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21 - Gen - 2022

III Domenica T.O. anno C

Tempo Ordinario

III Domenica Tempo Ordinario

Anno C

(Ne 8,2-4.5-6.8-10   Sal 18   1Cor 12,12-30   Lc 1,1-4; 4,14-21)
Domenica 23 Gennaio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La chiesa è il corpo di Cristo (la bellissima seconda lettura tratta dalla prima lettera ai corinzi) perché, se è docile allo Spirito, ognuno dei suoi membri diventa membro di Cristo. Lo Spirito di lui è capace di fare di quello che ciascuno e ciascuna è un dono per la chiesa intera, un dono che nessun altro può essere e di cui tutti hanno bisogno: nessun membro del corpo può fare a meno delle altre membra e non si può dare un corpo sano e bello se non nella varietà delle membra. In pochi tratti, con un paragone che era usuale al tempo di Paolo per i soggetti collettivi, abbiamo così un’immagine vivida della chiesa: siamo corpo di Cristo (e così lui può essere visto e incontrato nel mondo) se siamo gli uni per gli altri.

La prima lettura ci guida a comprendere la radice di questo dono rileggendo la storia di Israele. Dopo il ritorno dall’esilio i problemi (interni ed esterni) non erano stati pochi, grazie alla guida di Esdra e Neemia il popolo è riuscito a completare la ricostruzione e (nel capitolo settimo) si ha un elenco di quanti erano tornati e costituivano il resto da cui Israele doveva ricominciare. Tutti questi non sono però ancora un popolo, perché questo accada occorre proclamare la Parola di Dio e spiegarla adeguatamente in modo che tutti quelli che possono, donne e uomini, comprendano. Dopo un lungo silenzio, dopo lo straniamento dell’esilio, dopo lunghi anni in cui l’esperienza dei padri rischiava di diventare uno sfumato ricordo e la vita del popolo si era frammentata nei tanti israeliti mescolati agli abitanti della Mesopotamia, ora, in patria, terminata la ricostruzione, la Parola di Dio viene solennemente e a lungo perché gli israeliti rinascano come popolo. Un lungo giorno per riascoltare l’amore di Dio, per ricordarne i gesti, per ridirsi la salvezza attesa, per ritrovarsi come un solo popolo di donne e uomini capaci di intendere ciò che Dio dice. Il dono di essere un popolo solo, un corpo solo (come dice Paolo per la chiesa), sorge allora proprio dall’ascolto della Parola che lo Spirito e l’ingegno umano (nei primi versetti del Vangelo troviamo il prologo di Luca in cui spiega il suo impegno nel ricercare e scrivere un racconto ordinato su Gesù) hanno scritto perché le donne e gli uomini di tutti i tempi potessero essere messi di fronte agli eventi della salvezza e potessero credere nel Signore.

Gesù a Nazaret, all’inizio del suo ministero, va in sinagoga e, come al solito, si alza a leggere. Comincia la novità della sua vita dalla Parola che Dio ha detto al suo popolo. Di fronte al brano del profeta Isaia che legge e ascolta con tutti gli altri, dice l’essenziale: oggi si è compiuta la parola che avete ascoltato. Infatti la Parola, che Dio dice e ci consegna nella Scrittura e nella vita stessa del popolo che se ne nutre, si compie quando viene ascoltata. Ogni parola è fatta per chi deve ascoltare, è qualcosa di rivolto: ogni parola rivela il cuore di chi parla ma proprio perché ne rivela l’apertura all’altro. Per questo ogni parola ha senso solo quando viene ascoltata. Oggi, insieme, come un corpo solo, ascoltiamo questa parola di Isaia che Gesù ha riconosciuto come il cuore del proprio ministero e mettiamolo al cuore del nostro vissuto: lieto annuncio per i poveri, vista per i ciechi, liberazione per i prigionieri e gli oppressi. Ascoltiamo ciò che Dio dice perché, sotto la potenza dello Spirito, si realizzi in noi e intorno a noi. E la festa sovrabbondante descritta da Neemia potrà cominciare.

14 - Gen - 2022

II Domenica T.O. anno C

Tempo Ordinario

II Domenica Tempo Ordinario

Anno C

(Is 62,1-5   Sal 95   1Cor 12,4-11   Gv 2,1-11)
Domenica 16 Gennaio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Il vino è l’elemento centrale della festa. Ovviamente si tratta di un dato culturale, ma nella Scrittura è indubbiamente così. Non per niente nel gesto che Gesù ci lascia per renderlo presente, insieme al pane da condividere (per avere vita e forza) c’è il vino da gustare insieme (per avere gioia). Ma se il vino è l’elemento centrale della festa, non è possibile che essa continui quando il vino finisce. Questa è la situazione in cui si trovano Maria e Gesù durante il matrimonio al quale stanno partecipando a Cana di Galilea: è finito il vino. Tutta l’esultanza, la bellezza, l’allegria che ci viene descritta dalla prima lettura in cui il popolo è indicato come la gioia e la delizia del Signore sembra svanire: la festa viene bruscamente interrotta, perché non è più possibile sentire e condividere la gioia.

Spesso la chiesa si sente così. Spesso l’umanità si sente così. Come se non ci fosse più motivo per festeggiare, come se mancasse la possibilità dell’ebrezza che ci fa leggeri e pronti ad affrontare la vita con la sua bellezza e la sua fatica. Manca il vino, mancano la fiducia e la speranza. Maria conosce le fatiche del popolo di cui fa parte, vede che non può rallegrarsi se Dio non lo visita, se il popolo stesso non diventa una magnifica corona in mano a Dio (per usare le parole della prima lettura) e se Dio non gli dona la giustizia e non lo salva. Lei percepisce tutta l’amarezza e lo sconforto di fronte all’impossibilità di fare festa e di rallegrarsi: un’impossibilità di gioire ancora più drammatica quando ci colpisce in luoghi che per loro natura, come la gioventù, le nozze, ma anche il servizio ecclesiale e le relazioni, sono fatti per rallegrarsi. E così la festa minacciata dei due sposi di Cana diventa per lei un segno evidente della minaccia che incombe sul popolo intero e su ciascuno. Va da Gesù – certa che lui avrebbe capito – e lo mette di fronte ai bisogni di quelli per i quali è venuto: non hanno più vino. La tua gente, il popolo di Dio, è privato della gioia.

Lei individua – secondo il racconto di Giovanni – il momento opportuno perché Gesù inizi la propria missione. Lui non è ne convinto in un primo momento (non è ancora giunta la mia ora) ma poi cambia idea e dall’acqua ottiene del vino, vino buono (come il competente maestro di tavola sottolinea). Proprio quando la festa sembra non essere più possibile, quando ci sembra (per esempio) di non riuscire più ad essere chiesa o ad esserlo in modo credibile, ecco che Dio dona il vino buono, perché lui stesso vuole rallegrarsi per la giustizia del suo popolo e per la sua salvezza. Questo vino buono può essere gustato in molti modi: nell’ascolto della Parola di Dio, nel pentimento e nel desiderio di conversione, nella cura sincera e appassionata per gli altri e per la vita, ma forse, lasciandoci guidare dall’insieme delle letture di questa seconda domenica del tempo ordinario, possiamo dire che questo vino buono nella chiesa si può gustare anche nei doni che gli altri ricevono e con i quali ci nutrono.

La seconda lettura infatti (celeberrimo brano della prima lettera ai Corinzi) ci parla della chiesa come di un corpo le cui membra siamo noi, ciascuno e ciascuna di noi che riceviamo una manifestazione particolare dello Spirito per far vivere tutto il corpo. Il dono fatto a una o a uno (e non ci sono doni più importanti di altri nemmeno quando prendono la forma ministeriale) è per tutti. Quello che ci serve per vivere, quello che serve a me per vivere non è in mio possesso, ma è stato dato ad altri e ad altre perché io possa avere la vita grazie e a loro (e loro grazie a me e al dono che Dio ha dato a me perché arrivi a tutti). Il vino buono nella chiesa può essere dunque questo reciproco offrirsi la vita, questa continua ricerca di ciò che Dio ci offre nelle sorelle e nei fratelli e questo continuo voler dare loro (perché vivano di più e meglio) quello che Dio ha dato a noi. È la gioia della comunione, della vita condivisa e della presenza dello Spirito, onorato proprio nel riconoscere e nell’accogliere i doni unici e sorprendenti che egli distribuisce.

Quando ci sembra che il vino sia finito, dunque, ricordiamoci che non siamo soli e che in molti luoghi diversi lo Spirito sta offrendo in qualcuna o in qualcuno proprio il dono che ci serve per ricominciare, rallegrarci e gridare col salmista: Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra, cantate al Signore, benedite il suo nome!

07 - Gen - 2022

Battesimo del Signore

Battesimo Gesù

Battesimo del Signore

Anno C

(Is 40,1-5.9-11   Sal 103   Tt 2,11-14;3,4-7   Lc 3,15-16.21-22)
Domenica 9 Gennaio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La solennità del Battesimo del Signore fa da cerniera fra il tempo ordinario che comincia subito dopo e il tempo di Natale che si chiude oggi. Abbiamo atteso una nascita da cui ciascuno potesse rinascere e ora si apre davanti a noi il tempo in cui questa rinascita si deve dispiegare.

Siamo ancora dentro il tempo di Natale. Un bambino in una mangiatoia davanti ai pastori, un bambino e sua madre davanti ai sapienti venuti dall’Oriente e ora un uomo in fila con i peccatori di Israele: così è apparsa la bontà di Dio e il suo amore per tutti gli esseri umani (seconda lettura tratta dalla lettera a Tito). Il Figlio di Dio nato da Maria, dal primo momento della sua vita fino all’ultimo, mostra la vicinanza di Dio e il suo perdono. Il premio che il Signore porta, la ricompensa, la meta che ci aspetta alla fine di una strada che ci viene spianata davanti (prima lettura tratta dal profeta Isaia già ascoltata durante l’avvento) è proprio la cancellazione di ogni debito e la guarigione di ogni ferita. Dio non è venuto nel mondo per un giudizio da cui non è in grado di salvarsi nessuno, ma è venuto per salvarlo dalla miseria che conosciamo fin troppo bene dilagare dentro di noi e intorno a noi.

E così il Signore Gesù inizia la sua missione immergendosi nelle acque sporche del male degli esseri umani. Non fugge le nostre fatiche e le nostre impurità, si immerge con noi, si fa toccare, si fa bagnare e rivestire di ciò che ci appesantisce e con noi aspetta che il fiume porti via tutto lasciandoci puliti e rinvigoriti. Viene, adesso, il momento di prendere sul serio il perdono di Dio, il suo amore che tutto rinnova e ringiovanisce. Viene, oggi, il momento di immergersi pieni di misericordia nel male fatto da noi e dagli altri, dentro le stesse acque, senza separazioni né classifiche di bontà o purezza. Stare lì in mezzo, autentici e fragili, finché la voce del Padre, che risuona nelle Scritture, nei fratelli e nelle sorelle, nella storia che diventa parola dello Spirito, ci dirà chi siamo.

Gesù, fermo in mezzo alle acque condivise con i peccatori, sa di essere il figlio amato in cui Dio pone il suo compiacimento. Non dimenticherà più che Dio si è compiaciuto di lui mentre si faceva piccolo, mentre si poneva in ascolto, mentre si faceva compagno di chi si umilia e soffre. Tutta la vita non farà altro che questo, non cercherà altro che la compagnia dei miseri per ascoltare sempre la voce del Misericordioso che lo dichiara figlio e amato. Oggi è solo il primo di una lunga serie di giorni. L’ultimo giorno, sulla croce, la voce del Padre tacerà, ma i miseri che lo circondano gli ricorderanno chi è e cosa il Padre vuole.

Nelle stesse acque, con lui di fianco, animati dal dono dello Spirito che ha animato lui, possiamo riprendere il cammino, di fianco agli esseri umani affaticati e impoveriti in mille modi, certi di ricevere un perdono che non meritiamo, lasciando che sia ciò che il Padre dice a decidere chi siamo. Abbiamo davanti tutto l’anno per vivere questo mistero: comincia oggi il tempo ordinario, senza feste ed eccezioni, fatto solo di vita, perché l’amore di Dio si manifesti e agisca ovunque, nel mezzo delle acque in cui tutti annaspiamo.

05 - Gen - 2022

Epifania del Signore

Epifania del Signore

Anno C

(Is 60,1-6   Sal 71   Ef 3,2-3.5-6   Mt 2,1-12)
Giovedì 6 Gennaio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa
Quale è la via che conduce a Cristo Signore? I magi ci stanno davanti come segno del cammino di ciascuno. Essi hanno gli occhi piantati al cielo, scrutano le stelle, fanno calcoli: bellezza e scienza sono ciò che li nutre, li entusiasma, fino a far intraprendere loro un viaggio nel quale non c’è alcuna certezza. Per arrivare ad incontrare Cristo bisogna abituarsi a nutrire il cuore e la mente con ciò che vale, alzare lo sguardo dalle piccinerie veloci e dalle proposte violente o volgari, alzare lo sguardo verso le stelle: verso la bellezza della natura, dell’umanità, dell’arte, delle parole, del bene condiviso. Alzare lo sguardo e farsi domande: studiare, mettere alla prova, discutere, indagare la realtà. Bellezza e scienza aprono il cuore dei magi e li mettono sulla strada.

Scrutare la bellezza e indagare criticamente la realtà però rende umili, accorti di tutto ciò che non si conosce, e così i magi si fermano da Erode e interrogano i sapienti di Israele. La loro scienza e la bellezza della stella li ha condotti in una terra di cui bisogna imparare la storia, la logica, le promesse che questo popolo dice di aver ricevuto da Dio. I sapienti arrivano, interrogano e imparano. Nel cammino che ci conduce ad incontrare il Signore, c’è sempre un momento in cui il nostro cuore, attratto da ciò che è bello e in ricerca di ciò che comprendiamo vero, sente il bisogno di essere istruito in ciò che Dio ha detto e operato: non si può incontrare il Signore se non immergendosi nelle Scritture, ascoltandone la spiegazione, obbedendo a ciò che offrono.

E l’ascolto della Scrittura conduce i magi al luogo dove sta solo un bambino con sua madre, una madre come tutte le altre che ha partorito un bambino come tutti gli altri. Che cosa permette di riconoscere in questo bambino colui che va adorato? La bellezza, la scienza e la Scrittura hanno portato i magi al momento decisivo, quello in cui il loro cuore così aperto e istruito è messo alla prova: sapranno riconoscere il re in questo bambino lontano dai palazzi, dai potenti e dalla ricchezza?

Siamo arrivati con loro di fronte all’umanità fragile e indifesa di Gesù: solo un bambino e una donna, tutto ciò che il mondo ritiene debole e secondario. Davanti a questa fragilità assoluta, esposta ad ogni violenza e ad ogni prepotenza, occorre riconoscere Dio stesso, che mai viola nessuno né mai si comporta come i potenti della terra. La carne di un bambino mostra la mitezza e la speranza di Dio, il suo consegnarsi a coloro che ama nell’attesa di stringere con loro un’alleanza di vita. I sapienti pagani lo comprendono: il mistero del mondo è un mistero di mitezza e di vita condivisa, niente meglio di un bambino in braccio a sua madre può mostrarlo di più.

Siamo in viaggio, come i magi. Cosa andiamo a vedere? Quale ricerca abita il nostro cuore? Perché solo l’ardente desiderio di ciò che è piccolo, mite e amante, potrà permetterci di riconoscere in questo bambino il re venuto a salvarci, il Figlio di Dio in mezzo a noi.

31 - Dic - 2021

II Domenica dopo Natale

Presepe dal Messale

II Domenica dopo Natale

Anno C

(Sir 24,1-4.12-16   Sal 147   Ef 1,3-6.15-18   Gv 1,1-18)
Domenica 2 Gennaio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

A noi che sembriamo così smarriti e così incapaci di sapere cosa sia bene e come farlo, la parola di questa domenica (la prima lettura tratta dal libro del Siracide come anche il Vangelo) ci dice che la Sapienza di Dio, la Parola di Lui, il Figlio, abita in mezzo a noi, ha posto la sua dimora in mezzo a noi, anzi ha messo addirittura le sue radici in mezzo al popolo. Sembra che la chiesa, il popolo di coloro che credono nel Vangelo e che fanno del Vangelo tutta la propria sapienza, sia una terra fertile nella quale Dio stesso affonda le sue radici per piantarsi in mezzo agli esseri umani, in mezzo a tutti i popoli, e offrire frutti buoni di ogni tipo.

Il dono di riconoscere il Figlio di Dio, la sua Sapienza eterna, nella vita di Gesù non può che essere una benedizione sovrabbondante riversata anzitutto sugli altri: su chi non crede, su chi nemmeno sa riconoscere il bene che gli viene fatto, su chi soffre troppo, su chi non ha possibilità di vita. Aprire gli occhi (così la lettera agli Efesini) sulla speranza cui siamo stati chiamati e su quale sia il tesoro dell’eredità che ci attende spinge a vivere come Gesù, perché la luce vera (la sua luce) illumini ogni angolo del mondo in cui ci è dato di arrivare.

Questo bambino che ci è donato non è da guardare. Come ogni bambino, anche questo è da crescere, perché nel mondo prenda il suo posto. Riconoscerlo significa scegliere di vivere ciò che lui ha scelto, fare nostra la sua Sapienza, fare della nostra carne il luogo dove lui abita e del nostro essere chiesa la terra dove lui mette radici. Non raccontiamo una favola e nemmeno ricordiamo il Natale per consolarci di come Dio ci voglia bene né per commuoverci difronte al fatto che ha voluto farsi bambino (si può anche fare ma non mi sembra sia l’essenziale): celebriamo il Natale per ricominciare ad essere, con rinnovata e adulta consapevolezza, la carne in cui la gloria di Dio (il suo amore e la sua stessa vita) può essere vista e portare luce là dove nessuna altra luce può o riesce ad arrivare.

31 - Dic - 2021

Maria Santissima Madre di Dio

Madre di Dio - p.M.Rupnick

Maria Santissima Madre di Dio

Anno C

(Nm 6, 22-27   Sal 66   Gal 4,4-7   Lc 2,16-21)
Sabato 1 Gennaio 2022

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Per antica tradizione la Festa del Natale (come quella di Pasqua) dura per otto giorni: se ascoltiamo attentamente la preghiera eucaristica sentiremo che siamo radunati anche oggi nel giorno in cui Maria ha partorito al mondo il Salvatore. Il giorno di Natale arriva fino a questo ottavo giorno e così ci conduce direttamente nel nuovo anno. Come ogni nuovo inizio, ma in modo infinitamente più ricco, la nascita di Gesù è colma di promesse. Il Vangelo ci parla dei pastori che trovano il segno loro indicato e per questo lodano e glorificano Dio: proprio perché hanno trovato ciò che era stato detto loro. Dio, fedele e veritiero, ha concesso a loro, sempre lontani dai luoghi del sacro perché sempre a contatto con gli animali, di vedere la speranza di Israele. Chi sta intorno si stupisce di tutto ciò che accade.

Maria, da parte sua, custodisce ciò che accade meditandolo nel cuore. Ha un bambino piccolo da accudire, il primo, è lontana da casa: non ha tempo né forze, ma comunque custodisce e medita nel cuore ciò che accade intorno al bambino che le era stato promesso. Osserva anche lei il compiersi delle parole dell’angelo, imprime nella memoria gli avvenimenti e le sensazioni, medita alla luce della Parola di Dio, aspetta di comprendere e intanto si prende cura di ciò che le è affidato e che promette di essere il nuovo inizio per tutti. Maria non medita né custodisce tutto, medita e custodisce ciò che viene da Dio, ciò che riguarda le sue promesse, ciò che promette la vita. Non perde tempo e forze a rimuginare su ciò che non merita: il piccolo che continuamente le chiede cibo, calore, forze, non glielo permette. Benedetti i figli che ci insegnano a curarci solo della vita e di Dio senza darci tempo per altro!

E in questo bambino ogni nuovo inizio prende forma. In lui ci è dato di essere figli (i bellissimi versetti della lettera ai Galati), capaci cioè di rendere presente il Padre ovunque, somigliandogli e comportandoci come lui, in questo bambino ci è data la custodia e la benedizione che all’inizio di un nuovo anno ci allarga il cuore (libro dei Numeri). I giorni che ci stanno davanti non sono abbandonati al caos e alla solitudine, ma nemmeno sono magicamente ordinati perché vada tutto bene: i giorni che abbiamo davanti sono affidati al nostro amore e alla nostra intelligenza, dentro le vicissitudini spesso aspre e persino impossibili della storia, ma allo stesso tempo sono giorni in cui la pace di Dio sarà sempre possibile là dove torneremo a ciò che ci è stato mostrato in questo giorno e dove saremo capaci di custodire e meditare ciò che ci è stato donato. Allora, qualunque sia la situazione, la luce di lui splenderà sui nostri volti, così come sarà possibile, la terra conoscerà la via di Dio e tutte le genti la sua salvezza.

24 - Dic - 2021

Santa Famiglia di Gesù Maria e Giuseppe

Santa Famiglia

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Anno C

(1Sam 1,20-22.24-28   Sal 83   1Gv 3,1-2.21-24   Lc 2,41-52)
Domenica 26 Dicembre 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

La domenica della Santa Famiglia quest’anno ci permette di contemplare il mistero della crescita. Ci dice la seconda lettura (tratta dalla prima lettera di Giovanni) che già siamo figli di Dio, ma allo stesso tempo siamo dentro un cammino perché ciò che siamo non è stato ancora rivelato e perché un giorno, alla fine del cammino, saremo simili al Padre. Essere figli di Dio, infatti, significa crescere, diventare adulti, responsabili, capaci di rendere presente il Padre, di comportarsi come lui ovunque, soprattutto là dove il Padre non si vede (sulla croce non farà questo Gesù proprio nel momento dell’abbandono?).

Essere figli di Dio non vuole dire pensarsi coccolati e protetti come i bambini, ma essere responsabili, vivendo secondo la sua logica, di ciò che Dio ci consegna: la vita, l’amore, i doni, le relazioni…ogni cosa. In questo percorso (di adultizzazione) le relazioni e in primo luogo la famiglia, nella quale si stringono le relazioni primarie, sono decisive. Non si può diventare liberi e adulti, pronti a vivere i doni ricevuti secondo la logica di Dio, senza essere aiutati da altri a crescere: senza essere introdotti alla libertà e lasciati liberi, senza che vengano vissuti legami profondi che diano la speranza di tessere legami profondi, senza che Dio ci venga fatto conoscere e che la vita di qualcuno ci mostri che conoscerlo e amarlo fa vivere di più e meglio.

Anna (prima lettura dal primo libro di Samuele) porta suo figlio al tempio. L’aveva voluto per dare senso alla propria vita (in quella cultura una donna aveva senso solo se partoriva un figlio) ma lo ha cresciuto perché diventasse se stesso, libero e pronto ad accogliere ciò che Dio gli avrebbe un giorno sussurrato. Maria e Giuseppe hanno portato Gesù in pellegrinaggio a Gerusalemme. Si fidano di lui tanto da farlo viaggiare separato da loro (pensavano fosse fra conoscenti e amici). Si spaventano, come comprensibile, quando non lo trovano, ma tornando indietro lo cercano là dove, probabilmente conoscendolo, sapevano di trovarlo. E infatti Gesù gli dice: non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre? Non mi avete insegnato voi la Torah, la preghiera, l’intimità con Dio? Dove dovevo essere? Ho preso il mio posto alla ricerca del Padre.

E quel giorno Maria e Giuseppe passano dall’angoscia per il bene del loro bambino alla consapevolezza di aver svolto il proprio servizio: hanno di fronte un giovane uomo, colmo di sapienza e di grazia. Rimane solo da lasciare che il tempo passi e il suo cammino si fortifichi. Come a loro accade in ogni famiglia (e certamente dovrebbe accadere in ogni famiglia cristiana): di fronte alla libertà dei figli e delle figlie, spesa per il bene, per la vita e per conoscere (in qualsiasi modo Dio disponga) l’amore di Dio, i genitori possono abbandonare ogni angoscia e continuare il cammino insieme a questi giovani adulti che, proprio come loro, sono sulla strada per diventare figli di Dio, capaci di renderlo presente nel mondo, con una sapienza cui nessuno potrà resistere. È un giorno di grande pace e di grande speranza.

23 - Dic - 2021

Natale del Signore

Presepe dal Messale

Natale del Signore

Anno C

(Is 52,7-10   Sal 97   Eb 1,1-6   Gv 1,1-18)
Sabato 25 Dicembre 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Una luce piccola illumina solo lo spazio di un passo. Una vita piccola si mostra timidamente: un movimento debole, un pianto, un sonno leggero. Il mistero del Natale forse sta tutto qui: Dio si rivela umile come difficilmente noi l’avremmo immaginato. Tace di fronte alle incomprensioni delle persone, aspetta di fronte alle immaturità, frena la mano davanti alle violenze che meritano vendetta. Sta di fronte a noi come stanno i neonati, che tutto attendono e vivono solo di ciò che ricevono.

Eppure Dio è la fonte della vita, è il Grembo sempre gravido capace di tenere dentro tutti e di far vivere tutto: come può farsi bambino bisognoso? Forse il mistero del Natale ci rivela proprio che non si può mettere al mondo nessuno (e Dio mette al mondo ogni cosa e ogni persona che esiste) senza consegnarsi a chi si mette al mondo, senza smettere di custodire e nutrire, senza smettere di sperare che viva e che ami. Forse mettere al mondo e farsi piccoli di fronte ai propri figli sono un unico mistero. E così non è più tanto assurdo che Dio si faccia bambino, in attesa, bisognoso, piccolo. Chiunque ama, soprattutto chi ama quelli che ha messo al mondo, sa di essere sempre in attesa della felicità di chi ama, sempre bisognoso della loro bellezza, sempre piccolo di fronte alla loro libertà di rispondere o meno all’amore.

In fondo ogni amore è una consegna di sé. Anche per Dio è così. Si mette fra le braccia di quelli che ama, si affida a loro perché lo nutrano e lo facciano crescere, gli insegnino la vita e la Torah. Di fronte a questa debolezza tenera che chiede tutta la nostra attenzione e il nostro vivere – come ogni neonato chiede sempre – possiamo decidere se aprire le braccia e custodire o se abbandonare, facendo del Natale una specie di vacanza invernale, un momento di folklore o – peggio – uno strumento di identità culturale da contrapporre ad altre identità culturali.

Nasce un bambino. Nasce Dio in un vissuto umano. Una luce piccola. Una vita fragile. Si scopre la radice profonda di ogni esistenza umana e nella stordente semplicità di questo momento noi possiamo vedere e scegliere la logica della vita, della storia e del mistero stesso di Dio: una consegna umile fra le braccia di quelli che amiamo per poter condividere tutto con loro. Il Verbo di Dio si è fatto carne, l’Amore di Dio si è fatto carne e noi abbiamo contemplato tutto il suo splendore. Uno splendore così piccolo da non poter essere soffocato da alcuna notte.

17 - Dic - 2021

IV Domenica di Avvento anno C

Avvento

IV Domenica di Avvento

Anno C

(Mi 5,1-4   Sal 79   Eb 10,5-10   Lc 1,39-45)
Domenica 19 Dicembre 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Come può realizzarsi la pienezza della pace? Come gli esseri umani (Israele in particolare per il quale risuonano le parole del profeta Michea che costituiscono la prima lettura) possono trovare la pienezza della vita e delle relazioni? Probabilmente a troppi verrebbe in mente che questo si può realizzare con la forza, con il potere, con l’efficacia e l’efficienza, con l’influenza e i numeri, tutto investito per il bene, per costruire un mondo di giustizia e di pace. Dio però sceglie un’altra via: promette uno che guiderà il popolo. Questo uno (ce lo dice la lettera agli Ebrei, nella seconda lettura) non avrà altro potere che l’offerta del proprio corpo, della propria vita e del proprio amore. La salvezza di Dio passa quindi per la piccolezza insignificante di un vissuto umano, della vita di un uomo così debole da poter essere infamato e ucciso impunemente. La santità e la pace, ogni possibile speranza, risiedono in questo uomo, nella sua vita semplice e straordinaria, fatta di amicizie e incomprensioni, di impegno, preghiera, riposo e delusioni. Una vita umana sola contiene in sé il segreto di ogni salvezza.

Per questo scrutiamo questa vita fin dal primo momento in cui si mostra, nel grembo che cresce di Maria, nel parto di lei e nel bambino che è affidato alle sue cure e a quelle di Giuseppe. Il Natale segna l’inizio straordinario e del tutto ovvio di questa vicenda umana tutta da contemplare, meditare e fare nostra, perché in essa risiede il segreto di ogni salvezza. In un grembo gravido, in un bambino, in un figlio di falegnami. Non sembra un progetto altisonante che attira lo sguardo dei potenti, è più un mistero quotidiano, il mistero quotidiano della vita. Roba da donne.

E infatti le prime a cantare la salvezza di Dio, le prime profetesse ed evangelizzatrici del Vangelo di Luca sono due donne. Maria è andata da Elisabetta: l’angelo le ha detto che proprio Elisabetta è il segno che la promessa di Dio si compirà. La vecchia sterile incinta è il segno che Dio può far fiorire il deserto. E la ragazzina vergine, impossibilitata a concepire proprio perché vergine, corre a vedere di che cosa Dio è capace. Quando si trovano l’una di fronte all’altra, i grembi diversamente gonfi di vita, Elisabetta è colmata di Spirito e, da profetessa, riconosce il Signore nel grembo di Maria. Prima di Giovanni Battista, è lei ad indicare colui che tutti attendono. Dichiara benedetta Maria e il frutto del suo grembo e poi dichiara beata lei non per la gravidanza, ma per la fede. Due donne incinte, nell’anonimato domestico di una casa povera, sviscerano e cantano il mistero di Dio nascosto nei secoli e fattosi presente in ciò che di più piccolo e mite esiste: la vita che nasce.

Beati noi, se è questa piccolezza che affascina e ci rallegra. Beati noi, se ci facciamo, come queste donne, spazio per la vita di Dio che viene nel mondo. Beati noi, se crediamo che tutto ciò ci è rivolto.

10 - Dic - 2021

III Domenica di Avvento anno C

Avvento

III Domenica di Avvento

Anno C

(Sof 3,14-18   Is 12   Fil 4,4-7   Lc 3,10-18)
Domenica 12 Dicembre 2021

Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa

Un’attesa trepidante, che mette nel cuore desiderio e timore (I domenica di Avvento), una strada di ritorno (di conversione) piena di consolazione, spianata e raddrizzata (II domenica), e un fiume di promesse che riempiono di vita anche i luoghi che sembravano sterili e vuoti (festa dell’Immacolata). Ora veniamo condotti dalla liturgia della terza domenica di Avvento nel pieno della gioia, perché quanto aspettiamo finalmente si compie. Il profeta Sofonia (prima lettura) non promette una salvezza futura, ma dichiara che il Signore è nel mezzo del suo popolo: per questo occorre riprendere coraggio come quando di fronte ad un lavoro troppo pesante qualcuno più forte ci si fa di fianco. Non siamo più soli e così sentiamo ritornare le forze e le braccia non cadono: il Signore è in mezzo a noi per salvarci e rinnovarci con il suo amore. Questo è possibile sempre, è possibile oggi.

L’Avvento ci viene donato per rivivere questo mistero di amore sempre rinnovato, che Dio ci offre continuamente. Non è stata un’offerta fatta solo una volta, ma ci sta davanti anche ora, anzi è in mezzo a noi. Questa certezza porta a rallegrarsi sempre (i pochi versetti della lettera ai Filippesi), anche quando la vita non offre motivi di gioia, perché tutto viene vissuto diversamente se abbiamo di fianco Chi amiamo e, se Dio non toglie le difficoltà e i dolori, però custodisce ciascuno con amore infallibile. Niente può impedirci di attingere a questa vita inesauribile e a questa gioia, oggi.

Come fare concretamente? È la stessa domanda che animava quelli che andavano dal Battista (di cui ci viene raccontato in questo brano del Vangelo di Luca): che dobbiamo fare ora che sappiamo che il Signore è vicino, presente? Come godere di questa vicinanza? Giovanni rispondeva ad ognuno con una parola adeguata alla propria situazione, per ognuno una parola alla loro portata, senza eroismi o richieste impossibili, ma per ognuno una parola concreta che li portasse ad alleggerire la vita delle persone che avevano vicino: gesti semplici capaci di togliere intralci dal cammino degli altri. Non c’è niente di difficile o di poco comprensibile nella vita cristiana, c’è l’amore di Dio sempre presente e sempre offerto e c’è un unico modo per godere e ricambiare questo amore: dare vita ad altri, ciascuno in base alle possibilità che ha. Non c’è bisogno di aspettare chissà che, si può cominciare subito, ascoltando da Dio quale opera fra quelle che abbiamo a disposizione può fare il bene di altri e facendola. E così, nella semplicità della vita buona, fatta di piccoli gesti di bene, ci potremo accorgere che le nostre braccia non indeboliscono, che le angustie non riescono a soffocare la gioia e che ci abita un fuoco buono capace di bruciare la paglia e lasciare intatto il grano che ci è messo tra le mani per sfamare quanti più possiamo, oggi.