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21 - Gen - 2023

La gioia di un figlio o una figlia….

HAI AVUTO LA GIOIA DI UN FIGLIO O DI UNA FIGLIA?
PREPARIAMO INSIEME IL SUO BATTESIMO!

BattesimoPer vivere più consapevolmente questo sacramento, la parrocchia di
Santo Spirito propone quattro incontri che si terranno in tre
momenti diversi dell’anno presso il centro parrocchiale
Shalom di via Quieta.
Sarebbe bello che agli incontri partecipassero anche i padrini
e le madrine.

Guarda qui il calendario…

Per informazioni rivolgersi a:
Rosanna e Marco Balducci (335/7573362)
Simona e Marco Nataletti (347/0055031)

11 - Gen - 2023

“Percorso” per fidanzati, in vista del matrimonio “da cristiani”

Casa sulla Roccia - Piccolo Eremo delle Querce“Percorso” per fidanzati, in vista del matrimonio “da cristiani”

Una decina di incontri
il martedì alle ore 19 a Shalom
– a cominciare dal martedì dopo la festa della Epifania.

 

 

 

ANIMATORI:
Claudio e Lidia Cristallini – 347.0366428

Franco e M Teresa Volpini – 335.6560056

Roberto e Simona Buonaurio – 340.4910096

Nicola e Michela Stabile – 338.1776897

Scarica il programma

03 - Dic - 2022

II Domenica di Avvento anno A

Avvento

II Domenica di Avvento

Anno A

(Is 11,1-10   Sal 71   Rm 15,4-9   Mt 3,1-12)
Domenica 04 Dicembre 2022

Enzo Bianchi

Le immagini della predicazione di Giovanni il Battista sono dure, destano timore, ma in realtà sono quelle tipiche di tutti i profeti, che hanno annunciato il giorno del Signore. Il Battista però non vuole che l’attenzione si concentri su di sé e tanto meno vuole apparire lui come il Giudice: costui è veniente, anzi sta dietro a lui ed è più forte di lui. Colui che viene è il Giudice che immerge non in acqua, ma nel fuoco escatologico dello Spirito di Dio: non più un rito, ma un evento ultimo e definitivo. Giovanni fa l’ultima chiamata alla conversione, prima della venuta del regno dei cieli ormai imminente; nello stesso tempo, manifesta la sua fede in Gesù, già presente tra i suoi discepoli, che presto sarà manifestato a Israele come “il Veniente”.

Brevi note sulle altre letture bibliche
Isaia 11,1-10
Quando il popolo di Israele è invaso, minacciato dalle potenze di questo mondo ed è diventato come un albero abbattuto, ridotto a un tronco (cf. Is 6,13), ecco l’azione di Dio: da quel tronco fa spuntare un germoglio che si nutrirà della linfa dell’albero abbattuto. Giunge dunque un discendente di Iesse, un nuovo David ricolmo dei doni dello Spirito di Dio: il suo respiro sarà il timore del Signore, la piena obbedienza a lui e alla sua volontà. Per questo sarà un giudice che non guarda alle apparenze, ma non sarà neppure bendato, perché vedrà nel cuore degli umani e inaugurerà un tempo nel quale giungerà la pace cosmica e la conoscenza del Signore riempirà la terra. Oggi, come allora, attendiamo questo compimento, sapendo che il discendente di Iesse ha un volto: quello di Gesù di Nazaret, il figlio di David, il Messia del Signore.

Lettera ai Romani 15,4-9
L’Apostolo ricorda ai cristiani che, nelle difficoltà della vita comunitaria, nelle tensioni tra forti e deboli, tra conservatori e innovatori, nei conflitti che possono sorgere anche tra discepoli di Gesù, occorre che ognuno accolga l’altro come fratello o sorella, cercando di assumere i sentimenti e i pensieri di Cristo. Ognuno è stato accolto, carico dei propri debiti, da Cristo, che lo ha perdonato e gli ha usato misericordia, e lo stesso deve fare nei confronti dell’altro, nella speranza della venuta del Signore. La parola di Dio contenuta nelle Scritture sempre ci illumina, ci sostiene, ci consola, ci indica il compimento della promessa del Signore, il suo giorno.
* * *
Prima della venuta del Signore, del giorno del Signore, secondo alcuni esperti delle sante Scritture sarebbe venuto il profeta Elia per preparare il popolo all’incontro con Dio, Salvatore e Giudice. Questa speranza è confermata da Gesù, che però invita a discernere tale presenza profetica in Giovanni il Battezzatore, venuto tra quelli che non l’hanno riconosciuto ma hanno fatto di lui ciò che hanno voluto (cf. Mt 17,10-13). Proprio perché nell’Avvento si attende la venuta del giorno del Signore, e dunque del Figlio dell’uomo, la chiesa ci fa sostare sul ministero di Giovanni: ministero di preparazione della strada per la manifestazione di Gesù a Israele. La sua predicazione, infatti, è più che mai attuale in questo tempo “ultimo”, in cui il Signore viene.

“Giovanni sopraggiunge” (paraghínetai) come predicatore nel deserto della Giudea, a sud-est di Gerusalemme, nelle terre attorno al Giordano, affluente del mar Morto. Sembra un profeta dell’antica alleanza, e lo è dopo almeno cinque secoli di silenzio della profezia nel popolo di Dio. Ha i tratti del profeta Elia: un vestito di peli di cammello (cf. 2Re 1,8; Zc 13,4), una cintura di cuoio, un nutrimento ascetico fornitogli dai frutti del deserto. Come Elia, chiama il popolo alla conversione, a ritornare al Signore prima del suo giorno: “Convertitevi, perché il regno dei cieli si è avvicinato!”. A questo annuncio nuovo le folle accorrono da Gerusalemme e dalla Giudea, accogliendo l’invito del profeta: confessano i loro peccati, si fanno responsabili davanti a Dio del male operato, si pentono e con un’azione decisa e vissuta, l’essere immersi da Giovanni nelle acque del Giordano, testimoniano la loro purificazione e il loro mutamento di vita. È come un nuovo inizio, anche perché Giovanni appare come il profeta designato da Isaia quale annunciatore della definitiva liberazione, del nuovo esodo, della creazione di cieli nuovi e terra nuova (cf. Is 40,1-11).

Giovanni dunque è ascoltato dalle folle, ma sa anche discernere al loro interno quanti ricorrono a lui solo per soddisfare la propria religiosità: sono persone che in realtà non si convertono, non cambiano vita e modo di pensare, ma sono sempre disponibili a vivere riti e a compiere ciò che la religione richiede. Matteo identifica queste persone in farisei e sadducei (attenzione a non tipizzare, soprattutto il primo gruppo!), cioè negli uomini religiosi esperti della dottrina e zelanti nel loro comportamento secondo la Legge. Ecco allora l’invettiva del Battista: “Razza di vipere (cf. Sal 140,4)! Chi è il vostro vero suggeritore? È colui che vi ispira di sfuggire alla passione per la giustizia di Dio, fingendo e aumentando le azioni rituali?”. Sono credenti che non ascoltano le parole di Giovanni, non riconoscono in lui le parole del Signore, eppure vengono al suo battesimo… Per loro il rito va benissimo, mentre fare la volontà di Dio e vivere ciò che il rito dovrebbe significare, no! Hanno dentro di sé certezze: sono figli di Abramo, hanno il senso dell’appartenenza al popolo eletto e scelto da Dio, sanno invocare Dio come il Dio con loro. Giovanni però con la sua predicazione manda in frantumi queste certezze e garanzie: “Non crediate di poter dire dentro di voi: ‘Abbiamo Abramo per padre!’, perché Dio può creare figli di Abramo dalle pietre del deserto”. Ormai il giorno del Signore è vicino e il Giudice si sta manifestando come una scura che abbatte alla radice l’albero che non dà frutti buoni, destinandolo al fuoco.

Le immagini della predicazione del Battista sono dure, destano timore, ma in realtà sono quelle tipiche di tutti i profeti, che hanno annunciato il giorno del Signore a quanti contraddicevano la sua volontà vivendo invece formalmente (cioè da ipocriti!) l’alleanza con Dio. Giovanni mette in luce quella rottura che sarà portata a pienezza da Gesù: rottura con i legami di sangue, con l’appartenenza etnica. Figli di Abramo lo si è non per appartenenza carnale, ma perché si vive l’obbedienza e l’adesione a Dio da lui vissute, dirà Paolo (cf. Rm 4,1-3; Gal 3,6).

Giovanni però non vuole che l’attenzione si concentri su di sé e tanto meno vuole apparire lui come il Giudice: costui è veniente, anzi sta dietro (opíso) a lui ed è più forte di lui. Il Battista non si sente nemmeno degno di essere suo servo, portandogli i sandali. Colui che viene è il Giudice che immerge non in acqua, ma nel fuoco escatologico dello Spirito di Dio: non più un rito, ma un evento ultimo e definitivo. Giovanni fa dunque l’ultima chiamata alla conversione, prima della venuta del regno dei cieli ormai imminente; nello stesso tempo, manifesta la sua fede in Gesù, già presente tra i suoi discepoli, che presto sarà manifestato a Israele come “il Veniente” (ho erchómenos: Mt 11,3; 21,9; 23,39). Solo a lui spetta il giudizio definitivo, descritto dal suo precursore con un’immagine apocalittica: “Tiene in mano il ventilabro, per separare la pula dal buon grano. Al passaggio del vento la pula sarà portata via e poi bruciata, mentre il grano sarà raccolto nei granai”.

Sì, di fronte a questi annunci e a queste immagini è doveroso provare sentimenti di timore. Il giudizio è un evento serio ma, quando avverrà, sarà nient’altro che la manifestazione di ciò che ciascuno di noi ha operato ogni giorno, scegliendo il bene o il male. Siamo noi stessi a darci il giudizio, ora e qui: il giudizio non è una spada di Damocle che pende sulla nostra testa, ma un evento che decidiamo oggi. Ecco come la chiesa ci attualizza la predicazione di Giovanni il Battista sulla venuta gloriosa del Figlio dell’uomo.

06 - Ago - 2022

Le nostre celebrazioni nel fine settimana di Ferragosto

Shalom - Spirito Santo, Portale


Messe


 

Dal 13 al 15 agosto 2022.

 

Sabato 13 agosto:        18.30              a Shalom

Domenica 14 agosto: 9.00 – 11.30  a Santo Spirito

                                                          18.30  a Shalom

Lunedì 15 agosto: 9.00 – 11.30 – 18.30 a Santo Spirito

20 - Lug - 2022

Pellegrinaggio in Terra Santa 2022

Gerusalemme

 

Organizziamo un pellegrinaggio in Terra Santa qui la locandina ….

Locandina Terra Santa

03 - Giu - 2022

Domenica di Pentecoste anno C

Pentecoste

Domenica di Pentecoste

Anno C

(At 2,1-11   Sal 103   Rm 8,8-17   Gv 14,15-16.23-26)
Domenica 05 Giugno 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Nel giorno di Pentecoste, quando l’opera della salvezza si compie e inizia il tempo in cui essa verrà testimoniata nelle parole e nel vissuto della chiesa, si mostra con ogni evidenza che la fede è una questione di amore e di vita. Nient’altro. Anzi, legare la fede ad altre cose non può solo oscurare questa radicale e semplicissima verità.

I segni portentosi, che nel genere letterario delle manifestazioni di Dio vogliono indicare che è accaduto qualcosa di straordinario (cioè che chi era presente ha compreso come straordinario), indicano l’azione di Dio su quelli che erano tutti insieme (gli undici,  Maria, le discepole, i fratelli e le sorelle di Gesù: questi sono quelli nominati nel primo capitolo del libro degli Atti, cui dobbiamo aggiungere almeno Mattia chiamato a ricostituire il numero dei dodici al posto di Giuda e forse qualche altro, visto che Luca ci parla di un nucleo originario di 120 discepoli). La storia che i Vangeli raccontano si schiude in un momento che i discepoli sentono come unico e che dà l’avvio alla vita della chiesa: un vento portentoso spinge i discepoli e le discepole, riscaldati dal fuoco stesso di Dio, verso gli altri e fa annunciare (nella lingua che ciascuno è in grado di capire) la semplice verità della via cristiana e cioè, come dicevamo in apertura, che il mistero di Dio e il rapporto con lui si risolve nell’amore e nella vita.

Dell’amore ci parlano i pochi versetti del Vangelo di Giovanni. Amare è abitarsi reciprocamente. Chi ama si fa spazio per l’amato e allo stesso tempo chiede di essere ospitato. Così Dio, nel quale tutto vive, entra nel cuore di quelli che ama, perché in questa intimità, ciascuno di noi possa ascoltarlo, imparare e ricordare le sue parole, osservarle, viverle. L’amore di lui è ciò che ci spinge (lo Spirito è come un vento impetuoso che ci trascina): se lasciamo che ci invada non ci servirà altro perché ci condurrà infallibilmente alla vita.

Proprio di questa ci parla il brano della lettera ai romani, tratto dallo straordinario capitolo ottavo, quasi un inno alla vita cristiana animata dallo Spirito. Ciascuno di noi sa di essere dominato dalla carne (così comincia Paolo in questo brano), cioè ciascuno di noi sa bene quali ferite, quali debolezze, quali paure, quali incapacità, quali distorsioni, lo spingono lontano dalla parola ascoltata e da Dio. Dobbiamo sapere, però, che per sia quanto difficile e a volte molto doloroso la carne non ha dominio su di noi, perché noi siamo già possesso dello Spirito ed è lui il motore della nostra vita, il dominatore di tutto ciò che si agita in noi. La carne resta, a volte arriviamo a sperimentare la potenza della morte in quello che ci accade, ma lo Spirito è più forte: se anche fossimo morti per il peccato, lo Spirito che ci abita ci fa vivi perché ci restituisce la giustizia perduta e così, liberamente, possiamo scegliere le opere dello Spirito, cioè tutte quelle opere che danno vita a noi e ad altri. Si può sempre ricominciare, perché lo Spirito dà vita anche ai morti.

Questo Spirito però non è quello degli schiavi, ma dei figli, cioè delle persone libere e adulte che possono disporre dei doni e dell’eredità paterna che consiste in Cristo stesso: lo Spirito ci fa vivere come Cristo, partecipi delle sue sofferenze e della sua resurrezione, ci insegna tutto, fa sì che la parola di lui diventi la nostra stessa carne. Il segreto della vita cristiana consiste dunque nell’imparare ad ascoltare e seguire lo Spirito di Dio che dimora in noi e che impedisce alla carne di dominarci. Può darsi che non lo ascolteremo sempre, può darsi che ci confonderemo, ma – Gesù è stato chiaro – lo Spirito rimarrà per sempre e quindi, possiamo sperarlo con forza e sensatamente, finirà per piegare ciò che ci insegna la morte per rinnovarci continuamente e fino a donarci la pienezza della vita che in fondo altro non è che avere la libertà di amare fino alla fine, come Gesù. Il mistero di Dio è semplice, è una questione di amore e di vita: niente altro davvero.

28 - Mag - 2022

Ascensione del Signore anno C

Ascensione

Piccolo Eremo delle Querce

Ascensione del Signore

Anno C

(At 1,1-11   Sal 46   Eb 9,24-28;10,19-23   Lc 24,46-53)
Domenica 29 Maggio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

L’ascensione di Gesù segna la fine della storia del Vangeli, il loro protagonista assoluto non può più essere visto né raccontato. Eppure il tono dei racconti che ci parlano dell’ascensione sembra quello di un inizio (Luca comincerà proprio così un nuovo libro, quello degli Atti degli apostoli). Il Signore se ne va eppure si parla di attesa, di una missione che comincia, di un Altro che deve venire e (se scorriamo la seconda lettura tratta dalla lettera agli ebrei) di un nuovo ritorno di Gesù che ci condurrà là dove lui è. La storia, raccontata fin qui e culminata nella Pasqua, è dunque appena cominciata. Per questo Gesù si ferma con i suoi per quaranta giorni spiegando ed istruendo: perché questo è solo l’inizio. In fondo l’anno liturgico ci educa sempre a questo ritmo per il quale alla straordinarietà delle feste segue sempre l’ordinarietà di tutti i giorni, come ad ammonirci che ogni dono di Dio (per quanto possa essere straordinario) prende senso e concretezza solo nel concreto vivere quotidiano.

La storia che ricomincia però, da questo momento in poi, sarà l’attesa che tutte le promesse di Cristo si compiano. Si tratta di un’attesa operosa, fatta di impegno per la giustizia e la pace, fatta dell’amore declinato nei gesti quotidiani che si prendono cura di altri, fatta di testimonianza evangelica mai possibile se la vita contraddice le parole. Questa festa ci ricorda dunque verso dove stiamo camminando, perché conoscendo la meta possiamo sapere come attrezzarci per il viaggio, quali cammini fare, quali compagnie scegliere, ma ci ricorda anche chi stiamo aspettando perché la fede altro non è che desiderio di Cristo, profondo e insaziabile desiderio.

La lettera agli ebrei medita questo mistero con altre parole. Ci dice che Cristo è entrato nel santuario del cielo (come il sommo sacerdote entrava nel luogo più sacro del tempio) e che anche noi (diversamente dal popolo che aspettava fuori) abbiamo la possibilità, grazie a lui, di entrare in questo stesso santuario, che è Dio stesso. Ora infatti sappiamo quale è la via, una via nuova e vivente che egli ha inaugurato attraverso la sua carne. La vita e la morte di Gesù sono la via. Questo è stato sufficiente (infatti, diversamente da quanto facevano i sacerdoti ebrei che ogni anno rinnovavano l’offerta per i peccati, non c’è più bisogno di ripetere il sacrificio) per condurre l’umanità nel grembo stesso di Dio. L’ascensione, dunque, ci spinge a contemplare la carne di Gesù, la sua umanità, perché fissando lo sguardo in essa noi scrutiamo la via certa al cielo, contemplando la carne di lui noi fissiamo gli occhi dritti in cielo anche se ciò che dobbiamo vivere è ben piantato sulla terra.

In questo giorno si fa evidente che non c’è alcuna separazione fra Dio e gli esseri umani. Se Dio ha vissuto con l’umanità, ora un essere umano entra nella dimensione di Dio e dietro di sé lascia una via che noi possiamo percorrere. Non abbiamo bisogno di prodigi straordinari né di sacrifici aggiuntivi o di chissà cos’altro per raggiungere Dio in qualche modo: conosciamo la via, nuova e vivente, da percorrere e sta tutta nella vita mite ed umile del figlio del falegname.

27 - Mag - 2022

Domenica di Pentecoste festa della parrocchia

Shalom - Spirito Santo, Portale

 Domenica 5 Giugno – Pentecoste

Messe:

Sabato 4 ore 18.30 messa della vigilia Shalom
Domenica 5 ore 09.00 chiesa di Santo Spirito
ore 11.30 chiesa di Santo Spirito (meditazione di Simona Segoloni)
ore 18.30 chiesa di Santo Spirito

Incontro:

ore 15.30 nel salone del centro parrocchiale Shalom ospiteremo Moreno responsabile della casa diPoggio degli Aquiloni accoglienza “Poggio degli Aquiloni” che ci testimonierà  la “Fantasia dello Spirito

MorenoPoggioAquiloni

20 - Mag - 2022

VI Domenica di Pasqua anno C

Pasqua 2022

VI Domenica di Pasqua

Anno C

(At 15,1-2.22-29   Sal 66   Ap 21,10-14.22-23   Gv 14,23-29)
Domenica 22 Maggio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

I pochi versetti tratti dal Vangelo di Giovanni appartengono al lungo discorso che il quarto evangelista colloca all’interno della cena di Gesù, immediatamente prima della Pasqua. Le frasi si susseguono una dopo l’altra senza legarsi fra di loro, quasi una serie di detti indipendenti raccolti qui perché sono particolarmente importanti. Eppure le parole si richiamano, ritornano, come a ribadire ciò che Gesù voleva i suoi comprendessero. All’inizio e alla fine due promesse simili: la prima dice che il Padre e il Figlio prenderanno dimora presso coloro che amano Gesù (cioè in chi osserva la sua parola), la seconda semplicemente che lui tornerà. Quello di Gesù è un commiato tenerissimo: vuole che i suoi non si sentano abbandonati. Non solo, infatti, promette di tornare, ma addirittura di prendere dimora con il Padre dentro quelli che ama, e nell’attesa che questo accada non resteranno soli: verrà chiamato loro vicino (questo significa Paraclito) lo Spirito, che aprirà il loro cuore e la loro intelligenza alla fede dando loro la stessa pace di Gesù. Sono parole di vicinanza, di coinvolgimento, di intimità che ciascun discepolo e ciascuna discepola si devono sentire rivolte.

La promessa del suo dimorare in noi, della presenza in noi del Padre e dello Spirito, viene ripresa dall’immagine della città che l’Apocalisse ci presenta. Si tratta di una città in cui Dio stesso è luce e tempio, una città in cui Dio dimora con gli esseri umani. In essa c’è spazio per Israele (simboleggiato dalle dodici porte con i nomi delle dodici tribù) e per il popolo che nasce da quelli che, simbolicamente, sono i nuovi capostipiti del popolo che viene radunato dall’annuncio del Vangelo e che non ha più confini di nazione, razza, o altra divisione. Dio viene a dimorare in mezzo all’umanità e la sua stessa presenza si fa spazio per una città dove tutti possono abitare, bellissima e preziosa proprio per questa capacità di essere come Dio là vuole: un luogo di vita per tutti.

Di fronte a questa promessa sta la chiesa, di cui si parla (di nuovo) nella prima lettura. La chiesa sta di fronte alla promessa fatta a tutte le genti come un pegno di speranza, come un luogo cui si può guardare per sperare che davvero Dio dimori in mezzo ai popoli ed edifichi una città da cui nessuno/a viene escluso. Purtroppo il brano degli Atti è tagliato proprio nella sua parte più importante, quella che mostra come la chiesa, di fronte ad una difficoltà e ad una divergenza grave, raggiunge un consenso, una decisione condivisa che le permette di somigliare di più alla città in cui tutti possono abitare insieme. Non leggiamo il racconto del confronto fatto di franchezza, discussioni e ascolto reciproco, né come si arriva alla decisione di ammettere anche i pagani (eppure in questo momento di impegno sinodale ci sarebbe servito non poco), ma possiamo comunque vedere il coraggio della prima chiesa e prendere esempio. Aprire ai pagani era infatti per questa chiesa (in cui tutti sono giudei osservanti) una rivoluzione. Sembrava un rinnegamento delle tradizioni ricevute direttamente da Dio, una profanazione dell’alleanza, eppure dopo aver discusso, ascoltato lo Spirito e le esperienze altrui, dopo essersi chiesti solo come far fiorire l’opera di Dio, questa chiesa tutta giudaica segna la fine della propria esperienza: in poco tempo infatti la chiesa dei giudei diventerà minoritaria e sparirà, lasciando spazio quasi esclusivamente alla chiesa che viene dai pagani. Tutto questo però non è importante, come non lo sarebbe oggi abbandonare una forma di chiesa se dovessimo decidere che non permette a tutti di essere inclusi nella dimora di Dio con gli uomini. Ciò che conta è che i popoli si rallegrino, che lodino Dio, che la sua salvezza arrivi ovunque.

La chiesa è solo uno strumento, un piccolo segno della città che ci è promessa. Per questo non può avere timore né nel riformarsi, se questo serve la vita dei popoli, né nel perdere ciò che la caratterizza, perché ciò che conta davvero è la promessa che ci è stata fatta. Tutto il resto non è fatto per durare né dovrebbe interessarci troppo.

13 - Mag - 2022

V Domenica di Pasqua anno C

Pasqua 2022

V Domenica di Pasqua

Anno C

(At 14,21-27   Sal 144   Ap 21,1-5   Gv 13,31-35)
Domenica 15 Maggio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il libro dell’Apocalisse ci racconta una visione. Oggi è frequente dire delle aziende o delle organizzazioni che hanno una vision, hanno cioè ben chiaro che cosa vogliono essere e quale risultato vogliono portare nella realtà, poi, in base a questa vision, ogni azienda e ogni organizzazione struttura la propria mission, il proprio operare cioè in vista dei risultati. Non si danno però né risultati né azione senza visione, senza saper vedere quello che ancora non c’è, senza sapere chi si vuole diventare o chi si è chiamati a diventare.

L’Apocalisse ci racconta una visione, quella che riguarda la chiesa. In questo breve passaggio che è praticamente alla fine del racconto si contempla il rinnovamento di tutte le cose, un ordine nuovo del mondo (cielo e terra diversi e niente più mare) e Dio che dimora con gli esseri umani. In questo quadro la chiesa è descritta come quella città, cioè quel luogo ospitale e variegato dove si può vivere insieme, nella quale Dio abita. La chiesa è quel noi, entrando nel quale (come oltrepassando le mura spesse delle nostre città antiche), si può stare con Dio, lasciarsi asciugare le lacrime, dimenticare il lutto e l’affanno, relegare anche la morte fra le cose di ieri. La visione ci dice che la chiesa è il luogo della vita e della consolazione, perché rende presente Dio stesso.

Tutto questo accade per la logica semplicissima ed essenziale che i pochi versetti del Vangelo ci annunciano di nuovo: dall’amore che i credenti hanno gli uni per gli altri, tutti sapranno che sono discepoli di Cristo e così questo amore, la cura concreta, ovvia e banale di ogni giorno, diventerà lo spazio accogliente nel quale la gloria di Dio sarà evidente e il noi di quelli che si amano comincerà a rinnovare la terra sulla quale vedremo svanire persino la morte.

La visione ci dice che la chiesa non è innanzitutto un’istituzione con una storia gloriosa, personaggi importanti, beni e potere, regole, sacralità, curiose usanze di qualche secolo fa. La visione ci dice che la chiesa è uno spazio di relazioni umane nel quale lo Spirito viene assecondato al punto che l’amore reciproco diventa capace di convincere della bellezza del Vangelo anche altri, che così a loro volta possono dimenticare affanni e lutto. Questa era la visione di Paolo e Barnaba (prima lettura) che tornano ad Antiochia a raccontare come lo Spirito li abbia accompagnati nella missione fino al fatto del tutto imprevisto della conversione dei pagani. Non tornano ad Antiochia per vantarsi, per affermare il loro successo o per vedersi riconosciuto un incarico; tornano ad Antiochia perché quella è la chiesa da cui sono partiti, quelli sono i discepoli e le discepole che li hanno sostenuti, che hanno pregato con loro, che li hanno amati e che loro hanno amato. Non c’è missione che non parta da questo amore, che stringe in relazioni fedeli e fa essere responsabili gli uni degli altri. Non c’è missione che non parta da un luogo, volti precisi, nomi, persone di cui si vuole avere cura.

Spesso si parla (a ragion veduta) della crisi della chiesa. La via di uscita è tornare ad avere una visione, la stessa che il Vangelo ci ha consegnato fin dall’inizio.