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30 - Mag - 2020

Domenica di Pentecoste (A)

Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

Domenica di Pentecoste

(At 2,1-11   Sal 103   1Cor 12,3-7.12-13   Gv 20,19-23)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il vento non si può vedere, ma se ne possono vedere gli effetti: le foglie che agitano, i capelli smossi, gli steli d’erba chinati tutti insieme nella stessa direzione come ad un misterioso comando. Così è dello Spirito di Dio. Questo invade la terra e tutto vive e si rinnova: è la vita che rinasce l’unica traccia dell’azione dello Spirito.

Il Signore Risorto è l’opera perfetta dello Spirito di Dio. Quello Spirito inafferrabile, le cui tracce vanno inseguite cogliendo la vita e la bellezza, ha dimorato sul Signore Gesù fin dal suo concepimento ma, ora, con la resurrezione, lo colma al punto tale che egli può donarlo ad altri: ricevete lo Spirito Santo. Nel dire questo Gesù alita sui suoi, fa uscire da sé il respiro, ciò che lo tiene vivo (perché chi non respira è morto), per mostrare che lui vive dello Spirito del Padre, di quello stesso Spirito che fa vivere tutto (dice il salmo: togli loro il respiro e muoiono, mandi il tuo Spirito e sono creati) e che ora prende dimora nei discepoli perché diffondano la vita sconfiggendo il male e la morte: a coloro cui perdonerete i peccati saranno perdonati.

Lo Spirito che fa vivere e porta la vita, lo Spirito di Dio che ora dimora nel Risorto che è la traccia più evidente della sua azione, viene effuso in abbondanza sui discepoli e li costituisce un corpo solo (la seconda lettura tratta dalla prima lettera ai Corinzi) rivolto al mondo intero per testimoniare le grandi opere di Dio (la prima lettura tratta dagli Atti).
Non parlare la stessa lingua impedisce la comunicazione e la relazione, è anche indice di sospetto e spesso di divisione perché indica l’appartenenza a popoli diversi. Lo Spirito di Gesù che viene effuso però è capace, pur restando ciascuno della sua lingua e della sua cultura, di far capire tutti: ciascuno in ciò che ascolta coglie le grandi opere di Dio e sente tutto questo nella sua lingua, cioè nel linguaggio che gli è familiare e tramite il quale può capire. Nel racconto del secondo capitolo degli Atti contempliamo, così, la nascita della chiesa, creatura dello Spirito che spinge ad annunciare il Vangelo e ad accoglierlo, in modo che gli esseri umani si trovino riuniti in un’unica famiglia: quella di chi proclama Gesù come Signore.
E nessuno (ci dice il brano della prima lettera ai Corinzi) può fare questo, cioè riconoscere Gesù come Signore, se non sotto l’azione dello Spirito. Ma l’unico Spirito che agisce in ciascuno e ciascuna facendoci riconoscere Gesù come Signore, agisce in modo sempre diverso, per cui ogni credente viene plasmato dallo Spirito in modo unico, con doni, capacità, sensibilità, stili, storia, unici, fino al punto da poter dire che ciascuno (e ciascuna) è una manifestazione dello Spirito del tutto singolare. Come nessuna foglia è mossa dal vento nello stesso modo di un’altra, eppure noi vediamo l’intero albero agitarsi armonicamente come in una danza, così è per la chiesa: nessun credente è uguale ad un altro, tutti sono invasi dalla potenza dello Spirito in modo unico, eppure tutti vengono mossi insieme, rivolti gli uni agli altri, perché il dono che ricevono è per l’utilità comune, per la vita di tutti cioè.
Si comprende allora l’immagine del corpo usata da Paolo. Se è lo stesso Spirito che ci abita, che ci plasma come un dono unico da offrire a tutti gli altri, allora questo ci costituisce in una unità di vita, perché non possiamo essere noi stessi se non offerti agli altri e ricevendo il dono degli altri. E così pur essendo molti siamo un corpo solo e nessuna differenza di razza, di condizione sociale, di sesso, di istruzione o di altro tipo, ha più alcuna importanza, perché tutti siamo battezzati (quindi rimessi al mondo) in un solo Spirito e dissetati (tenuti in vita) da un solo Spirito, che ci invade solo per rivolgerci gli uni agli altri e così far vivere tutto. Tutto questo (se la chiesa si fa docile all’invasione dello Spirito altrimenti si perverte nel contrario di ciò che dovrebbe essere) diventa per il mondo un segno di speranza e di vita, traccia della presenza dello Spirito che fa vivere, evidenza della verità del Vangelo, corpo che rende visibile il Risorto.
23 - Mag - 2020

Ascensione del Signore (A)

Ascensione

Piccolo Eromo delle Querce

Ascensione del Signore

(At 1,1-11   Sal 46   Ef 1,17-23   Mt 28,16-20)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La festa dell’Ascensione ci immerge nel mistero di Dio, nel suo agire misterioso, nella sua logica. La rivelazione è compiuta, la vittoria di Gesù è totale: il male e la morte non lo hanno toccato. A lui è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra (così si legge nel Vangelo di Matteo), ora siede alla destra dei cieli al di sopra di ogni potere noto o ignoto (così potremmo tradurre il brano della lettera agli Efesini dove ci viene detto che lui sta sopra a Principati, Potenze, Forze e Dominazioni), tutto è sotto i suoi piedi, ma tutta questa potenza non si manifesta nella forza che schiaccia i nemici e costringe a sottomettersi a lui – così ragionano gli uomini quando ottengono una qualche vittoria -, la sua potenza si manifesta invece nel ritirarsi (ascendere al cielo) sottraendosi persino alla vista (una nube lo sottrasse ai loro occhi), così come fa Dio da sempre, facendosi mite e discreto per attrarre a sé non con la forza che schiaccia, ma con l’amore che fa vivere.

E così Gesù non se ne va, ma come il Padre – di cui ora condivide tutta la condizione gloriosa – si fa da parte, rimanendo vicino senza togliere spazio o libertà, ma abbandonando il centro della scena. Si fa capo di un corpo, la chiesa (lettera agli Efesini), che deve mostrare la sua presenza al mondo dando testimonianza di lui grazie al dono dello Spirito (come leggiamo nella prima lettura tratta dagli Atti degli apostoli). Gesù lascia il potere che gli è dato nelle mani dei suoi e li manda: dove porteranno l’annuncio e la testimonianza credibile del suo Vangelo gli esseri umani saranno sotto il potere di Gesù cioè avranno la vita. Gesù infatti non esercita il potere come i dominatori della terra, ma come i servi, perché il potere che gli è stato dato è quello di di far vivere gli altri non di dominarli, fino ai confini della terra.
Davvero chiediamo che Dio ci apra gli occhi per comprendere la speranza cui ci ha chiamato, la gloria che nasconde la sua eredità e la grandezza della sua potenza verso di noi che si concretizza nella fede e nella testimonianza, che rendono presente al mondo il Risorto. Nelle nostre mani di credenti il potere di Gesù, il suo tendersi verso le donne e gli uomini che faticano, che aspettano, che vivono in attesa di sapere da quale mistero di amore vengono e a cosa sono chiamati. Resta con noi il Signore, intrecciato con la nostra umanità e le nostre fatiche, minacciato dalle nostre inautenticità, senza che mai ci rinneghi, mostrato agli uomini dall’amore che riusciamo a vivere e che è in grado di confermare la verità dell’annuncio.
Davvero non possiamo stare a guardare il cielo, perché non troveremo lassù il Signore e perché lui non vuole che perdiamo tempo a “omaggiarlo” come si fa con i potenti del mondo, dobbiamo invece spenderci fino ai confini della terra, perché animati dal suo Spirito, possiamo renderlo presente non nominandolo o parlando di lui, ma dando testimonianza della sua vita e del suo amore in ciò che siamo, in ciò che gli altri possono vedere e toccare.
Così Dio agisce nel mondo, silenzioso, discreto, umile, condividendo ogni potere con quelli che ama, facendo spazio perché tutto e tutti abbiano la possibilità di crescere, vivere, amare. Non se ne va il Signore, resta presente, così come il Padre gli ha insegnato, nella mitezza, rinnovando la vita continuamente e in silenzio, fino a che un giorno si compirà ogni promessa e alla fine della storia tutto sarà in lui, che è il perfetto compimento di tutte le cose.
16 - Mag - 2020

VI Domenica di Pasqua (A)

Risurrezione nel cuore delle Donne

VI Domenica di Pasqua

(At 8,5-8.14-17   Sal 65   1Pt 3,15-18   Gv 14,15-21)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Anche in questa domenica la Parola ci offre uno stralcio del lungo discorso di addio che Gesù fa, così come è riportato dal Vangelo di Giovanni. E se domenica scorsa ci parlava del cammino per arrivare lì dove ci ha preparato un posto, indicando se stesso come via per andare al Padre e compiere le sue opere, oggi ci spiega che in questo cammino non saremo soli, perché lui stesso abiterà in noi.

Seguiamo il Vangelo nel quale il Signore dice: se mi amate, osserverete i miei comandamenti, io pregherò e il Padre vi darà un altro Paraclito, lo Spirito di verità, perché rimanga con voi per sempre. Chi ama Gesù ne segue i comandamenti, cioè ama come lui. Questo accade non per costrizione ma semplicemente per amore: quando si è amici di qualcuno si desidera ciò che l’amico desidera, si vuole renderlo felice, si osserva, cioè si rispetta, ciò che lui ritiene importante. Così accade quando si ama Gesù. A questo il Signore aggiunge un dono: a quelli che lo amano è promesso lo Spirito di verità. Questo Spirito è lo stesso che ha mosso Gesù, che ne ha ispirato le idee e le parole, che lo ha spinto ad amare e dare se stesso. Questo stesso Spirito ora viene dato a noi, rimane presso di noi ed è in noi. Per questo, una volta ricevuto lui in dono, possiamo dire che il Signore Gesù è in noi. Con lo Spirito infatti possediamo il segreto profondo della interiorità di Gesù, veniamo mossi a pensare, sentire, scegliere, vedere, amare come lui ha fatto, proprio perché in noi c’è lo stesso Spirito che ha abitato lui. Il mondo non può conoscere questa dinamica, perché non si trova nell’intimità dell’amicizia con il Signore e quindi non riconosce lo Spirito di lui, il suo amore in noi. Noi, invece, che abbiamo conosciuto il Signore possiamo accorgerci quando il suo Spirito ci muove a vivere come lui, cioè ci fa amare come lui.
Domenica scorsa il Signore ci aveva promesso di condurci al Padre, nel grembo del Padre, oggi ascoltiamo che ciò accade perché noi dimoriamo in Gesù e lui dimora nel Padre, portandoci con sé dentro di lui. A questo mistero già straordinario oggi si aggiunge la promessa dello Spirito che dimora in noi. Non solo noi dunque dimoriamo con Gesù nel grembo del Padre, ma siamo anche abitati dallo Spirito e quindi diventiamo dimora di Dio. Non solo Dio si fa spazio di vita per noi, ma vuole – nella reciprocità tipica di ogni amore – che noi ci facciamo spazio di vita per lui.
E così chi ama il Signore (cioè chi dimora in lui osservandone la parola e credendo in lui) sarà amato dal Padre e dal Signore (verrà ricoperto cioè dall’Amore del Padre e del Figlio che è lo Spirito Santo) e così riposerà nel grembo del Padre e allo stesso tempo porterà in sé lo Spirito che rende presente in noi Gesù, il quale sempre rende presente il Padre. Se amiamo Dio infatti dimoriamo in lui e lui, poiché ci ama, dimora in noi. Non si tratta di una relazione esteriore e formale, ma di una compenetrazione reciproca, al punto che noi viviamo in Dio anche quando non ce ne accorgiamo e lui vive in noi.
La vita cristiana non consiste nel credere in un Dio (anche buono) cui rendere conto e cui affidarsi, è un’intimità profonda con il mistero d’amore che Gesù ci ha rivelato, un’intimità che ci immerge in Dio stesso e che ci fa scoprire abitati da lui, illimitatamente amati.
Questa è la speranza che anima i cristiani e di cui dobbiamo essere sempre pronti a rendere ragione (come leggiamo nella prima lettera di Pietro) e questa speranza ci spinge ad operare il bene anche quando questo non ci dovesse portare vantaggi, perché lo Spirito che ci abita è lo stesso che ha abitato il Signore Gesù e così ci troviamo dentro lui stesso, che ci muove a vivere e ad amare. Senza questo Spirito non c’è vita cristiana, anzi non c’è vita. Per questo nel libro degli Atti ci vengono raccontate almeno tre Pentecosti, la seconda delle quali (di cui leggiamo oggi) accade ai samaritani, lontano da Gerusalemme e dai giudei ortodossi, perché lo Spirito scende ovunque trova cuori disposti a lasciarsi riempire dallo stesso amore che ha mosso Gesù e così poter vivere la vita di lui: “perché io vivo e voi vivrete”.
Davanti ad un tale dono, lasciamo la parola al salmista: “Venite e ascoltate, narrerò quanto per me ha fatto. Sia benedetto Dio, che non ha respinto la mia preghiera e non mi ha negato la sua misericordia”. Apriamoci, allora, allo stupore di essere abitati da Dio e di dimorare in lui, per essere in mezzo al mondo il segno dell’amore sconfinato del Padre.
09 - Mag - 2020

V Domenica di Pasqua (A)

Risurrezione nel cuore delle Donne

V Domenica di Pasqua

(At 6,1-7   Sal 32   1Pt 2,4-9   Gv 14,1-12)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Diventare cristiani vuol dire mettersi in cammino. Nel Vangelo di oggi Gesù, preparando i suoi al momento in cui non potranno più vederlo e parlarci così come sono abituati a fare, indugia sul cammino che essi (e noi) devono compiere. Anzitutto promette la meta: vado a prepararvi un posto. Siamo rimasti soli, il Signore se ne è andato, ma non si è allontanato, anzi è là dove dobbiamo andare a preparare il posto per noi, quindi tornerà a prenderci, anche se ci dice che già conosciamo la strada da fare per raggiungerlo. Alla domanda di Tommaso (che forse possiamo fare nostra) su come facciamo a conoscere la via se non sappiamo nemmeno dove va, Gesù risponde svelandoci che il luogo nel quale ci prepara un posto è il Padre (il grembo del Padre da cui lui è venuto è il luogo di vita in cui tutto è chiamato ad entrare) e che la via è lui, perché vivendo in lui (rimanendo in lui) siamo già una cosa sola col Padre e possiamo fin d’ora compiere le sue opere, cioè dare la vita al mondo.

A questo punto la seconda lettura, tratta ancora dalla prima lettera di Pietro, ci aiuta a comprendere come “rimanere” in Cristo e come compiere le opere del Padre tramite l’immagine dell’edificio. Cristo, la sua parola, la sua vita, il suo stile, è la pietra angolare alla quale lo Spirito, se lo assecondiamo, ci stringe, costruendoci insieme come pietre vive, stretti gli uni agli altri e fondati su di lui fino ad essere appunto un edificio “spirituale” (dello Spirito cioè). Questa è la chiesa: i credenti cementati dallo Spirito ed edificati sul Signore risorto e il suo Vangelo. Perché, però, la chiesa possa essere l’edificio spirituale che offre se stesso (sacerdozio regale) per umanizzare il mondo (nazione santa) annunciando il Vangelo con la vita e le parole (e compiere così le opere del Padre), occorre che essa custodisca l’unità.
E quindi di fronte agli inevitabili problemi che fanno sorgere conflitti (come vediamo raccontato nella prima lettura tratta dal libro degli Atti) essa, proprio per custodire l’unità che ha ricevuto, deve confrontarsi, cercare soluzioni condivise, decidere insieme, cambiare o ideare ciò che serve a vivere (questa prima chiesa istituisce un ministero nuovo, il collegio dei sette, semplicemente perché serviva alla vita dei credenti).
Questa unità concreta e reale, fatta di vita, di scontri, di incomprensioni, di sincerità, di amore reciproco e ricerca del bene, di condivisione di scelte e responsabilità, rende la chiesa capace di moltiplicarsi perché ciò che annuncia appare immediatamente evidente nella vita di coloro che testimoniano il Vangelo: solo Dio può raccogliere in unità uomini e donne tanto diversi, che pur fra mille difficoltà desiderano essere un corpo solo, responsabilmente e attivamente, per porsi a servizio del mondo anche quando questo li respingesse. Chi vede questo non può non riconoscere come vero ciò che viene annunciato. Si compie così la parola del Signore che chiude il Vangelo di questa domenica: “Chi crede in me, anche egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi”.
01 - Mag - 2020

IV Domenica di Pasqua (A)

Risurrezione nel cuore delle Donne

IV Domenica di Pasqua

(At 2,14.36-41   Sal 22   1Pt 2,20-25   Gv 10,1-10)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Nel capitolo decimo del Vangelo di Giovanni Gesù usa due allegorie per parlare di sé: quella del pastore (che questa domenica troviamo solo nel versetto del canto al Vangelo, nel salmo e in fondo alla seconda lettura) e quella della porta dell’ovile, immagine cui è dedicato il Vangelo di oggi. Gesù è la porta dalla quale uscire e trovare vita. Non possiamo negare che leggere questo in un periodo in cui siamo chiusi in casa, ma ci avviamo almeno in parte ad uscire, è suggestivo, come se il Signore ci desse la speranza che usciremo per trovare vita e non morte. Ma a prescindere da questa contingenza che ci tocca, il brano richiama l’essenziale della vita della chiesa: tutti quelli che hanno accesso al gregge (tutti quelli cioè che vogliono parlare col popolo, prendersi cura del popolo, guidarlo, consigliarlo o anche solo rivolgersi ad esso) o sono ladri e briganti oppure passano dalla porta. Non ci sono altre possibilità: o è un ladro che viene a fare danno al popolo o passa dalla porta. E la porta è Gesù.

Chiunque viene al popolo come un pastore che conduce alla vita (non intendo qui solo i ministri ordinati, ma tutti quelli che si curano del popolo e che lo cercano) annuncerà Gesù (ogni vero pastore del popolo fa questo fin da quel primo discorso di Pietro riportato nella prima lettura: “Dio ha costituito Signore quel Gesù che avete crocifisso”) e insegnerà lo stile di lui (come leggiamo nella prima lettera di Pietro riportata nella seconda lettura) che ha portato le sofferenze ingiuste con pazienza, cioè affidandosi a Dio e disponendosi ad aspettare per vedere la giustizia, senza cedere alla violenza e alla vendetta.
Forse per comprendere ancora meglio questa lettura può essere utile richiamare la XIII ammonizione di san Francesco, nella quale questo maestro di vita spirituale ci dice – in sintesi – che sapremo se siamo umili e pazienti non quando la vita ci dà soddisfazione, ma quando non ci verrà dato ciò che ci spetta. Allora, davanti alla privazione di ciò che ci serve per vivere, se reagiremo con umiltà, facendoci piccoli e quindi restando nel bisogno invece che pretendere e rivendicare, e se reagiremo con pazienza, dando a Dio il tempo di darci quello che ci serve e sperando nel suo amore, allora sapremo di fare lo stesso cammino di Cristo.
Chi passa dalla porta per condurre il gregge alla vita, però, non solo parla di Gesù e insegna ad essere come lui, ma ancora di più ha lo stile di Gesù, perché passare dalla porta vuol dire fare di Gesù la propria via e il proprio cammino, prenderne la forma. Chi vive così va dal gregge per condurlo alla vita, perché mentre il ladro viene per distruggere, il Signore, di cui il pastore prende lo stile, è venuto perché abbiamo la vita. Su questa vita che Dio vuole per noi si ferma il salmo con molte bellissime immagini: pascoli erbosi, acque tranquille, riposo, guida nel cammino, sicurezza nel buio, cibo, vino, olio, un luogo per vivere a lungo.
Quando gli uomini e le donne comprendono questo – perché i pastori (ripeto: non solo i ministri ordinati ma tutti quelli che vogliono andare dal gregge) vivono e parlano passando per la porta che è Gesù -, allora ascoltano la voce di chi parla, perché il suo messaggio diventa credibile e carico di buone notizie. Altri, anche se vengono in mezzo al gregge, non li ascolteranno.
Anche noi in questo momento, sulla soglia della casa in cui siamo chiusi da tanto, sentiamo molte voci: quali di queste parlano di Gesù e hanno il suo stile, mite, paziente e pronto a dare se stesso perché gli altri abbiano vita? Il Vangelo ci chiede di fare discernimento, per poter entrare, uscire e trovare pascolo.
24 - Apr - 2020

III Domenica di Pasqua (A)

Risurrezione nel cuore delle Donne

III Domenica di Pasqua

(At 2,14.22-33   Sal 15   1Pt 1,17-21   Lc 24,13-35)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Molte volte, mentre lo metto a letto, il mio figlio più piccolo mi chiede come facciamo a credere che uno è risorto dai morti. Mi fa mille intelligenti domande, cui io cerco di dare qualche risposta almeno accettabile. Proviamo ad ascoltare con l’animo trasparente dei bambini, ma anche con la loro intelligenza fresca, pronti a mettere in discussione per comprendere, l’annuncio che la chiesa ripete fino allo sfinimento in questi cinquanta giorni: “Questo Gesù Dio lo ha resuscitato” (anche la prima lettura di questa domenica ripete questo annuncio, quello risuonato per la prima volta sulla bocca di Pietro dopo che tutti i discepoli e le discepole che erano nel cenacolo erano usciti e avevano proclamato le grandi opere di Dio e i presenti li avevano sentiti parlare ognuno nella propria lingua).

Come è possibile credere una cosa del genere? Facciamo attenzione a quella fede troppo veloce, che somiglia all’affidamento cieco degli scaramantici: non posso capire ma ci credo perché mi fa sentire meglio. Se facciamo così – e a volte lo facciamo tutti, è umano e comprensibile – rischiamo di credere qualcosa che non ci cambia la vita, che non la tocca: allora può succedere che viviamo come se non avessimo alcuna speranza anche se diciamo di credere.

Nella seconda lettura Pietro cerca di farci rendere conto della portata dell’annuncio che abbiamo ricevuto: avevamo ereditato una condotta vuota incapace di darci la vita piena e siamo stati liberati dalla Pasqua di Cristo. La morte e la resurrezione di lui ci danno una speranza che ci rivolge a Dio e che ci fa camminare nella storia consapevoli che questa non è la nostra patria. Non è, infatti, la logica del mondo quella che dobbiamo assumere né la sua disperazione o il confidare nella violenza e nel potere, ma come stranieri attendiamo che il cammino ci conduca alla vita che ci è stata promessa e (come leggiamo nel salmo) sappiamo che il Signore ci porterà infallibilmente alla meta e che non ci abbandonerà: ciò che ci attende è il sentiero della vita, gioia piena alla presenza di lui, dolcezza senza fine.
Tutto questo è vero se è vero l’annuncio del Vangelo. Ma come facciamo a crederci? “Come facciamo, mamma, a sapere che non è una storia inventata da qualcuno per sentirsi meglio, perché la morte fa paura?”. Così il mio figlio più piccolo, ma lo hanno chiesto anche gli altri a loro tempo e ancora oggi hanno altre domande che chiedono – giustamente! – le ragioni di questa speranza.
Per trovare queste ragioni possiamo andare al Vangelo di domenica. I discepoli di Emmaus sono disillusi: avevano sperato che fosse Gesù a liberare Israele, ma i capi lo avevano fatto condannare a morte e lui era morto come tutti. Come se non bastasse delle donne – ma si sa: le donne sono facili a parlare e non sono affidabili (questa la mentalità del tempo, sperando che non sia più la nostra) – avevano parlato di resurrezione, ma come si fa a credere a questo? Questi discepoli sono stati con Gesù, lo hanno conosciuto, hanno ricevuto l’annuncio dalle testimoni che Gesù si è scelto, eppure non riescono a credere: dai morti non si risorge, lo sanno tutti. Gesù ascolta, di fianco a loro, i loro discorsi. Ascolta anche noi, le nostre farneticazioni, le nostre paure, le nostre incomprensioni. Tanto noi ci stanchiamo di ascoltare le chiacchiere e quelle che ci sembrano le stupidaggini degli altri, tanto lui è paziente. Ascolta. E poi, con grande schiettezza, ci dà degli stolti. Non crediamo all’annuncio del Vangelo, non ci sembra possibile (oppure ci crediamo con affidamento cieco senza farlo veramente nostro) perché non conosciamo le Scritture, non ci affidiamo cioè a ciò che Dio dice, al suo modo di leggere la storia e di spiegare le cose. E senza le Scritture siamo stolti, senza sapienza. Se ascoltassimo la Parola di Dio e guardassimo la vita alla luce di questa parola, ci accorgeremmo che la vita non muore, che Dio fa risorgere continuamente…e così l’annuncio della resurrezione di Gesù non ci sembrerebbe così incredibile.
Poi, però, se si prende il gusto di ascoltare questa parola, allora non si vorrebbe mai smettere: resta con noi. Dovrebbe essere la nostra richiesta struggente ogni volta che ascoltiamo la Parola, come diremmo ad un amico che amiamo e che sappiamo che non rivedremo per tanto tempo: resta ancora un po’.
Le Scritture ci istruiscono a cogliere la logica profonda di Dio, ci fanno comprendere i suoi pensieri, ci mostrano la nostra vita e tutta la realtà così come le vede lui, allora, quando queste ci hanno aperto le orecchie, siamo pronti anche per riconoscere il Signore vivo in mezzo a noi, per vederlo. I discepoli infatti, colmi della Parola ascoltata, si mettono a tavola con Gesù e lui spezza il pane: questo gesto, per i loro cuori nutriti dall’ascolto della Parola, diventa un’evidenza e lo riconoscono.
Quali sono, allora, i gesti in cui noi possiamo riconoscere il Risorto vivo in mezzo a noi? Quelli che lui ha scelto: spezzare il pane insieme per essere fratelli e sorelle, lavarci i piedi gli uni gli altri. Ogni volta che vediamo questo, istruiti dalla Scrittura, i nostri occhi si aprono e noi riconosciamo il Signore presente e vivo. Ogni volta sapremo che lui è vivo e che l’annuncio della resurrezione è vero. La nostra stessa vita, liberata dalla morte e diventata luogo in cui spezzare il pane e lavare i piedi, ne è la prova. Io guardo il mio bambino (e i miei figli tutti) ogni sera e so che il Signore è vivo per l’amore che mi è dato di vivere, per il pane condiviso, per i piedi lavati, e per una parola che dà senso a tutto e che, scritta duemila anni fa, racconta per filo e per segno le mie giornate. Questo è vero per ogni credente.
Allora, come i due pellegrini di Emmaus, andiamo entusiasti dal resto della chiesa e ci sentiamo fare di nuovo l’annuncio: davvero il Signore è risorto! Ma questa volta crederemo, perché lo sappiamo già. Lo abbiamo incontrato, lo abbiamo ascoltato e lo abbiamo riconosciuto mentre spezzava il pane.
17 - Apr - 2020

II Domenica di Pasqua (A)

Risurrezione nel cuore delle Donne

II Domenica di Pasqua

(At 2,42-47   Sal 117   1Pt 1,3-9   Gv 20,19-31)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il tempo di Pasqua ci offre l’opportunità di meditare non tanto sulla resurrezione del Signore, ma su come possiamo sperimentare la sua presenza. A questo scopo, i Vangeli (per lo più tratti da Giovanni) si accompagnano alla prima lettera di Pietro, che spiega in cosa consista la vita cristiana iniziata con il battesimo e come questa si dispieghi nel tempo della prova, e agli Atti degli apostoli, in cui la prima chiesa impara, guidata dallo Spirito, a porre gesti e parole nei quali quello che è stato vissuto con Gesù possa essere di nuovo un’esperienza concreta da fare insieme e da trasmettere ad altri.

Il Vangelo di questa domenica ci insegna il passaggio fra la fede che sorge dall’aver visto il Signore (attenzione che si tratta sempre di fede: le apparizioni del Risorto non costringono, non dimostrano nessuna verità in modo inconfutabile, ma chiedono di credere) e la fede che sorge senza aver visto. D’altra parte solo chi aveva conosciuto Gesù prima della sua passione poteva credere vedendolo risorto: cosa avrebbero potuto riconoscere e comprendere dell’apparizione del Risorto quelli che non l’avevano seguito?
Il Vangelo ci racconta che Tommaso non era presente quando Gesù si mostra ai discepoli e (come biasimarlo?) se ne rammarica: non è anche lui uno di quelli che sono stati con lui? Lui può credere vedendolo: perché gli deve essere negato? Infatti Gesù si mostra al suo discepolo otto giorni dopo e Tommaso professa subito e senza toccare (al contrario di quanto aveva detto in un primo momento) la propria fede: mio Signore e mio Dio. Gesù però prende lo spunto da qui per insegnare che da questo momento in poi, per quelli che verranno, la fede nascerà non dal vedere, ma dall’ascolto dell’annuncio. Infatti il quarto evangelista in quella che è la conclusione del suo Vangelo (prima dell’ultimo capitolo che è di fatto un’appendice) spiega che il libro che stiamo leggendo (e con esso i libri del Nuovo testamento e tutta la predicazione di questi discepoli) è stato scritto perché crediamo e credendo abbiamo la vita nel nome di Gesù. Da questo momento in poi la chiesa ripete le parole di Gesù e su Gesù perché gli esseri umani credano e, riconoscendolo vivo in mezzo a loro e per loro, abbiano la vita.
Non solo le parole, però, rendono presente il Signore, perché la fede che nasce dall’annuncio porta a compiere gesti e si trasforma in vita vissuta. Così gli Atti degli apostoli (seppure in modo stilizzato e forse idealizzato) ci presentano la prima comunità che ascolta l’annuncio, prega, spezza il pane, condivide i beni. I credenti imparano così che il Risorto è presente in ciò che loro vivono e condividono: parole che parlano di lui, parole rivolte insieme a Dio, pane condiviso nella preghiera e nella vita, perdono dei peccati (gesto menzionato da Gesù che compare in mezzo ai suoi discepoli, tutto preoccupato di annunciare la pace e la riconciliazione: non era tornato per giudicare chi l’aveva abbandonato o tradito o ucciso, ma per dare la vita).
Le parole e i gesti del Risorto, quindi, lo rendono presente e così i cristiani diventano consapevoli – con una gioia immensa che il salmo ci invita con forza ad esprimere – di avere una speranza che non può essere distrutta, qualsiasi prova li affligga (arriviamo così alla prima lettera di Pietro). Abbiamo infatti, anche in mezzo alle tribolazioni, che le vicende della storia e gli esseri umani ci impongono, la possibilità di incontrare il Risorto, di ascoltarne le parole e vederne i gesti. E così, fermi nella fede, le prove della vita diventano, paradossalmente, l’occasione per purificare le scorie che ancora rimangono e vedere poi risplendere, come l’oro passato nel fuoco, il dono che ci è stato fatto.
Siamo in un tempo di pandemia, molti soffrono, troppi muoiono, il lavoro è minacciato, gli affetti difficili, non possiamo vederci, muoverci, celebrare: quali scorie dobbiamo bruciare in questo fuoco? Quali ingiustizie? Quali sprechi? Quali disuguaglianze? Quali freddezze e indifferenze? Quali prassi ecclesiali oramai inutili o dannose per l’annuncio del Vangelo e per la realizzazione di una fraternità vera? Il male non viene mai da Dio, ma Dio può – se assecondiamo la potenza del suo Spirito – ribaltare il male in altro, rendendo persino la morte un’opportunità di vita: Gesù affronta la morte ingiusta subita dagli uomini in questo modo, sperando che Dio la trasformi in resurrezione per tutti. Un fuoco che purifica la fede e la vita, in attesa che la gloria di Dio si manifesti finalmente e trionfi su ogni male.
03 - Apr - 2020

Domenica delle Palme

domenica delle palme

Domenica delle Palme

(Is 50,4-7   Sal 21   Fil 2,6-11   Mt 26,14- 27,66)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La settimana santa inizia con questa strana domenica in cui due Vangeli ci introducono agli ultimi giorni della vita del Signore: un Vangelo che parla di esaltazione (l’accoglienza festosa di Gesù a Gerusalemme da parte delle folle) e un Vangelo che parla del tradimento, della umiliazione e della morte di lui.

Sono due Vangeli che funzionano come una lama a doppio taglio che scende giù nel cuore di ciascuno di noi per vedere se esaltiamo Gesù per comodo (per sentirci bravi, per sentirci protetti, per rassicurare la nostra identità culturale, per paura del mondo che cambia, per avere potere su altri o metterci in mostra), oppure se lo esaltiamo, se lo amiamo per ciò che lui ha vissuto e scelto, cioè la condizione di servo e la morte di croce (come ci dice la lettera ai Filippesi) nella certezza dell’amore del Padre che non l’avrebbe lasciato nella morte (realizzando così le parole del profeta Isaia che leggiamo nella prima lettura: il Signore mi ha aperto l’orecchio e non ho opposto resistenza; il Signore mi assiste per questo non resto svergognato).
Lasciamo che questi due Vangeli calino la lama e aprano la nostra interiorità, rivelandoci perché cerchiamo Gesù, perché lo stiamo seguendo, perché vogliamo celebrare questa Pasqua. Siamo arrivati al momento in cui Gesù del tutto ingiustamente viene messo a morte. Matteo ha riportato poco prima la parabola dei vignaioli omicidi rivelandoci l’intenzione del Padre che mandando il Figlio nel mondo dice, nonostante tanti profeti siano già stati uccisi dal popolo: “risparmieranno mio figlio”. Ma la speranza di Dio va delusa e tutti gli eventi congiurano contro Gesù: tradimenti degli amici, ingiustizia dei capi religiosi, vigliaccheria dei potenti, ottusità dei soldati e delle folle. Nessuno fa niente per salvare Gesù, se non la moglie di Pilato, che dopo un sogno manda a dire al marito di non avere niente a che fare con questo giusto. Andiamo anche noi in mezzo alla folla e immedesimiamoci nei discepoli, perché anche noi siamo dei suoi. Sembra che tutto ciò in cui abbiamo sperato finisca. Gesù ora non compie miracoli e non insegna più nulla, ma lo vediamo mite pregare il Padre, perché se questo calice non può passare sia fatta la volontà di lui, cioè: se proprio deve passare per la croce, che Dio faccia ciò che vuole, ovvero lo riporti alla vita. Forse ci viene da dormire (per il disinteresse o la tristezza) come ai tre discepoli: che Signore è questo che non scansa la morte e che subisce l’ingiustizia fino a morirne? Questo è il momento in cui lui vuole essere scelto per quello che è: per il suo essere rivolto a Dio, come il Figlio amato, e niente altro. Qui rivela il mistero di Dio, vita d’amore condivisa, e il mistero dell’uomo, che può vivere solo in Dio.
Riviviamo questi eventi: chi siamo? Forse Giuda, pronto a tradire per un vantaggio concreto e pronto ad accorgersi di aver sbagliato, ma troppo tardi: ormai si può solo ripagare con la vita il sangue sparso, per cui si impicca. Oppure Pietro, facili a parlare di fedeltà e di sequela, quanto a rinnegare spergiurando e imprecando (per finire in un piano amaro) se essere riconosciuti di quelli di Gesù (o vivere la sua logica) ci dovesse essere di minaccia. Oppure siamo Pilato e sappiamo ciò che è giusto, ma ci approfittiamo di regole e ruoli che ci permettono di salvare la faccia mentre compiamo l’ingiustizia (continuando a pensare di aver fatto il nostro dovere). Oppure forse siamo i soldati, che infieriscono sul corpo sofferente e impotente di Gesù, come accade quando la nostra ricchezza impoverisce altri e distrugge l’ambiente, come quando pensiamo che i nostri morti valgano di più di quelli che la povertà e le guerre causano. Oppure, possiamo essere come la madre dei figli di Zebedeo, che non dorme né fugge come i propri figli, ma sta ferma sotto la croce insieme alle altre discepole. Lei, che Matteo ci aveva presentato al capitolo 20 mentre chiedeva la gloria per i propri figli, al seguito di Gesù eppure attratta dall’esaltazione e dai vantaggi (come le folle che acclamano Gesù a Gerusalemme), ora è davanti alla croce: non rinnega, non tradisce, non fugge. Beve fino in fondo il calice di Gesù, sperando forse come lui o per lui, che grida dalla croce il salmo dell’abbandonato da Dio, nella potenza d’amore del Padre che non lo abbandonerà nella morte. Lei sa che Dio lo ama e forse lo sguardo di lei, da lontano, mantiene anche Gesù nella speranza. La stessa speranza folle, forse, di Maria di Magdala e dell’altra Maria che si siedono davanti al sepolcro ormai chiuso, sfinite, incredule, oppure in attesa nemmeno loro sanno di cosa.
Siamo arrivati sotto la croce: che cosa cerchiamo da quest’uomo morente e che cosa riusciamo a vedere?
27 - Mar - 2020

V Domenica di Quaresima (A)

Quaresima

V Domenica di Quaresima (A)

(Ez 37,12-14   Sal 129   Rm 8,8-11   Gv 11,1-45)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il cammino quaresimale ci ha condotto in molti luoghi: il deserto, nel quale scegliere chi servire quando tutto il resto viene tolto; il monte della trasfigurazione, rifugio di un momento per cogliere la gloria che risplende nella vita e nella persona di Gesù; il pozzo, dove scoprire che Gesù ha sete insieme a noi e ci addita un’acqua capace di dissetarci là dove l’arsura della vita non ci dà tregua; gli occhi aperti di un cieco nato, per entrare in una luce capace di farci vedere ciò che altrimenti resta nel buio.

Ora Gesù, turbato e piangente, ci porta davanti al sepolcro del suo amico, di colui che amava molto e che è morto, senza che lui affrettasse il viaggio per raggiungerlo e senza aver fatto nulla per guarirlo a distanza come altre volte aveva fatto. In questo brano Giovanni riprende molti spunti seminati nel suo Vangelo e in particolare nel racconto del cieco nato, letto domenica scorsa, ma soprattutto – questo è l’ultimo segno di Gesù per Giovanni – allude e prepara il segno per eccellenza posto da Gesù: la sua morte e la sua resurrezione. Gesù dice di sé di essere la resurrezione e la vita, promette così a tutti la rinascita: infatti la resurrezione rivela che la vita non può essere distrutta, perché Dio la rigenera continuamente. Dio apre continuamente i nostri sepolcri (come racconta la bellissima lettura tratta da Ezechiele) per la potenza dello Spirito che abita in noi (così Paolo ai Romani) e che dà vita ai nostri corpi mortali: nel battesimo, rigenerandoci come figli di Dio, ma anche in ogni morte o lutto che dobbiamo attraversare, compresa la nostra morte e compresa questa pandemia. Dio rinnova infallibilmente la vita.

Resta vero quanto visto domenica scorsa e ora ripetuto da Gesù a Marta: se credi, vedrai. La fede ci permette di cogliere la vita che trionfa e si rinnova continuamente distruggendo ogni morte, altrimenti lo sguardo si vela e gli occhi si chiudono per non vedere ciò che nessuno di noi può sopportare. I credenti devono essere di fianco agli altri, come chi ha la vista più acuta sta di fianco a chi guarda a terra con attenzione per non cadere: loro ci dicono dove mettere i piedi, noi aguzziamo lo sguardo perché loro sappiano dove stiamo andando.
La fede però non toglie la fatica né il dolore né il pianto: Gesù stesso di fronte al suo amico è turbato, sofferente e piange. La potenza di vita di Dio è reale, ma arriva dopo un travaglio altrettanto reale. La prova è dura, ma, come già aveva detto per il cieco puntualizzando che questi non era così per la punizione di una colpa, Gesù ci svela che “questa malattia non è per la morte” ma per la gloria di Dio, perché tramite essa il Figlio venga riconosciuto. Certo Gesù parlava della malattia di Lazzaro e della propria manifestazione nel segno che stava per compiere risuscitando il suo amico, ma per noi oggi, forse, potrebbe indicare che anche questa pandemia non è per la morte, ma perché scopriamo come vera, importante, significativa, la logica del Vangelo: essere una sola famiglia umana, scoprirsi fratelli e sorelle di tutti, fermare le guerre, farsi prossimi, condividere, prendersi cura, costruire un mondo più giusto, promuovere uno sviluppo che non distrugga, essere disposti a dare noi stessi perché altri vivano certi che Dio non ci abbandona alla morte.
Non è facile avere questi occhi. Marta era pronta e Gesù la guida ad un cammino di fede, che la vede fare la più solenne proclamazione di fede dell’intero quarto Vangelo: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. Maria non ce la faceva, soffriva troppo, riesce solo a piangere. E Gesù, con lei, piange: si fa compagno anche di chi non ce la fa ad alzare lo sguardo. Poi si porta addolorato davanti alla tomba dell’amico: non ha fermato la malattia e posticipato la morte alla vecchiaia (non è questa la sete ultima da placare), ma guarda a questo dolore come un’occasione per sperimentare e mostrare l’amore vivificante del Padre.
“So che tu mi ascolti sempre…”. Forse Gesù sta di fronte all’amico morto, ascoltando il proprio dolore, per assaporare che non è possibile lasciare nella morte quelli che amiamo. Ciascuno di noi lo sperimenta: ci è insopportabile la morte di chi amiamo. Gesù vuole sentirlo, vuole saperlo, perché lui sta per morire e ha bisogno di sapere, forse, che il Padre non sopporterà di lasciarlo nel sepolcro e così lo farà rivivere. Farà della sua morte un modo per mostrare la sua potenza di vita, trasformando il male fatto dagli uomini in un bene incommensurabile. “So che tu mi ascolti sempre” e col cuore consolato chiama il suo amico fuori dal sepolcro. La morte ha i giorni contati.

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani

21 - Mar - 2020

IV Domenica di Quaresima (A)

Quaresima

IV Domenica di Quaresima (A)

(1Sam 16,1.4.6-7.10-13   Sal 22   Ef 5,8-14   Gv 9,1-41)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

L’anno A propone durante la quaresima le grandi catechesi battesimali del Vangelo di Giovanni, perché la quaresima è il tempo in cui i catecumeni si preparavano (e si preparano) a rinascere nel battesimo, celebrato a Pasqua. In questo momento, in cui non possiamo celebrare, la chiesa intera torna ad essere catecumena, ovvero celebra la liturgia della Parola, prega e poi si ferma, impossibilitata a celebrare il rito eucaristico (i catecumeni non possono assistere all’eucaristia né parteciparvi, quindi escono prima della liturgia eucaristica). Prendiamo allora questo tempo come un’occasione: riscopriamo il nostro battesimo, la nostra appartenenza a Dio, lasciamo che la sua Parola ci guidi e ci trasformi. Lasciamoci aprire gli occhi sul mondo, sulla chiesa e su di noi.

Questa domenica, infatti, abbiamo di fronte la vicenda del cieco nato cui Gesù apre gli occhi con un gesto che ricorda quello della creazione: impasta la terra con la propria saliva e poi la mette sugli occhi del cieco, che deve andare a lavarsi (deve fare anche lui qualcosa dunque) e poi cercare di capire (proprio grazie a coloro che lo interrogano per gettare discredito su Gesù, su quanto accaduto e anche su di lui) che cosa gli è successo e arrivare alla fine del suo cammino a professare la sua fede: “Credo Signore!”.
Il nostro battesimo (la nostra fede) ha le stesse caratteristiche di questa illuminazione: ci accade come un dono, chiede domande, viene messa alla prova, stravolge la vita, ci rende autonomi (niente più elemosina per il cieco) e adulti (risponde da solo non tramite i genitori) per condurci finalmente a vedere e quindi a riconoscere Gesù come Signore.
Nella lettera agli Efesini ci viene indicato chiaramente il passaggio fatto: eravamo tenebra e ora siamo figli della luce. Essere figli della luce, però, porta con sé la necessità di compiere opere degne dei figli della luce e non c’è niente di peggio, sembrerebbe, che dire di vederci mentre si è ciechi, perché non si è disposti a farsi aiutare né a farsi aprire gli occhi e così si brancola nel buio sbattendo ovunque. Allora si finisce per non riconoscere le meraviglie di Dio e nemmeno colui che le compie (come accade ai farisei) e questo, magari, proprio mentre si pensa di servire di Dio, cioè di essere nella luce. Nessuno è al sicuro da questa erronea convinzione di vedere, perché spesso ci si ferma alla superficie, a ciò che ci fa comodo vedere, perché ci aggrada di più o ci inquieta di meno.
Il Signore però ci apre gli occhi in un modo tale da guardare più a fondo, da non fermarci all’apparenza (come rischia di fare Samuele quando è mandato ai figli di Iesse per ungere il nuovo re), ma da andare al cuore, come Dio, delle persone e delle situazioni, guardarle fino in fondo e cogliere alla luce di lui ciò che altrimenti non si vede. Per esempio, guardando il cieco nato o ogni male e sofferenza che colpisce gli uomini potremmo domandarci: chi ha commesso un male perché capiti questo? “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”.  Invece la fede investe il male di una nuova luce: “né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Il male, la sofferenza, anche la morte, agli occhi dei credenti esposti alla luce dell’amore di Dio diventano il luogo in cui Dio opera meraviglie, salva, rinnova, fa risorgere. Dio non vuole il male, né lo manda, né lo permette: lo combatte, piuttosto, e lo vince.
Nessuno si accorge della bellezza del mondo come uno che vede per la prima volta dopo anni di cecità. La fede ci dona la stessa possibilità: spalancare gli occhi su ciò che siamo, sul mondo così com’è, e contemplare la bellezza vivificante di Dio che caccia le tenebre creando continuamente la vita in noi e intorno a noi, sempre e comunque: epidemie e morte compresa. Solo sotto questa luce la morte in croce di Gesù si trasforma nell’esultanza della resurrezione.
Nella quaresima di quest’anno, in cui veniamo privati della vita ordinaria, delle relazioni, della sicurezza economica, della comunità ecclesiale e della celebrazione eucaristica, in cui tanti perdono le persone che amano, in questa quaresima in cui sentiamo la minaccia per la salute e per il lavoro, abbiamo l’occasione – se lasciamo che il Signore Gesù ci apra gli occhi – di vedere le opere di Dio, di scorgere lui nello scorrere del tempo, di andare al cuore di noi stessi e di tutto ciò che facciamo e scegliamo, per portare tutto alla luce e, finalmente, portare frutto in ogni bontà, giustizia e verità.

Siamo in una valle oscura (come la vita appare fin troppo spesso), ma non temiamo alcun male e non manchiamo di nulla, perché il Signore è con noi. La fede ci apre gli occhi e così ci fa sperare e rallegrare di fronte ad ogni avversità e se qualcuno ci dovesse chiedere perché speriamo in un uomo vissuto duemila anni fa e di fronte ad una chiesa a volte così affaticata e deludente (come noi siamo), dovremo solo rispondere: una cosa sola io so, prima ero cieco, ora ci vedo. Vedo che Dio apre gli occhi ai ciechi, preludio della vittoria pasquale sulla morte.

…Lo Spirito Santo porta l’esperienza delle fede dalla mente al cuoredall’orecchio alle mani