’inizio anche i discepoli non credono alla parola delle donne). Non basta nemmeno che dei testimoni oculari lo raccontino, come accade in questo famoso episodio che ha Tommaso per protagonista. Ma non basta nemmeno vedere. Gesù infatti, quando si mostra otto giorni dopo la Pasqua, rivolgendosi a Tommaso gli dice: “perché mi hai veduto hai creduto”. Questa frase ci dice che non basta nemmeno vedere. Dal vedere, infatti, bisogna passare alla fede e questa è la capacità di riconoscere in ciò che si vede e si ascolta l’opera di Dio. Non basta vedere ciò che Dio opera, nemmeno la resurrezione di Gesù (pensiamo che proprio quelli che hanno visto Gesù resuscitare Lazzaro si sono organizzati per ucciderlo), occorre guardare e ascoltare in modo da riconoscere in ciò che accade l’amore infinito che Dio ci rivolge e volerlo. La fede è riconoscersi amati da Dio e scoprire in questo una tale bellezza da voler vivere per esso.

È la stessa dinamica dell’amore. Nessuno di noi può vedere l’amore di qualcuno, né può provarlo, ma può crederci da ciò che l’altro compie e dice. Ci si può ingannare ovviamente (e per questo spesso non si crede nemmeno a ciò che è vero, per paura di fidarsi e soffrire) ma non c’è altro modo per conoscere l’amore che crederci. Fin da quando siamo piccoli è così: un bambino o una bambina che non credesse all’amore che gli viene rivolto soffrirebbe enormemente e finirebbe per affaticare la propria crescita o persino per impedirla. L’amore non si può dimostrare, proprio come la resurrezione, ma questo non significa che non sia meno vero. Non basta vedere, occorre credere: perché solo conoscendo l’amore e scegliendolo la vita diventa altro. “Perché hai veduto hai creduto, beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. Beati quelli, cioè, che sanno riconoscere l’amore di Dio dall’annuncio del Vangelo, attingendo da questo per cogliere in tutto ciò che vedono e sentono l’annuncio gioioso della sconfitta della morte che viene dall’amore vivificante di Dio.

La chiesa è proprio il corpo di quelli e quelle che credono a questo amore che vince ogni morte, per questo (bellissima la seconda lettura tratta dall’Apocalisse e vivida di immagini) in mezzo ad essa si può vedere il Risorto, vivo e operante. La fede infatti rende i credenti e la chiesa intera capaci di diffondere e moltiplicare la vittoria di Cristo, per cui lui stesso può essere visto e riconosciuto in loro. La prima lettura (dagli Atti degli apostoli) ce lo racconta parlando della prima comunità: un popolo capace di fare prodigi di vita, capace di attrarre tutti quelli che soffrono perché vengano guariti, capace di liberare quelli che gli spiriti malvagi tengono prigionieri. La resurrezione di Cristo viene creduta, perché il suo annuncio risuona sulla bocca di quelli che con la loro fede e il loro amore lo rendono presente proprio perché intorno a loro la morte viene continuamente sconfitta. Da ciò che essi vivono è possibile credere che ciò che annunciano sia vero e così uomini e donne vengono aggiungi alla famiglia di quelli che credono, che sanno vedere e gioire cioè dell’amore che lascia vuoto ogni sepolcro.

15 - Apr - 2022

Domenica di Pasqua Risurrezione del Signore anno C

Pasqua 2022

Domenica di Pasqua
Risurrezione del Signore

Anno C

(At 10,34.37-43   Sal 117   Col 3,1-4   Gv 20,1-9)
Domenica 17 Aprile 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Se tutti abbiamo esperienza di sofferenza, violenza e morte (subite e/o inflitte), più difficile è avere esperienza di resurrezione. Anche il senso comune ci dice che unica cosa certa è la morte, ci insegna anche che finché c’è vita c’è speranza, per dire che con la morte anche questa cessa. Come si possono biasimare quindi i discepoli che non credono alle parole delle discepole che annunciano la resurrezione? E come possiamo noi invece credere all’annuncio della resurrezione? All’annuncio che ci parla di una luce che rischiara ogni buio (così comincia la veglia pasquale), di una parola che dà senso ad ogni vicenda (non è questo il motivo di tanta sovrabbondante parola che si legge nella veglia?), di un’acqua che fa nascere di nuovo (si arriva così alla liturgia battesimale) e di un pane e un vino capaci di ridare forza e gioia a chi non ne ha più e sta cedendo alla morte? Come possiamo credere?

Di nuovo Luca ci indica la via annotando che le discepole che ascoltano lo stesso annuncio dagli uomini in vesti sfolgoranti non credono per la straordinarietà dell’apparizione: al contrario questa poteva convincerle di aver avuto un’allucinazione o di essere state ingannate da qualcuno. Esse credono invece perché si ricordarono delle parole di Gesù. Ecco allora indicata la via anche perché anche noi possiamo credere nella resurrezione, nella vittoria della vita su ogni morte e nello scoperchiamento di ogni sepolcro: conoscere le parole di Gesù, averle fatte proprie e vissute, richiamarle al cuore con facilità, meditarle e condividerle. Solo la familiarità con il Maestro permette alle discepole di riconoscere la resurrezione come qualcosa cui lui le aveva preparate. Solo la conoscenza della sua logica e dell’amore del Padre, permette loro di vedere in un sepolcro vuoto la prova certa della sconfitta della morte. Solo l’amore per il Signore, permette loro di capire che davvero è risorto, perché questo è ciò che tutta la sua vita annunciava. Non aveva vissuto allontanando la morte e il male in quelli che incontrava? Non aveva insegnato a cacciare la violenza, l’ingiustizia e la divisione? Non aveva acceso luci ovunque? Non aveva fatto ricominciare a vivere innumerevoli volte in innumerevoli modi? Era vissuto rimettendo al mondo chiunque incontrasse, insegnando che questo è ciò di cui è capace l’amore del Padre. E ora lui era stato rimesso al mondo dal Padre.

Basta ricordare ciò che ha vissuto e, se lo si è compreso, la sua resurrezione ci sembrerà persino ovvia.

Se la nostra vita cristiana un po’ si nutre di Vangelo, allora, se ne rivive le parole e ne riscopre gli eventi in ciò che ci accade ogni giorno, se cioè siamo intimi del Signore e cerchiamo di avere il suo stile e di sentire come lui, allora noi potremo credere in questa notte non solo alla sua resurrezione, ma a quella di tutti. Alla resurrezione dal peccato e dall’ingiustizia. Alla resurrezione dalla guerra e dalla violenza. Alla resurrezione dalla emarginazione e dalla indifferenza. Noi possiamo credere, solo perché abbiamo visto che vivere il Vangelo fa rinascere. E così possiamo aspettare fuori da ogni sepolcro e correre subito a portare la buona notizia appena la vita di Dio rimette al mondo quelli che sembravano perduti per sempre. Noi sapremo spiegare come la vita trionfa, perché siamo stati col Maestro e ricordiamo le sue parole e così là dove il buio e il deserto sembrano prevalere, noi sapremo trovare le tracce delle luce e dell’acqua e indicarle a tutti, perché proprio per questo momento siamo stati istruiti così a lungo.

09 - Apr - 2022

Domenica delle Palme anno C

Palme

Domenica delle Palme

Anno C

(Is 50,4-7   Sal 21   Fil 2,6-11   Lc 22,14-23,56)
Domenica 10 Aprile 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La domenica delle Palme ci introduce alle settimana più importante dell’anno, nella quale celebriamo il mistero centrale della vita di Cristo e della nostra: il venerdì santo (che comincia nella sera del giovedì con il memoriale dell’ultima cena e prosegue nelle lunghe ore della passione), il sabato santo e la domenica di Pasqua sono i giorni centrali non solo dell’anno liturgico ma della vita di ogni credente. Qui sta tutto ciò che può salvarci e darci vita, qui sta il senso di ogni speranza e di ogni bontà, qui Dio stesso è visibile e vicino, proprio là dove temiamo di andare anche se sappiamo che vi andremo ineluttabilmente.

Il Vangelo che viene proclamato prima della celebrazione eucaristica racconta l’acclamazione della folla. Luca specifica che è la folla dei discepoli, non facendoci immaginare una folla esaltata e manipolata sul momento, ma una moltitudine di persone coinvolte nell’ascolto e nella sequela del maestro. Questi acclamano al Signore mite che cavalca l’asina, all’uomo pronto a sperare nella vita anche mentre viene gettato nella morte. Mettiamo noi stessi fra quelli che gridano entusiasti per quello che Gesù sta per vivere, non perché non sia un abominio fare del male ad un uomo (fra l’altro buono e innocente), ma perché il Signore attraversa ogni male possibile mostrandoci come questo possa essere ridotto a nulla. Esaltiamo dunque la sua sapienza, il suo coraggio, la sua speranza e facciamole nostre mentre contempliamo il racconto della passione, entrando dentro le pieghe dei suoi sentimenti e del suo stile non per compatirlo o vivere una sentimentale partecipazione, ma per intuire come lo Spirito lo abbia condotto alla vita proprio mentre la morte lo stringeva da ogni parte. E fare anche noi così.

Anzitutto lo Spirito riempie Gesù di desiderio (ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi) perché non c’è amore senza passione e senza desiderio e il Signore ama. Poi lo riempie di preoccupazione per i suoi ai quali lascia il gesto del pane spezzato perché comprendano ciò che sta per accadere, che cerca di ammonire sul tradimento e sul rinnegamento e che istruisce per l’ultima volta sulla logica fraterna: non è possibile seguire il Vangelo facendosi più grandi di qualcuno, nemmeno se ci si fa grandi benefattori; potere e gerarchia non sopportano l’amore e la fraternità. E poi “basta”. Lo Spirito insegna a Gesù il suo limite: non può dire più niente per aiutare i suoi, ha esaurito parole e gesti. Tocca solo entrare nella lotta con l’ingiustizia, l’odio e il male che gli vengono rovesciati addosso. E così prega, soffrendo, che sia fatta la volontà del Padre. Qui lo Spirito insegna a Gesù la speranza: se lui potesse eviterebbe la sofferenza che lo aspetta, ma anche se non può evitarla, può ancora sperare che in essa si compia la volontà del Padre e così la morte si trasformi in vita. La volontà di morte è quella degli uomini (Pilato lo consegnò al “loro” volere), Dio invece vuole sempre la vita. Questa speranza rende il volto di Gesù duro (così come ci racconta la prima lettura) e gli permette di attraversare persino la croce (seconda lettura).

Giudicato per tre volte, accusato, visto come un fenomeno da baraccone da Erode, sbeffeggiato, trovato innocente eppure condannato: tutti questi passaggi mostrano quante volte chi ha ucciso Gesù aveva avuto l’occasione di tornare indietro e non l’ha fatto. Spesso chi fa il male non vuole mettersi in discussione, ma giustificarsi e così persevera al punto da compiere atti sempre più gravi e irreparabili, ma anche così fosse sempre Dio dona sempre l’occasione del pentimento o di riscattarsi compiendo il bene possibile, fosse anche solo una parola di giustizia e di comprensione, mentre si viene giustamente crocifissi per il male fatto. Il malfattore trova una giustizia che i capi religiosi e i governanti non hanno trovato, tutti presi dal loro ruolo e dal salvare il proprio potere, ma – aveva detto Gesù – “tra voi non sia così”: se non avremo bisogno di difendere noi stessi, ruoli, poteri, immagine, saremo liberi, anche avessimo sbagliato quanto il malfattore, di trovare la via del paradiso.

E dopo che lo Spirito ha compiuto la sua opera, insegnando il perdono per chi lo uccide e la promessa di vita per chi lo consola, Gesù consegna lo Spirito al Padre: consegna l’amore che lo fa vivere e quindi muore. Tutto si sconvolge: la natura, il tempio, la folla. Il mondo perde il suo senso, smarrito precipita nelle tenebre. Ma il grido di Gesù è stato udito: si può aspettare la risposta del Padre. Per questo le discepole guardano dove è stato sepolto. Torneranno. La storia non è ancora finita.

01 - Apr - 2022

V Domenica di Quaresima anno C

Quaresima

V Domenica di Quaresima

Anno C

(Is 43,16-21   Sal 125   Fil 3,8-14   Gv 8,1-11)
Domenica 3 Aprile 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Nel meditare la parabola del Padre che perdona il figlio tornato da dove si era perduto, dicevamo che, per trovare il perdono che Dio offre, occorre abbandonare il peccato, riconoscendolo e decidendo di non volerlo più. La conversione si gioca proprio sul lasciare andare ciò che si riconosce di aver servito erroneamente, senza motivo, senza trovare vita. Le letture di questa domenica riprendono questo tema, dandoci la possibilità di capire che non solo si può ricominciare dopo il peccato, ma che si può essere anche rinnovati nelle opportunità di vita, nelle relazioni, persino nello sguardo che abbiamo sul mondo e su noi stessi. Aprirsi al nuovo, alla vita che irrompe quando nessuno se l’aspetta più: questo è l’ultimo passo prima di celebrare la Pasqua. Lasciato andare tutto in cenere, il nostro cuore non si attacca a ciò che non valeva, ma attende altro.

“Ecco faccio una cosa nuova” così ci annuncia il profeta Isaia: “ proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Se non ce ne accorgiamo forse è perché continuiamo a guardare indietro e così la strada che si apre davanti a noi, fendendo il deserto, ci sfugge e i fiumi di acqua che lo irrigano non ci tolgono la sete. Paolo, nel brano della lettera ai Filippesi che costituisce la seconda lettura, ci aiuta a capire invece quali sono i sentimenti di chi si apre alla novità di Dio: qualsiasi cosa rispetto a lui appare una perdita, perché quando si è totalmente conquistati da qualcuno (come ogni innamorato sa) non c’è spazio per rimpiangere altri. E così pur sapendo di essere ancora lontano dalla meta, si corre verso ciò che sta di fronte, dimentichi di ciò che è alle spalle. Non c’è ostacolo o miseria, non c’è cosa vecchia che possa trattenerci nel cammino, smaniosi di vivere la bellezza del Vangelo fino in fondo.

E così quando Gesù incontra la donna adultera di cui ci racconta Giovanni fa una cosa nuova, apre una strada nel deserto. Avvinto dall’amore e dalla vita del Padre, non guarda il passato di questa sorella, ma guarda in avanti (non peccare più) e la riconsegna alla vita (va’). Immaginiamo la scena: quelli che si pensano giusti e forse, se il criterio è rispettare alcune regole, lo sono davvero, vogliono accusare Gesù e per questo gli portano una donna colta in flagrante adulterio. L’accusa a lei è funzionale ad accusare lui: entrambi sono sul banco degli imputati. Lei è un capro espiatorio fin troppo ovvio, su di lei si scatena tutto il ribrezzo per l’ordine sociale e familiare turbato, mentre nessuno si domanda dove sia l’uomo che era con lei né quali responsabilità abbia il marito in tutto questo. Gesù invece è un rabbì, viene considerato un profeta, per accusarlo ci vuole di più che un espediente qualsiasi. Lui però non si preoccupa di altri che della donna: non è preoccupato per sé, non risponde alle loro domande, non si lascia provocare, non cerca di avere ragione. Guarda lei e sa, in un attimo solo, che se lei ha peccato non è la sola: tutto il sistema sociale e religioso che le sta intorno, ciascuno di loro, ha peccato e forse ha contribuito anche a far peccare lei, eppure nessuno si prende le sue responsabilità, mentre riversano rabbia e odio su di lei. “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”. A queste parole di Gesù, tutti se ne vanno e così, proprio mentre la donna resta sola, si fa evidente che non è l’unica a peccare, ma invece è l’unica rimasta e così può vedere qualcosa di molto più prezioso di quanto lascia, qualcosa che la può conquistare al punto da dimenticare tutto il resto.

Fissa gli occhi su Gesù, resta lì davanti a sentirsi dire che nessuno la condanna e che d’ora in poi, qualunque siano le sue possibilità di vita, può non peccare più. Gesù non la lega al suo peccato, vedendo altro e sperando altro. Lei passa così dalla morte (paventata anche da chi l’accusava: Mosè ci ha detto di lapidare donne come questa) alla vita, quella possibile ora. Gesù ha preso le parti di lei, facendo giustizia di chi voleva sfogare su di lei tutte le storture del mondo, e così farà nella Pasqua, prendendo le parti di quelli che soli vengono condannati, mentre il peccato è di tutti. E così, in questa ultima domenica prima della settimana santa, ci accorgiamo che Dio non è imparziale né equidistante, egli ha il cuore vicino alle vittime, a chi subisce ingiustizia, ai poveri, ai piccoli. Dio si schiera per quelli che gli altri (i benpensanti preoccupati della correttezza) scartano.

Possiamo pensare allora che la donna sia stata conquistata da questo amore, capace sempre di rigenerare alla novità e alla vita. Mi piace pensare che non se ne sia andata subito, ma che si sia seduta ancora un po’ là con questo Maestro che era stato capace di guardarla così, come nessuno mai prima e forse nessuno mai dopo.

25 - Mar - 2022

IV Domenicadi Quaresima anno C

Quaresima

IV Domenica di Quaresima

Anno C

(Gs 5,9-12   Sal 33   2Cor 5,17-21   Lc 15,1-3.11-32)
Domenica 27 Marzo 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Perdonare significa dare a qualcuno una nuova possibilità di vita. Quando si perdona infatti si scioglie l’altro dal male che ha fatto. Non è possibile farlo se chi ha fatto il male non si pente, perché se non riconosce l’errore e non ne soffre, la persona rimane legata al peccato che ha commesso, non rinnegandolo. In questa condizione a poco serve il perdono offerto dell’altro e persino quello di Dio: ciò che i fratelli e le sorelle dimenticano, così come Dio dimentica, viene infatti tenuto a mente e nel cuore da chi ha commesso il male, proprio rifiutandosi di riconoscere e distaccarsi dal male stesso.

Quando invece, come il figlio minore di questa famosissima parabola, si rientra in se stessi e ci si rende conto del male commesso, di quanto si è sperperato (quanti beni, affetti, possibilità di vita e di gioia per sé e per altri), allora ci si separa dal peccato commesso e in questa condizione si può tornare davanti a coloro che hanno sofferto per colpa nostra (e davanti a Dio). In questa posizione che ci vede mortificati e consapevoli di non meritarci niente, osiamo sperare in una nuova possibilità, anche piccola (trattami come uno dei tuoi garzoni) ed è qui che il miracolo del perdono ci sorprende. Dio infatti ha già dimenticato quello che noi con tanta fatica rinneghiamo, aspettava solo il nostro percorso di consapevolezza e quindi ha in serbo per noi non una piccola opportunità o un periodo di prova in cui dimostrare che siamo cambiati, ma piuttosto una festa che ci restituisca alla vita piena di figlie e figli. Quando ci pentiamo del male fatto, entriamo all’istante nella nuova possibilità di vita che Dio già pregustava di donarci. E questo spiega perché la seconda lettura (seconda lettera ai Corinzi) ci parli di un ministero della riconciliazione e ci supplichi a lasciarci riconciliare con Dio: non è Dio che va convinto ad offrire un perdono che bisognerebbe guadagnarsi, siamo noi che dobbiamo convincerci a distaccarci dal male fatto, senza scuse e senza difendere ciò che è stato.

Nel leggere la parabola, però, non possiamo fare a meno di domandarci perché il fratello maggiore si indigni del perdono offerto al proprio fratello. Quale guadagno può venire dallo smarrimento dell’altro, dal fatto che non si ravveda? Oppure quale guadagno può venire dal lasciarlo legato a ciò che ha fatto anche dopo che lui ha riconosciuto il proprio errore ed è tornato sui suoi passi? Le parole che il padre della parabola dice al fratello maggiore sono proprio in questa direzione: bisognava rallegrarsi perché il fratello perduto è tornato alla vita. Questo ritorno alla vita è un guadagno per tutti. Perché il figlio maggiore (come i farisei e come tutti quelli che si pensano migliori di altri) non lo comprende?

Forse l’evangelista Luca ci vuole dire che ci si può perdere anche restando in casa. Ci si può smarrire senza muovere un passo e si può dimenticare di chi siamo figli anche compiendo tutti i gesti “giusti” dei bravi credenti e delle brave persone. Il punto è che i figli e le figlie del Padre si riconoscono dal desiderio che tutti vivano, che tutti abbiano sempre e comunque una nuova possibilità di vita. Dio non si accontenta della vita già donata né concede un’unica occasione di mettere a frutto il dono ricevuto, offre invece sempre un dono ulteriore, chiedendoci di diventarne sempre più responsabili e protagonisti. Chiede un passo in più al figlio che torna, cioè quello di lasciarsi ridonare la vita abbandonando persino il ricordo del male fatto, e chiede un passo in più al figlio che è restato, cioè quello di godere della casa del Padre senza pensare che l’amore vada guadagnato e che Dio vada accontentato, altrimenti perderemo tutto.

Dio offre sempre un dono in più e dona sempre un’occasione di vita in più. Leggiamo così anche la prima lettura  tratta dal libro di Giosuè: nel deserto Dio nutre il popolo con la manna, ma una volta che è entrato nella terra promessa, gli offre la possibilità di sfamarsi col proprio lavoro al punto che sarà il popolo d’ora in poi ad offrire a Dio le primizie, senza più bisogno di affidarsi come i bambini a ciò che viene dato loro senza sforzo. Il Dio dei doni ci fa liberi al punto da darci la possibilità di essere noi ad offrirgli doni e primizie.

Nessuna logica di mercato. Nessuna condanna. Nessuna vendetta. Nessuna occasione perduta per sempre. Nessuna colpa indelebile. Solo Dio che medita come festeggiare il nostro ritorno e come farci gustare la vita, appena avremo deciso che il male non vale proprio la pena di essere fatto o ricordato né per noi né per i fratelli e le sorelle che si erano perduti e ora – finalmente! – tornano.

18 - Mar - 2022

III Domenica di Quaresima anno C

Quaresima

III Domenica di Quaresima

Anno C

(Es 3,1-8.13-15   Sal 102   1Cor 10,1-6.10-12   Lc 13,1-9)
Domenica 20 Marzo 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il tono minaccioso della prima parte del discorso di Gesù, sulla morte improvvisa dei Galilei uccisi da Pilato e degli uomini rimasti sotto la torre crollata, viene subito attenuato dalla parabola successiva che costringe a non pensare a Dio come quello che ci aspetta al varco per coglierci in fallo, ma al contrario come colui che si prende cura con pazienza anche della nostra incapacità di portare frutti. Lui non perde le speranze, rinnova le occasioni, moltiplica le attenzioni. Non è facile per nessun agricoltore eradicare un albero che ha visto crescere e per il quale ha impiegato risorse e lavoro: tanto più per Dio ogni vita è preziosa.

Questo ci permette di rileggere anche il primo insegnamento di Gesù non come una minaccia, ma come un ammonimento, come un’esortazione a cogliere ogni occasione per dare frutto, perché non sappiamo quanto tempo abbiamo né quante occasioni abbiamo. Come un albero buono, dobbiamo succhiare ogni nutrimento dalla terra e stendere i rami verso il cielo per offrire i frutti che ci sono propri, ogni giorno, ogni momento, perché non sappiamo in nessun modo quanto durerà e non è nemmeno questo quello che conta, l’importante è convertirsi, volgersi al bene perché i nostri frutti nutrano quanti più possibile.

La seconda lettura (prima lettera ai Corinzi) ci ricorda poi che non basta aver ascoltato la parola, essersi dissetati e nutriti dei sacramenti e della familiarità con Dio, perché senza stare attenti a se stessi, senza custodire l’autenticità del cuore in ascolto della Parola e della realtà, si possono mandare distrutti tutti i doni e perdersi. Occorre fare attenzione a sé, ascoltare con autenticità, lasciare che i sacramenti ci trasformino realmente la vita e le azioni, nel desiderio continuo di impiegare ogni giorno e ogni momento per offrire frutti buoni. D’altra parte solo un albero curato fruttifica, similmente solo una persona che custodisce se stessa sulla via di Dio può compiere di conversione. E Dio stesso lavora al nostro albero perché abbia ogni cura possibile.

Infatti la conversione e il portare frutto, per quanto richiedano la nostra decisione e l’impegno della nostra libertà, non accadono per uno sforzo volontaristico che ci imponiamo, ma per la vicinanza di Dio che ci dona tutto ciò che serve (anzitutto lui stesso). La prima lettura ci fa vedere questa dinamica seguendo il racconto della chiamata di Mosè al roveto ardente. Mosè viene chiamato in un luogo sacro, incuriosito da ciò che sembra un prodigio, ma solo per ascoltare (così come Dio aveva ascoltato) il grido del popolo che Dio gli racconta. Già questo ci dice che non esiste esperienza “sacra” che non sia un concreto frutto di carità per altri, l’ascolto del loro grido, l’impegno per alleggerire le loro fatiche. A questo Dio aggiunge il nome con il quale vuole essere conosciuto e che invece di “Io sono colui che sono” andrebbe tradotto “Io sono colui che ci sarà”. Dio, cioè, si fa conoscere come colui che si impegna nella vicinanza, nell’amicizia, nella cura. Convertirsi e portare frutto dipendono dall’accorgerci di questa vicinanza, dal lasciarsi consolare da questa amicizia, per vivere prendendosi cura di quelli di cui il Dio che sta con noi ci fa sentire il grido.

La vita è la nostra occasione. Ogni momento lo è. Per ascoltare il grido dei fratelli e delle sorelle, per ascoltare ciò che Dio dice e godere la sua amicizia. Convertiamoci allora, viviamo così, perché – ringraziando Dio! – il regno di Dio è vicino.

11 - Mar - 2022

II Domenica di Quaresima anno C

Quaresima

II Domenica di Quaresima

Anno C

(Gen 15,5-12.17-18   Sal 26   Fil 3,17- 4,1   Lc 9,28-36)
Domenica 13 Marzo 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Indubbiamente il contrasto fra la scena che il Vangelo ci presenta questa domenica e quella che ci presentava domenica scorsa è fortissimo. Nella prima domenica di quaresima Gesù era solo, nel deserto, tentato dal diavolo che gli parlava minacciando la sua stessa identità. In questa seconda domenica invece Gesù ha con sé i suoi ed incontra Mosè ed Elia. Infine, non viene tentato ma glorificato e le parole che si sentono forti e chiare sono quelle del Padre, che lo dichiara figlio ed eletto.

La quaresima comincia dalla cenere e dal deserto, ma punta alla Pasqua, alla gloria e alla vita: dobbiamo sapere dove va il cammino. E dobbiamo saperlo fin da subito. I deserti della storia e della vita sono molti, per questo dobbiamo sapere quale è la meta e, sapendolo, imparare a distinguere le voci che sentiamo, per dare credito solo a quella di Dio che ci promette sempre il perdono e la vita, riconoscendoci come figli e figlie. La vita che trionfa su ogni morte è la promessa in cui Dio si impegna senza chiederci altro che rimanere saldi in essa (così nella lettera ai Filippesi che leggiamo nella seconda lettura), confidando nella sua fedeltà.

Nella prima lettura, perché questo ci sia più chiaro, ci viene raccontata l’alleanza con Abramo. Si tratta di un patto fra due alleati; si squartavano gli animali e si passava in mezzo ad essi per impegnare tutta la propria vita, come se si volesse dire: avvenga a me quanto è avvenuto a questi animali, se non rispetto il patto. I due contraenti passavano in mezzo ai cadaveri e così vedevano bene quale maledizione si sarebbero attirati addosso con un’eventuale inadempienza. In quella notte però, mentre Abramo lotta con il sonno, proprio faranno i discepoli sul monte della trasfigurazione (molto spesso nella Scrittura quando Dio fa qualcosa di particolarmente importante addormenta gli esseri umani), solo Dio passa in mezzo agli animali squartati. Non pretende da noi un impegno che non potremmo mantenere, ci chiede invece di consegnarci alla sua promessa e custodire responsabilmente il dono che ci fa.

In questo modo saremo certi (col bellissimo salmo di questa domenica) di contemplare la bontà del Signore là dove tutto vive, nella terra dei viventi, nei cieli (perché nei cieli è la nostra cittadinanza ci ricorda la lettera ai Filippesi), e potremo sperare, essere forti, rinsaldare il nostro cuore anche quando sembrasse sul punto di cedere, perché ci è stato promesso che tutto ciò che siamo (il nostro misero corpo con tutto ciò che ha vissuto, fatto e subito) verrà trasfigurato. Tutto sarà riempito di Dio e così ogni parte di noi, anche quella che fosse stata straziata (come straziato sarà il corpo di Gesù), risplenderà di una bellezza che solo Dio può dare, di una luce che nessun male può spegnere. Questa bellezza che i discepoli videro per un attimo senza comprendere ci attende alla fine del cammino. Meglio saperlo da subito, mentre i passi sono ancora appesantiti dalla polvere del deserto.