XXIV Domenica T.O. (A)

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11 - Set - 2020
Spirito Santo M.I.Rupnik

Spirito Santo M.I.Rupnik

XXIV Domenica T.O. (A)

(Sir 27,33-28,9   Sal 102   Rm 14,7-9   Mt 18,21-35)

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il capitolo diciottesimo del Vangelo di Matteo, la cui lettura abbiamo cominciato la settimana scorsa, si conclude con la parabola del servo spietato. Si tratta di una parabola straordinaria costruita per suscitare lo scandalo in chi legge, che spontaneamente assume la posizione dei compagni del servo maltrattato, i quali vanno dal padrone per denunciare chi aveva ricevuto pietà ma non ne aveva usata. Se però usciamo dalla straordinaria capacità di coinvolgimento della parabola, possiamo farci una domanda: il fatto che a me sia stato condonato un debito, toglie il debito a colui di cui io sono creditore? Facciamo finta che la banca mi abbuoni una rata del mutuo, allora il cliente che non mi ha ancora pagato può considerarsi libero da ogni debito? Verrebbe da dire di no. Allora perché questo servo ci appare (e giustamente!) tanto crudele con il suo compagno?

Perché i discepoli si devono relazionare (questa è la logica di tutto il capitolo) facendosi piccoli l’uno di fronte all’altro, nell’accorato tentativo di non perdere nessuno e per mostrarsi reciprocamente l’amore del Padre. Se è così (se è questo stile che permette di radunarsi nel nome di Gesù), di fronte al peccato dell’altro (e in ogni occasione) il primo atteggiamento sarà farsi piccoli, riconoscendo che se è vero che l’altro ha peccato (e magari ha peccato contro di me), è vero anche che io ho peccato in modo infinitamente più grande. Si può pensare questo quando il peccato dell’altro ci sembra – oggettivamente – più grave di quelli che facciamo noi? Sì, perché mentre non sappiamo valutare il grado di responsabilità degli altri, se ci guardiamo con un po’ di onestà, il nostro peccato ci appare sempre spropositato, come la cifra esorbitante messa in campo dal Vangelo di oggi.
A questo punto, consapevole di essere un debitore insolvente, incapace di ripagare il debito e rimesso al mondo solo dal perdono di Dio che libera dal peso che il peccato ci lascia addosso, il discepolo può rapportarsi nel modo giusto con l’altro che pecca, facendosi più piccolo di lui. Non si perdona infatti dall’alto verso il basso, con la spocchiosa benevolenza di quanti si sentono giusti, ma si perdona nella posizione di quelli che sanno quanto è stato loro perdonato e così, guardando la realtà alla luce di Dio (consapevoli che se viviamo viviamo per il Signore e se moriamo moriamo per il Signore), sanno di non essere migliori di nessuno e vedono nell’altro un fratello da non perdere.
Torna qui il monito presente in questo capitolo del primo Vangelo: poiché il Padre non vuole che nessuno si perda, i discepoli non si devono reciprocamente scandalizzare, ma cercarsi, correggersi e, infine, perdonarsi.
D’altra parte l’esperienza ci dice che quando amiamo qualcuno siamo ben felici di perdonarlo, perché vuol dire che ci siamo capiti su quello che è successo, che ci siamo compresi e pentiti, che la relazione può rinascere e ciascuno di noi è sciolto dal male fatto. In una parola: quando perdoniamo, vuol dire che non abbiamo perso l’altro, che non viene chiuso in prigione, ma resta a servizio con noi.
Chi guarda se stesso e gli altri con gli occhi di Dio (così come vediamo scritto nella prima lettura che spiega bene come chi guarda le relazioni con gli altri a partire dalla propria relazione con Dio non può serbare rancore), non vuole perdere chi ha imparato a considerare parte di sé (i credenti sono membra gli uni degli altri) e così condona ogni debito. Se guardiamo bene: a che ci servono i pochi spiccioli dell’altro dopo che Dio ha con un colpo solo cancellato la cifra che noi dovevamo a lui? E così alla giustizia (hai un debito devi pagare) preferiamo la fraternità (siamo sulla stessa barca, condono a te come a me è stato condonato), sapendo che uno solo è il Padre nei cieli e che lui perdona tutte le colpe, guarisce le infermità, salva dalla fossa e circonda di bontà e misericordia. Tanto è bello questo amore che ci ricopre e ci rimette al mondo ogni volta, che non possiamo che viverlo gli uni nei confronti degli altri, rimettendo anche noi al mondo il fratello o la sorella amati , solo per averli con noi, così come il nostro cuore desidera.
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